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Ambiente | 23 marzo 2025 | 20:00

Addio prati in fiore? Ecco come sono cambiate le praterie alpine negli ultimi quarant'anni

Un recente studio offre una fotografia aggiornata dell’evoluzione degli ecosistemi di prateria, a diverse altitudini: confrontando i dati raccolti nel 2022 con i rilievi effettuati negli anni ‘80 nei medesimi luoghi, i ricercatori hanno studiato i cambiamenti nella biodiversità vegetale e le trasformazioni degli habitat che vanno dal fondovalle alle vette montane. Ecco cos'è emerso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Aumento delle temperature, modifiche nella gestione dei territori, clima che cambia e pratiche agricole tradizionali che cadono in disuso, come il pascolo o lo sfalcio: in un contesto in rapido mutamento, il terreno assorbe tutto, registrando ciò che accade. Anche se a prima vista non ce ne accorgiamo. 

 

A far luce su come sono cambiate le praterie alpine (e i loro ecosistemi) negli ultimi quarant’anni è un recente studio - pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Applied Vegetation Science e consultabile qui - che esamina le profonde trasformazioni che hanno interessato i prati da fieno e i pascoli. 

 

La ricerca, coordinata dall’Università di Siena, è frutto della collaborazione tra studiosi appartenenti a sette istituti di ricerca. Tra questi vi è anche la Fondazione Museo Civico di Rovereto, i cui botanici hanno condotto i rilievi sul campo.

 

L’indagine ha analizzato l’evoluzione della vegetazione di prati e pascoli nella Valsugana, tra le Alpi Orientali italiane, ritenuta rappresentativa di molte altre valli alpine. 

 

Lo studio si è svolto ripetendo 115 rilievi di vegetazione (che includono piante, muschi e licheni) che erano stati già effettuati tra il 1986 e il 1988. I rilievi sono stati effettuati lungo un gradiente altitudinale di 2000 metri, per comprendere non solo come la diversità vegetale si sia modificata nel corso di quattro decenni ma anche quali siano stati i cambiamenti a seconda delle quote. 

 

A condurre i rilievi effettuati a quasi quarant’anni di distanza troviamo Filippo Prosser, oggi botanico del Museo Civico di Rovereto e, all'epoca della prima campionatura, laureando. 

 

"Attraverso approfondite analisi statistiche e confrontando i dati raccolti nei medesimi rilievi, i ricercatori hanno esaminato i cambiamenti nella biodiversità vegetale e le trasformazioni degli habitat che vanno dal fondovalle alle vette montane - spiega la Fondazione Museo Civico di Rovereto -. L’indagine offre una fotografia aggiornata dell’evoluzione degli ecosistemi di prateria, fornendo dati preziosi per definire strategie efficaci di conservazione. Comprendere questi cambiamenti è infatti cruciale per proteggere e preservare la biodiversità di un habitat essenziale per il paesaggio alpino". 

 

Negli ultimi decenni le valli alpine hanno affrontato cambiamenti sempre più marcati e, di conseguenza, le praterie si sono trovate a subire pesanti trasformazioni.. 

 

 

I CAMBIAMENTI OSSERVATI DAL FONDOVALLE ALLE ALTE QUOTE

 

"Dai risultati dello studio emerge un preoccupante declino delle aree prative semi-naturali, in particolare nelle zone di bassa quota, dove molte di esse sono state sostituite da vigneti, frutteti e insediamenti rurali. A media quota, invece, l’abbandono dei prato-pascoli tradizionali ha spesso favorito il ritorno di arbusti e alberi, trasformando progressivamente questi ambienti in boschi. Anche alle quote più elevate, sebbene l’ecosistema si sia mostrato più stabile, si sono osservate modifiche nella composizione delle specie, con una riduzione delle piante tipiche delle alte montagne a favore di specie più comuni, probabilmente favorite dal riscaldamento globale e dall’aumento delle concimazioni del suolo", spiegano i ricercatori.

 

Lo studio documenta un fenomeno di turnover nelle specie vegetali: molte piante sono state sostituite da altre più adatte alle nuove condizioni ambientali. In particolare, si è registrato un aumento di specie nitrofile (cioè che crescono in terreni ricchi di nitrati) di scarso pregio estetico a bassa e media quota e una diminuzione dei prati magri (che richiedono concimazioni non eccessive) e di conseguenza una riduzione delle specie tipiche di questi habitat, spesso caratterizzate da vistose fioriture.

 

"Le cause di questi cambiamenti sono molteplici e spesso interconnesse. L’abbandono delle pratiche tradizionali di gestione del territorio, come il pascolo e lo sfalcio, ha avuto un ruolo cruciale, soprattutto a media quota, favorendo la ricolonizzazione da parte di alberi e boschi. Parallelamente, nelle aree di fondovalle, l’intensificazione agricola ha trasformato molti prati in coltivazioni intensive come vigneti, meleti e piantagioni di piccoli frutti, o aree urbanizzate, favorendo così le specie nitrofile. Ancora più allarmante è il destino dei prati ancora falciati: oggi vengono concimati in misura molto maggiore rispetto al passato, con un impoverimento della loro flora - spiega Filippo Prosser della Fondazione Museo Civico di Rovereto, autore dei rilievi sul campo - Anche i cambiamenti climatici hanno un ruolo, causando la risalita di molte specie verso quote più alte e favorendo la diffusione di specie non locali".

 

"Queste trasformazioni hanno implicazioni significative per la conservazione della biodiversità alpina. La scomparsa di prati e pascoli magri e la diffusione di specie invasive rappresentano una minaccia per la ricchezza biologica di questi ecosistemi tradizionali. È quindi essenziale sviluppare strategie di gestione che tengano conto delle peculiarità floristica-vegetazionale di ciascuna fascia altitudinale -  aggiunge il prof. Gianmaria Bonari dell’Università di Siena, coordinatore dello studio -. Ad esempio, è possibile incentivare il ritorno a pratiche agricole meno intensive o adottare misure per controllare l’espansione delle specie invasive".

 

 

LA GESTIONE DEL TERRITORIO INFLUENZA LA BIODIVERSITA'

 

I cambiamenti globali che stanno contrassegnando gli ultimi decenni stanno alterando in modo significativo la composizione del paesaggio così come l'abbiamo conosciuto, in molte aree montuose d'Europa. Consultando lo studio, si scopre che le zone a bassa quota appaiono più a rischio rispetto a quelle più elevate e la causa va ricercata nell'uso che viene fatto del suolo. Le aree di fondovalle hanno visto spesso espandersi un'agricoltura di tipo intensivo e nuovi insediamenti urbani su aree precedentemente naturali. Le aree naturali a bassa quota ospitano un’alta concentrazione di habitat rari e specie vegetali, tipiche delle zone precedentemente gestite in modo estensivo, come prati, aree umide e zone paludose, e sono anche più vulnerabili all’invasione di neofite. Queste ultime - letteralmente, "piante nuove" - sono specie alloctone, che non appartengono al luogo ma, introdotte intenzionalmente o accidentalmente riescono a stabilirsi in natura, riproducendosi e diffondendosi in modo importante a scapito delle specie indigene.

 

Negli ecosistemi di media e alta montagna, anche laddove si continui a praticare il pascolo, si stanno riscontrando sostanziali modifiche rispetto al passato: sistemi di allevamento estensivi vengono progressivamente sostituiti da pratiche più intensive, in cui il bestiame è concentrato in aree più piccole. Si può dunque assistere a due effetti contrastanti: l’intensificazione dell’uso del suolo, inclusa la fertilizzazione e l’aumento della densità del bestiame, ha determinato un calo della diversità vegetale; mentre, in altri luoghi, l’abbandono dell’uso del suolo ha innescato processi di ricolonizzazione naturale con l’espansione di foreste e arbusteti.

 

I ricercatori rilevano che nonostante questi fenomeni siano diffusi nelle Alpi e in altre catene montuose europee con dinamiche similari, gli studi sui cambiamenti ambientali negli ecosistemi montani si sono finora concentrati in gran parte sulle alte quote, trascurando gran parte delle trasformazioni ecologiche in corso a quote più basse. "Poiché lungo tutto il gradiente valle-sommità possono verificarsi diversi cambiamenti ambientali, il monitoraggio della vegetazione è fondamentale per individuare l’evoluzione temporale delle comunità vegetali in relazione all’altitudine". Ecco perché questo studio effettuato in Valsugana può rivelare informazioni preziose. 

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