Cenere dell'Etna: da costo a risorsa? Dalla bocca del vulcano un nuovo nutrimento per l'agricoltura siciliana

In molte aree agricole della Sicilia, lontane dal vulcano, gli agricoltori convivono con terreni stanchi, infestazioni difficili da contenere e spese sempre più alte per concimi, trattamenti e diserbi. Sui versanti del vulcano, invece, le colture prosperano, accontentandosi di pochi interventi. La spiegazione non è un mistero della botanica, ma una materia prima che il vulcano distribuisce generosamente e che oggi rappresenta paradossalmente un costo: la polvere vulcanica

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Le popolazioni che vivono accanto ai vulcani, dall’Asia al Centro America, conoscono da secoli la capacità di queste polveri di restituire energia ai suoli. In Italia però questa consapevolezza è rimasta ai margini, nonostante la Sicilia offra un laboratorio naturale unico. Oggi, grazie ad una ricerca del Cnr, la scienza conferma ciò che l’esperienza suggeriva: la cenere è un fertilizzante minerale naturale, economico e soprattutto ricco di elementi rari con funzione catalitica, essenziali per la vita microbica del suolo.
L’attività esplosiva del cratere vulcanico ha una forza tale che l’espansione violenta dei gas frammenta più o meno finemente il magma: se i frammenti sono inferiori a 2 mm si parla appunto di "cenere". Questo materiale, così leggero, non ricade subito al suolo ma viene sparato verso l’alto. Una volta esaurita la spinta del lancio, questi frammenti continuano a salire anche per chilometri sopra la bocca, trasportati dall’aria riscaldata dalla stessa attività eruttiva. Raggiunto un livello di equilibrio nell’atmosfera, questi frammenti iniziano il loro viaggio in balia dei venti, che può essere lungo anche centinaia di chilometri.
La colonna di fumo che spesso si vede durante un'eruzione vulcanica è principalmente composta da ceneri e vapori, che formano uno strato di polveri anche a grandi distanze che copre ogni superficie. Questo materiale depositato, potenzialmente pericoloso sulle strade e per la salute, diventa così un problema non da poco delle amministrazioni, che devono occuparsi della pulizia e dello smaltimento, il che comporta costi significativi per la raccolta e lo stoccaggio.
Uno studio, coordinato dal ricercatore Mario Pagliaro, insieme ad un gruppo del Cnr, e pubblicato su JSFA Reports, ha fatto luce sulla preziosità di queste polveri, che meriterebbero di essere considerate una risorsa piuttosto che un costo.
La cenere sembra avere significativi effetti fertilizzanti sui terreni agricoli, che spiegherebbero la rigogliosità delle coltivazioni nel pedemonte etneo. Queste proprietà non consistono nel "sfamare" direttamente la pianta, ma nel rifornire i batteri del suolo dei metalli in traccia necessari a produrre enzimi che attivano i nutrienti già presenti nei terreni.
In molti campi, fosforo e potassio sono disponibili in quantità tutt’altro che trascurabili, ma intrappolati in una forma inaccessibile alle radici. I consorzi microbici - parte integrante della fertilità naturale dei suoli - possiedono gli strumenti biochimici per trasformare tali elementi, purché abbiano a disposizione i metalli utili al loro metabolismo. La cenere fornisce proprio questo: manganese, magnesio, molibdeno e altri elementi rari senza i quali gli enzimi restano inefficaci.
È lo stesso principio delle marmitte catalitiche: un catalizzatore è in grado di trasformare una sostanza in un’altra senza consumarsi. In agricoltura, questo significa che una piccola quantità di cenere può innescare un grande cambiamento biologico nel suolo.
Le dosi riportate nella letteratura internazionale (2,5-7,5 tonnellate/ettaro, equivalenti a 250-750 g/m²) mostrano quanto sia ridotto il fabbisogno per ottenere un effetto significativo. Nelle aziende siciliane basterebbe applicare da 1 a 3 chili per pianta, sparsi a secco come un comune concime.
Il risultato di questa nutrizione microbica è evidente: le piante diventano più robuste, reagiscono meglio agli stress, producono frutti più saporiti e richiedono meno concimazioni chimiche. La cenere contiene anche numerosi minerali utili - potassio, calcio, magnesio, ferro, rame, zinco, manganese - oltre alla silice, che rafforza le pareti cellulari e rende le piante meno vulnerabili agli insetti e agli attacchi fungini.
Gli effetti della cenere, infatti, si estendono oltre quello fertilizzante. Sui campi coltivati, la sua granulometria finissima e la reazione basica ostacolano la germinazione di molte infestanti, riducendo il ricorso ai diserbanti e al lavoro manuale. Non è un pesticida, ma contribuisce a riportare equilibrio nel suolo, e chi la utilizza nota spesso una diminuzione naturale delle larve e degli insetti.
Nonostante il suo valore agricolo, la cenere etnea oggi è classificata come rifiuto. "La Regione Sicilia ha stimato che il costo di liberare le strade e le piazze di 42 città dalla cenere espulsa dall'Etna nel marzo 2022 sia stato pari a 15 milioni di euro", racconta Mario Pagliaro ad AgroNotizie. "Il fatto interessante è che tali ceneri, per legge, sono considerate dei rifiuti e quindi hanno anche dei costi di smaltimento, quando invece potrebbero essere commercializzate come concimi inorganici, come tra l'altro accade in diversi Stati".
Le analisi condotte in vari contesti (Stati Uniti, Russia, Indonesia, Egitto, Giappone) mostrano un quadro coerente: le ceneri vulcaniche hanno effetti positivi sulle colture, grazie sia al contributo diretto di nutrienti sia alla loro capacità di attivare la microbiologia del suolo.
I terreni vulcanici dell’Etna sono tra i più fertili d’Europa e danno origine a prodotti di alto pregio: pistacchi, agrumi, vini. Portare la cenere nelle zone non vulcaniche dell’isola potrebbe significare la riduzione il divario naturale tra aree fertili e aree povere, offrendo agli agricoltori un mezzo semplice, economico e sostenibile per migliorare la qualità e la produttività dei loro campi. Provare per credere: stando al portale specializzato FreshPlaza, provare la cenere su una porzione di terreno è sufficiente per verificare l’impatto, ovvero una maggiore resa, piante più forti e un minore ricorso ai prodotti di sintesi.













