"Per la prima volta ho visto tubi per l'innevamento artificiale arrivare fino al ghiacciaio della Marmolada. Ma è un rincorrere destinato a durare poco: arriverà il momento in cui non basterà più neanche la quota massima"

Lo scorso fine settimana si è tenuta la settima campagna glaciologica partecipata sulla Marmolada promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova. Perché vale ancora la pena effettuare certe misurazioni? Quali riflessioni è ancora in grado di stimolare il ghiacciaio? Ce ne parla il geografo Mauro Varotto, autore del volume "La lezione della Marmolada" (People, 2025)

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Quest’anno non mi aspettavo tutto questo risalto mediatico. Negli anni scorsi ci sono stati ritiri importanti dei ghiacciai, con dati oggettivamente preoccupanti. Stavolta invece il valore medio di arretramento è stato di 7 metri: un dato ormai “normale”, nella media degli ultimi decenni. Purtroppo, per noi che monitoriamo da venti o trent’anni il ghiacciaio, non è un’anomalia: non voglio dire che è poco, 7 metri sono tanti, ma non è nemmeno un dato eccezionale”.
Sabato e domenica 6 e 7 settembre si è tenuta la settima campagna glaciologica partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, che ha visto la collaborazione tra ricercatrici e ricercatori dell’Università di Padova, l’ARPAV Centro Valanghe di Arabba, il Comitato Glaciologico Italiano, nonché studentesse, studenti e cittadini volontari.
A commentare la spedizione a posteriori per noi, c’è Mauro Varotto, geografo e operatore per il Comitato glaciologico italiano. Nell’anno corrente, ha pubblicato il volume La lezione della Marmolada: il secondo della collana firmata L’AltraMontagna.

“Il monitoraggio - ci spiega - è più complesso di quel che sembra e il valore di arretramento è tutt’altro che scontato. Sulla Marmolada abbiamo otto segnali di misura attivi, punti fissi da cui valutiamo lo spostamento della fronte glaciale. Da queste misurazioni ricaviamo una media, perché il ghiacciaio non arretra mai in modo uniforme: in certi punti si ritira di più, in altri meno, a seconda dello spessore, dell’esposizione, della morfologia subglaciale. Il valore medio di 7 metri nasce quindi dalla somma di dati molto diversi: in alcuni punti l’arretramento è nullo, in altri quest’anno è arrivato a 20 metri. Dove il ghiaccio è sottile, il ritiro è più rapido. Dove invece è più spesso può rimanere stabile per qualche anno prima di tornare a ritirarsi. Questo ci dice che i punti cambiano velocità di arretramento a seconda delle condizioni di contesto”.
L’arretramento delle fronti, tuttavia, è soltanto uno degli aspetti da considerare: “Il dato più preoccupante - precisa Varotto - è semmai l’assottigliamento generale degli spessori, unito al restringimento della massa glaciale”.
Tre punti critici emergono dunque dalla recente campagna: l’arretramento delle fronti, che sale sempre più in alto, superando ormai in molti punti i 2800 metri di quota; la generale riduzione di spessore del ghiacciaio a tutte le quote e il restringimento della sua massa in corrispondenza di finestre rocciose affioranti all’interno del ghiacciaio, sempre più estese.

“In realtà stiamo semplicemente assistendo alla scomparsa di una manifestazione fisica (il ghiacciaio) che nelle condizioni climatiche attuali non potrebbe esistere. Da nessuna parte delle nostre Alpi. Per fare un paragone economico: è come se noi, senza guadagnare mai nulla, continuassimo ad erodere il capitale accumulato in precedenza. Questo, ormai, è un trend irreversibile, almeno nel medio periodo. Ma questo non significa che non si debba fare nulla”.

Eppure la questione ghiacciai paga lo scotto di tendere alla ripetitività: pochi dati, sempre in una certa misura sconfortanti, e un profondo senso di impotenza. Per questo forse i rilievi scientifici rischiano di passare ormai inosservati, o di essere accolti come “normalità”, con un senso di fatalistica assuefazione.
“Si tratta di un rischio pericolosissimo - commenta Varotto - perché l’opinione pubblica abituata al sensazionalismo non è più in grado di reagire, o reagisce solo se iperstimolata. A maggior ragione è pericoloso se la politica e le istituzioni, anziché basarsi nelle decisioni su criteri oggettivi di rilevanza, inseguono l’onda emotiva. Per questo è fondamentale il ruolo di una informazione corretta, di una formazione adeguata, e una capacità di azione conseguente, non guidata dal sensazionalismo o dall’emotività del momento”. I resti del ghiacciaio, in questo modo, possono diventare così anche una cartina di tornasole sulla salute del dibattito pubblico.

“Il monitoraggio dei ghiacciai direttamente sul campo non serve solo a quantificare la loro riduzione, che potrebbe essere agevolmente ricavata anche attraverso dati satellitari da remoto. Osservare da vicino il ghiacciaio consente di registrare numerose informazioni supplementari, di osservare l’ambiente circostante, l’impatto antropico, i rifiuti, gli effetti dell’attività umana, in particolare sulla Marmolada, che è uno dei ghiacciai più sfruttati e infrastrutturati delle Alpi”.
Il geografo racconta di aver visto, per la prima volta, tubi per l’innevamento artificiale arrivare fino al ghiacciaio, probabilmente perché i “giorni neve” - cioè quelli in cui la temperatura rimane sotto lo zero e quindi i cannoni per l’innevamento artificiale possono funzionare - sono sempre di meno. Alle quote basse ormai si fa sempre più fatica a produrre neve artificiale, e quindi si sale sempre più in alto. “Ma è un rincorrere destinato a durare poco: arriverà il momento in cui non basterà più neanche la quota massima. Prima di allora sarebbe bene riflettere”.

Le osservazioni dunque non riguardano solo il ghiacciaio, ma anche il rapporto che l’uomo instaura con esso, anche in termini di frequentazione. “A questo proposito, quest’anno ho assistito a una scena sorprendente: un turista ucraino che saliva in monoruota lungo la pista da sci. La strada era dissestata e ripida, ma lui era ben attrezzato, con casco e protezioni. Non aveva paura di cadere”.
“Questo episodio mi ha suscitato almeno due riflessioni. Da un lato, c’è una sorta di indifferenza al dove, evidenziata dal desiderio sempre più diffuso di arrivare in quota senza fare fatica, che sia con funivie o con altri mezzi elettrici: è un modo di frequentare la montagna completamente diverso da quello tradizionale, dove la fatica era parte dell’esperienza e aveva anche un valore formativo. Dall’altro, questi fenomeni forzano o sfidano la definizione stessa del termine “sentiero”, che richiede di essere precisata o ripensata nel momento in cui lo percorrono vengono mezzi diversi: mountain bike, downhill, ora persino monoruota. Ci si deve chiedere che cos’è ancora sentiero e che cosa non lo è più”.
“D’altro canto, se certamente fa impressione vedere un monoruota urbano sul ghiacciaio, non ci rendiamo conto che sono altrettanto - o forse più - fuori luogo in questi ambienti i gatti delle nevi a gasolio che operano quotidianamente per stendere i teli geotermici o preparare le piste da sci invernali. Forse la monoruota, pur caricata con energia elettrica dall’origine imprecisata, è il mezzo più “sostenibile” tra ruspe, pick up, battipista presenti in prossimità delle fronti.
Tutto questo invita a riflettere e a complessificare posizioni fin troppo rigide e unilaterali. Non si tratta di condannare o assolvere, ma di comprendere e aprire a riflessioni più ampie. “Per anni c’è stata una contrapposizione netta tra studiosi e operatori locali, o tra sciatori e non sciatori. Oggi però - sostiene Varotto - anche tra gli stessi operatori degli impianti o tra gli albergatori c’è chi comincia a chiedersi che senso abbia continuare in questa direzione, con l’innevamento artificiale a tutti i costi. C’è la sensazione sempre più diffusa di aver superato il limite, della necessità di ripensare la montagna e ripensarsi. Le posizioni si diversificano anche tra gli stessi sciatori: c’è chi insiste a volere una montagna “bianca a tutti i costi”, e chi decide di rinunciarvi, per ragioni economiche o etiche.

Per concludere, una nota dal sapore agrodolce: “Quest’anno ho visto che molti rifiuti emersi negli anni dal ghiacciaio sono stati raccolti dagli operatori delle funivie e messi in grandi reti, in attesa di essere portati via con l’elicottero usato per il trasporto dei materiali per la pista da sci. Si porta via il ferro vecchio, se ne installa di nuovo. Credo che questo dia un’idea delle contraddizioni che il ghiacciaio è capace di sollevare”.













