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Ambiente | 10 dicembre 2025 | 18:00

In pochi sanno che negli Appennini liguri si nasconde uno dei più grandi giacimenti europei di titanio: l'estrazione resta un problema per ambiente e paesaggio?

Nel 1970 venne individuato nel Monte Tarinè, tra i comuni di Sassello ed Urbe, un deposito da circa 400 milioni di tonnellate di rutilo, la forma mineralogica di questo metallo strategico per l'industria aerospaziale, elettronica e militare. Da allora, questo classico paradosso italiano – una ricchezza minerale in un'area naturalisticamente unica – ha acceso un conflitto che dura ancora oggi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Forse non tutti sanno che negli Appennini liguri, proprio sotto le faggete del Parco del Beigua, si cela uno dei più grandi giacimenti europei di titanio: nel 1970 venne individuato nel Monte Tarinè, tra i comuni di Sassello ed Urbe, un deposito da circa 400 milioni di tonnellate di rutilo, la forma mineralogica di questo metallo strategico per l’industria aerospaziale, elettronica e militare. Da allora, questo classico paradosso italiano – una ricchezza minerale in un’area naturalisticamente unica – ha acceso un conflitto che dura ancora oggi.

 

Negli anni Settanta e Ottanta la concessione fu affidata dapprima alla Mineraria Italiana (1976), poi assorbita dalla Compagnia Europea per il Titanio (CET), che ancora oggi la detiene. Ma fin da subito i territori hanno contestato l’ipotesi di una miniera a cielo aperto in una zona che, già allora, era considerata un presidio ambientale fragile. Gli abitanti dell’Alta Val d’Orba, le istituzioni locali e l’Ente Parco del Beigua si opposero in modo sempre più compatto: nel 1991 la CET ottenne il rinnovo della concessione, ma nel 1996 la Conferenza dei Servizi a Savona rigettò l’iter grazie alla pressione dei comitati, dei sindaci di Urbe e Sassello e della Regione.

 

La storia non si è fermata lì. Nel 2015, proprio nell’anno del riconoscimento UNESCO al Parco, la CET tornò a chiedere la Valutazione di Impatto Ambientale per nuovi carotaggi e indagini geologiche. Nel 2016 e poi nel 2020 la Regione dichiarò inammissibili le richieste; ma nel 2021, con il decreto 1211, è arrivata la concessione per ulteriori tre anni di ricerca, riaccendendo un fronte di protesta che non era mai davvero sopito. Si è tornato così a parlare del rischio di enormi discariche di materiale sterile, viabilità stravolta, impatti su torrenti e falde, e addirittura possibili criticità sanitarie legate alla presenza anche di minerali asbestiformi nella matrice rocciosa.

 

Per questo il comitato Salviamo il Monte Tarinè, insieme ai cittadini, ai sindaci delle due valli, all’Ente Parco e alle amministrazioni della Valle Stura, ha organizzato negli ultimi anni presidi, incontri pubblici e iniziative, ribadendo che la montagna non è un deposito industriale ma un elemento identitario e paesaggistico. La richiesta è una soltanto: chiudere definitivamente la questione, includendo pienamente il territorio nel Parco del Beigua così da togliere ogni spazio a tentazioni estrattive future.

 

Intanto, a livello nazionale, la vicenda si è intrecciata con un nuovo scenario: l’Italia, su impulso europeo, ha avviato tramite ISPRA (Ist.Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) un Programma di esplorazione delle materie prime "critiche e strategiche" che comprende litio, terre rare, grafite, tungsteno, idrotermali e appunto titanio. Nel dossier ISPRA, che indica 14 aree prioritarie, compare anche il deposito savonese, ma la stessa direttrice Maria Siclari ha precisato che l’Istituto opererà come garante della tutela ambientale. Un messaggio che non basta ai territori che vivono questa minaccia da oltre mezzo secolo, ma che almeno riconosce ufficialmente la delicatezza dell’area.

 

Ciò che sorprende, osservando questa storia nel tempo, è la totale asincronia tra un interesse minerario privato e un valore ambientale collettivo. Si parla di sbancare una montagna in un Parco UNESCO, di spostare camion e detriti in una valle fragile, di produrre discariche e modificare la morfologia stessa di un territorio che rappresenta un’eccellenza naturalistica italiana. Tutto questo per una risorsa che, se davvero strategica, dovrebbe spingere lo Stato a cercare soluzioni in contesti compatibili, non certo in uno dei parchi più importanti dell’Appennino ligure.

 

Difendere il Monte Tarinè significa difendere l’idea che la transizione ecologica non può trasformarsi in una corsa al minerale a qualsiasi costo. Non esiste sostenibilità se per ottenere nuovi materiali si sacrifica ciò che resta di più prezioso: il paesaggio, le acque, la biodiversità, il diritto delle comunità a non subire la devastazione in nome del profitto di pochi. Il titanio potrà essere anche strategico, ma niente vale la distruzione di una montagna. È qui che si capisce qual è la vera ricchezza del Beigua.

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