La scomparsa dei ghiacciai non è sconnessa dalle crisi drammatiche che attraversano il presente: "Lì dove c'è il pericolo cresce anche ciò che salva"

Non possiamo ignorare che molte delle barbarie a cui assistiamo affondano le loro radici nei profondi squilibri ambientali, sociali e culturali del nostro tempo. I ghiacciai in ritirata non sono soltanto una perdita geofisica, ma anche una ferita simbolica profonda, che ci riguarda tutti. Prende il via l’anteprima della Carovana dei Ghiacciai 2025

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sabato 2 agosto, dall’Adamello, prende il via l’anteprima della Carovana dei Ghiacciai 2025, la campagna internazionale di Legambiente promossa con CIPRA Italia e il Comitato Glaciologico Italiano. L’evento, a forte valenza simbolica e di respiro internazionale, è organizzato quest’anno in collaborazione con il Club Alpino Italiano.
Questa giornata vuole rappresentare un momento significativo di incontro e visibilità a livello europeo, con la partecipazione delle oltre 80 realtà che hanno già aderito al Manifesto Europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse.
L’obiettivo è dare vita a un momento forte, capace di unire voci, esperienze e visioni diverse attorno a una causa comune: la salvaguardia della criosfera e dei beni comuni ambientali in quota.
Siamo consapevoli che il mondo è attraversato da crisi drammatiche, che spesso appaiono - e talvolta sono - più urgenti del destino dei ghiacciai. Ma non possiamo ignorare che molte delle barbarie cui assistiamo affondano le loro radici nei profondi squilibri ambientali, sociali e culturali del nostro tempo.
In montagna, intanto, sta accadendo qualcosa che ancora pochi percepiscono con chiarezza. Eppure, è proprio nel silenzio che avvolge i ghiacciai in ritirata che si manifesta il segnale di un’assenza più grande. Un vuoto che interroga il nostro rapporto con la natura, con il limite, con la vita stessa. La loro scomparsa non è soltanto una perdita geofisica: è una ferita simbolica, profonda, che ci riguarda tutti.
I ghiacciai, emblemi dei paesaggi alpini e polari, sono parte integrante dell’identità culturale e territoriale di molte comunità. La loro dissolvenza non rappresenta soltanto un danno ambientale: genera smarrimento, malinconia, un senso di fine. Per chi li abita, li studia, li visita, è come assistere alla scomparsa di un intero mondo.
In questo scenario si inserisce una riflessione più ampia: c’è chi sostiene che la crisi ambientale è così profonda da risultare psicologicamente inaccettabile. Forse è proprio questa difficoltà di accoglienza a spiegare perché, di fronte a segnali ormai evidenti, molti scelgano di voltarsi dall’altra parte. Per altri, invece, nasce l’ecoansia.
L’ecoansia è reale. È la sensazione di vivere in un tempo che ci sfugge di mano, la paura per un futuro che non promette più certezze, ma allarmi. È la consapevolezza - sempre più diffusa-che qualcosa di profondo si sta spezzando: ghiacciai che fondono, specie che scompaiono, stagioni che non riconosciamo più.
Ma è possibile trasformare l’ecoansia in energia positiva? Le ricerche suggeriscono di sì: l’ecoansia può diventare un motore per il cambiamento. L’ansia, infatti, tende a diminuire proprio nel momento in cui si passa all’azione. E quando le scelte individuali si intrecciano con percorsi collettivi, possono orientare una vera trasformazione politica.
La transizione ecologica, d’altronde, non può essere ridotta a una semplice variabile tecnica. È una sfida complessa e sistemica, che impone cambiamenti profondi: nei modelli economici, nei sistemi di pensiero, nelle relazioni tra le persone. E soprattutto, richiede il coraggio di immaginare - e costruire insieme - un futuro diverso.
È una sfida antropologica, spirituale, politica, economica. Non riguarda solo l’ambiente, bensì il modo stesso in cui abitiamo il mondo. Come ricordava Papa Francesco, i deserti esistono davvero. E la speranza autentica germoglia solo se qualcuno coltiva. Se qualcuno difende. Se qualcuno lotta.
La scomparsa dei ghiacciai ci interroga nel profondo. È una perdita concreta, e insieme un simbolo potente: ci mostra che il tempo dell’attesa è finito. La vera speranza, oggi, è agire. È scegliere la cura invece dello sfruttamento, il limite invece dell’eccesso, la giustizia invece della diseguaglianza.
La celebre frase di Friedrich Hölderlin - «Lì dove c'è il pericolo cresce anche ciò che salva» - racchiude una delle intuizioni più profonde e paradossali della filosofia e della poesia moderne: proprio nel cuore del pericolo si cela anche la possibilità della salvezza. È una visione che rifiuta la disperazione assoluta e invita a cercare, dentro ogni crisi, i segni di un cambiamento possibile, le tracce di una rinascita.
In questa stessa direzione si colloca il titolo del flash mob del 2 agosto: C’è ancora speranza. Ma la toppa va messa adesso. Una scelta che richiama l’urgenza di agire, ma anche la possibilità concreta di farlo. È importante chiarire che la “toppa” evocata non ha nulla a che vedere con i teli stesi sui ghiacciai - una pratica che da sempre contestiamo, perché utile solo a prolungare la stagione sciistica, non a salvare davvero i ghiacciai.
La "toppa" di cui parliamo è invece un richiamo a un intervento urgente, forse imperfetto o provvisorio, tuttavia necessario. Una risposta concreta, seppur parziale, da attuare subito. Perché la speranza, come ci ricordava Alex Langer, non è un concetto astratto né una forma di consolazione: è una forza attiva e trasformativa, che si costruisce attraverso il dialogo, la riconciliazione, l’impegno civile e la cura del mondo.
È nella fatica quotidiana dell’incontro, nel tentativo di costruire ponti invece che muri, che prende forma quella speranza capace di abitare anche il pericolo. Ed è proprio da qui che vogliamo ripartire.
Da un network che genera speranza: quello costruito attorno al Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e dele risorse connesse. Una rete composta da oltre 80 firmatari - tra ONG, centri di ricerca, aree protette e istituzioni - che collaborano per dare vita a una governance europea dei ghiacciai.
Questa rete multidisciplinare rappresenta una risorsa preziosa per promuovere il dialogo, favorire l’azione condivisa e trasformare l’isolamento in un’opportunità di cooperazione su scala continentale.
Il Manifesto propone una visione trasformativa, in cui l’Europa si assume un ruolo attivo nella difesa di ciò che sta scomparendo: i ghiacciai, intesi come beni comuni globali e simboli viventi della fragilità del pianeta.
Le aree glaciali - spesso considerate "periferie" geografiche - diventano così centro simbolico e strategico di una nuova politica europea. Le Alpi, i Pirenei, i Carpazi, le Highlands scozzesi, i ghiacciai norvegesi, … non sono solo luoghi da salvare, ma territori da cui può prendere avvio una nuova governance climatica multilivello, fondata su prossimità ai territori, co-produzione delle conoscenze e integrazione tra dimensioni scientifiche, culturali e politiche.
In questa prospettiva, i ghiacciai diventano insieme specchio e sentinella: ciò che accade lì prefigura ciò che accadrà altrove. Ed è proprio qui che la speranza può diventare metodo: un metodo partecipativo, decentrato, capace di trasformare la paura del collasso in impegno collettivo per la cura. Una cura intesa non come conservazione passiva, ma come atto attivo, consapevole e condiviso.












