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Ambiente

Rifioriture fuori stagione e migrazioni verticali: gli impatti del cambiamento climatico sulle praterie alpine

Anche le praterie alpine di alta quota, attrazione contagiosa e spesso indimenticabile e "ultima spiaggia" per la tutela della biodiveristà, risentono del cambiamento climatico in atto e dell'irregolarità degli andamenti meteorologici stagionali

Di Cesare Lasen 29 febbraio | 12:00

Prati e pascoli sono una componente basilare del paesaggio alpino e sono il “frutto della natura e del lavoro dell’uomo”. Le praterie alpine primarie, invece, sono espressione delle componenti naturali, intendendo per esse quelle climatogene situate sopra il limite del bosco.

 

Se mantenere prati e pascoli richiede manutenzione e oculata gestione per conservare bellezza e valori di biodiversità, le praterie di alta quota non necessitano di interventi, anche se, chiaramente, possono essere frequentate da ungulati selvatici, da considerarsi in equilibrio con l’ecosistema. In altri casi queste praterie, a contatto con le pareti rocciose e gli sfasciumi detritici, sono interessate da saltuarie ingressioni di pecore senza che la composizione floristica e la struttura vengano modificate sostanzialmente. In caso contrario, infatti, percepibile dalla diffusione eccessiva di specie nitrofile (romici, ortiche, cirsi spinosi, ecc.) significherebbe che lo stazionamento è prolungato e tali praterie avrebbero perso tutto il loro inimitabile fascino.

 

Le formazioni erbacee situate sopra il limite della foresta esprimono quasi sempre e ovunque, per via delle spettacolari fioriture, un’attrazione contagiosa e spesso indimenticabile. Secondo l’andamento stagionale e le condizioni meteorologiche del momento, si susseguono, pur nella breve stagione vegetativa, a ritmo serrato, esplosioni di colori e profumi che, sullo sfondo di alte pareti rocciose, proiettano variopinte scie o riflessi luminosi.  Non è un caso se il botanico svizzero Josias Braun-Blanquet, considerato il fondatore della fitosociologia, scienza che studia le comunità vegetali, ha fornito, nei primi decenni del secolo scorso, una descrizione memorabile del “curvuleto” (da Carex curvula, specie guida), tipo che caratterizza le praterie dei substrati silicatici, su terreno acido. Anche altri tipi di praterie, i cui nomi italianizzati sono ormai divenuti “familiari”, almeno a coloro che frequentano con spirito di osservazione le alte quote, quali seslerieti, firmeti, cariceti, festuceti, nardeti, ecc. offrono a vario titolo scorci memorabili, almeno all’apice delle rispettive fioriture.

 

Ci si chiede: cosa sarebbero le Dolomiti, pur nelle luci dell’enrosadira o tra guglie e creste dove i prati stentano a trovare lo spazio minimo per far capolino, se fossero private delle loro meravigliose distese di fiori per l’assenza di queste comunità? Con simili premesse e considerazioni ci si chiede se questi ambiti idilliaci e paradisiaci siano esenti da minacce e rischi che ormai pervadono tutti gli ecosistemi prossimo-naturali o, quanto meno, il poco che resta di essi. Si tratta, in generale, di habitat resilienti, capaci di reagire alle perturbazioni, meno fragili, ad esempio, rispetto agli ambienti umidi. Purtroppo, sono anch’essi soggetti agli effetti indotti dal cambiamento climatico che sta accelerando vistosamente. Varie ricerche hanno dimostrato un significativo innalzamento di limiti altimetrici e le specie erbacee subiscono la concorrenza di quelle legnose che si spingono verso quote sempre maggiori, salvo poi incontrare ostacoli (esempio pareti verticali) che bloccano la loro avanzata. Se i boschi, e in particolare gli arbusti nani che caratterizzano il limite superiore delle piante legnose, invadono le praterie alpine, queste ultime vengono ricacciate verso quote maggiori, ma spesso la conformazione delle montagne non lascia loro spazi e condizioni sufficienti per riguadagnare le posizioni perdute presso il loro limite inferiore. Prima ancora che gli effetti del cambiamento climatico si manifestassero in tutta evidenza, per naturale evoluzione e ridotto passaggio di erbivori, in numerose stazioni alpine, si è notato un progressivo aumento di specie camefite (perenni, con base lignificata) soprattutto della famiglia delle Ericaceae (erica, brugo, mirtilli, azalea nana, uva orsina, ecc). Ciò comporta, indubbiamente, un abbassamento della qualità naturalistica e fioriture meno attraenti.

 

Altro fenomeno che si sta osservando con maggiore frequenza percorrendo sentieri alpini in quota, è la rifioritura tardo-estiva e autunnale di varie specie primaverili (esempio anemoni, primule). Ciò si verifica anche in seguito a periodi con elevate temperature seguiti da bruschi cali che ingannano le piante, interferendo con i loro ritmi fenologici e spingendole verso un nuovo sforzo per assicurare maggiori possibilità riproduttive. L’irregolarità degli andamenti meteorologici stagionali, in altri termini, le manda in confusione e si tratta di un fenomeno che non è limitato alle quote più elevate.

 

Meriterebbero, ma in altro capitolo, di essere considerate le conseguenze sulle popolazioni di impollinatori e sugli adattamenti degli animali che frequentano questi luoghi, ma almeno essi si spostano più facilmente. Altri evidenti danni possono derivare dalla diffusione dell’overtourism che genera eccesso di calpestio e diffusione di specie banali. Finora le alte quote si sono difese meglio dalla progressiva invasione di specie aliene e solo pochissime, per fortuna, sono le entità esotiche penetrate negli ecosistemi veramente alpini. Gli spazi per le praterie alpine integre, a seguito dello sviluppo turistico, con nuovi impianti, strade di accesso, prelievi e derivazioni idriche, sistemazioni idrogeologiche (peraltro talvolta necessarie) si sono significativamente ridotti. Studiando la vegetazione, anche seguendo il percorso di un torrente, si può facilmente constatare come l’artificializzazione proceda in modo inversamente proporzionale alla quota. Della serie che la montagna, quella alpina in particolare, è divenuta una sorta di “ultima spiaggia” per la tutela della biodiversità, che non è un bene rigenerabile in tempi umani. Ci si potrebbe consolare con quanto è rimasto? Forse sì, ma i progetti faraonici, da luna park, che importano in alta quota mentalità, schemi e appetiti tipici delle città metropolitane e di fondovalle, snaturano lo spirito e la rendono sempre più vulnerabile. Non può essere la logica del profitto facile il percorso da proporre alle nuove generazioni di nativi digitali. Il rispetto matura nell’anima e serve a poco l’imposizione, sia pure con sanzioni quale deterrente.

l'autore
Cesare Lasen

Studioso degli aspetti naturalistici dei territori, in particolare delle montagne dell’area dolomitica e prealpina. Autore di varie pubblicazioni scientifiche e divulgative, relatore in convegni e conferenze, membro di comitati di redazione e commissioni di valutazione. Ha svolto vari incarichi istituzionali tra i quali la presidenza del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi ed è attualmente componente del comitato Scientifico della Fondazione Dolomiti-Unesco. Si occupa di temi legati alla conservazione della Natura e dell’ecologia applicata.

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