Sul più grande ghiacciaio italiano da cento anni riposa l'Ippopotamo: con la sua grande bocca di acciaio e ghisa osserva montagne compromesse dall'aumento delle temperature

L'Adamello è custode di storie che rischiano di scomparire insieme al ghiaccio che fonde. In questa prima Giornata Internazionale dei Ghiacciai, scopriamo il suo passato e riflettiamo sul futuro. Oggi in tutto il mondo verranno pronunciate parole e proclami a tutela dei ghiacciai. Impegniamoci affinché non rimangano messaggi vuoti, ma servano a costruire quella consapevolezza su cui dovrà poggiare il grande cambiamento necessario a contrastare il riscaldamento globale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il Pian di Neve è un luogo ricco di storie. A ben vedere è forse uno dei luoghi più ricco di storie dell’intero arco alpino. Quando si attraversa quel vasto pianoro glaciale - tra i pochi luoghi delle Alpi dove si respira un’atmosfera arricchita da una sfumatura artica - le punte dei ramponi mordono la superficie di un ghiaccio vecchio e massiccio. Al centro del Pian di Neve lo spessore della massa gelata sfiora infatti i 300 metri. È un valore da primato, almeno per il versante alpino italiano. Per un ghiacciaio e, soprattutto, per un ghiacciaio alpino, 300 metri di spessore sono molti. Se esistesse un pozzo che attraversasse il Pian di Neve, un sassolino lasciato cadere al suo interno impiegherebbe 8 secondi per arrivare sul fondo.
Tanto ghiaccio ha impiegato millenni per accumularsi e dare vita a quello che è il più grande ghiacciaio italiano. Se conoscete l’Adamello saprete infatti che il Pian di Neve altro non è che la parte alta e pianeggiante del ghiacciaio che ammanta la possente montagna delle Alpi Retiche Meridionali. Deve il suo nome alla dolce pendenza che lo contraddistingue. Salendo dalla lingua del Mandrone -la propaggine del ghiacciaio dell’Adamello che si spinge verso il Trentino e la Val di Genova- si sale guadagnando quota a intervalli regolari. Un pianoro nei dintorni della fronte del ghiacciaio, un primo cambio di pendenza, poi il versante si addolcisce e infine torna a inclinarsi, chiedendo respiri sempre più profondi a chi sale.
Tutto cambia non appena la lancetta dell’altimetro supera la fatidica soglia dei 3000 metri (ebbene sì, mi piace ancora portare con me un vecchio altimetro barometrico, utile per conoscere la quota e seguire le bizze del tempo). Superata l’ultima ripida rampa del Mandrone l’orizzonte si apre su una distesa bianca che abbraccia le cime più alte del massiccio. A destra l’Adamello, ammantato da una coltre glaciale che pare un’onda bloccata dal gelo e che sfiora la massima elevazione della cima. A sinistra Cresta Croce che invece è il culmine di una spina di granito che emerge dal ghiaccio e arriva fino alla vetta. Lassù riposa da cento anni l’Ippopotamo. Certo non si tratta di un esemplare del grande mammifero fluviale che ha in qualche modo sbagliato strada, tutt’altro. L’Ippopotamo è un grande cannone che fu trasportato lassù a prezzo di immani fatiche da centinaia di alpini: il cannone più alto della prima guerra mondiale. Ancora oggi con la sua grande bocca di acciaio e ghisa osserva montagne e ghiacciai e ci ricorda quei giorni.
E questa è una parte importante delle storie intrappolate nel ghiaccio del Pian di Neve. Oggi arrivano lassù alpinisti e alpiniste intente a realizzare le proprie avventure e a godere della bellezza dell’alta montagna. Al tempo dell’Ippopotamo erano soldati e animali, mandati in alto, dove la neve non scompare mai, a combattere e a morire per le bombe e il freddo, sotto alle valanghe o consumati dalle malattie. Non sono molti i luoghi dove la nostra storia e quella dei ghiacciai si sono intrecciate così profondamente, e così disperatamente. Intorno al ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane, le rocce sono intrise di storia e sacrificio. In questi tempi è bene ricordare a quali storture possa portare la guerra: trasformare un ghiacciaio in un campo di battaglia mortale. Qualcosa di assurdo che è però successo davvero e al prezzo di tante vite.
Non è però solo la storia della prima guerra mondiale ad essere raccontata dal Pian di Neve. In quei 300 metri di ghiaccio si nascondono secoli di storia climatica e ambientale delle Alpi Centrali. Infinte nevicate hanno portato con sé impercettibili segnali fisici e chimici che si sono poi cristallizzati nella massa ghiacciata. A garantire l’accumulo di uno spessore così formidabile di ghiaccio è stata la topografia del letto roccioso. Sotto al Pian di Neve si nasconde un catino sbarrato a valle da una soglia che funge da barriera e ha permesso al ghiaccio di raggiungere il suo incredibile spessore e mantenere pendenze ridotte.
Nel 2021 abbiamo estratto una carota proprio dal centro del Pian di Neve. Duecentoventuno metri di ghiaccio. Sulle Alpi mai era stata ottenuta una carota tanto lunga. Gli studi dei campioni di ghiaccio sono in corso, ma tra quegli strati si nasconde l’evoluzione climatica di centinaia di anni. I dati preliminari suggeriscono che potremmo forse andare anche più indietro nel tempo e coprire alcune migliaia di anni. E anche le vicende della prima guerra mondiale hanno lasciato con tutta probabilità una loro impronta nel ghiaccio. Certamente non dovete immaginare che siano stati trovati bossoli, proiettili o resti umani. Le tracce sono forse meno appariscenti ma riescono comunque a raccontare qualcosa di quei giorni. Spore, segni di frequentazione animale, microscopici resti vegetali, metalli pesanti. Tutti elementi che su un ghiacciaio remoto non dovrebbero comparire. Quando i dati saranno completi sarà possibile ricomporre il puzzle nascosto negli strati di ghiaccio e conoscere la storia del grande ghiacciaio e di chi lo ha frequentato.
Non è però tutto ghiaccio quello che luccica. Arriviamo alla parte preoccupante della storia raccontata dal Pian di Neve. Quando nel 2021 eravamo al Pian di Neve per perforare il ghiacciaio i nostri scarponi poggiavano su un ghiaccio che risaliva al 1990. Il ghiaccio che avrebbe dovuto accumularsi tra il 2021 e il 1990 era scomparso, fuso come neve al sole. A dirlo è stato l’impercettibile ticchettio della radioattività naturale che ha permesso di datare il ghiaccio superficiale insieme ad altri strumenti geochimici. Ci aspettavamo che la superficie non potesse essere “moderna” perché al Pian di Neve sono sempre più frequenti gli anni durante i quali tutta la copertura nevosa viene persa, lasciando il ghiaccio in balia del calore estivo. Quando succede questo si dice che il bilancio di massa diventa negativo: il ghiaccio perso supera quello prodotto dalle nevicate. E se il bilancio è negativo il ghiacciaio perde spessore e metri di storie paleoclimatiche. Certo però non ci aspettavamo che già nel 2021 avessimo perso 40 anni di ghiaccio. E intanto si sono susseguite due estati particolarmente deleterie per i ghiacciai alpini -2022 e 2023- e diversi (altri) metri di ghiaccio se ne sono andati per sempre.

Aver recuperato la carota di ghiaccio è stato provvidenziale per salvare la parte più recente di storia intrappolata nel ghiaccio del Pian di Neve. Nei prossimi decenni il cambiamento climatico farà il suo corso e il ghiacciaio dell’Adamello, come tutti i ghiacciai alpini in realtà, continuerà il suo declino. Acqua, storie, vita, stabilità dei versanti. Questi sono solo alcuni dei servizi ecosistemici che perderemo insieme al ghiaccio.
Non voglio però concludere con questa sfumatura negativa, soprattutto non voglio farlo proprio oggi che è la prima giornata internazionale dedicata ai ghiacciai e alla loro tutela. Non posso però nemmeno fingere un ottimismo che suonerebbe fuori luogo. Cercherò quindi di essere realista, riportando i risultati dei più recenti e aggiornati studi scientifici.
I modelli indicano con un buon grado di certezza che buona parte dei ghiacci alpini scomparirà entro la fine del secolo e questo al netto dell’impegno a ridurre le emissioni di carbonio. La loro condizione è ormai troppo compromessa. La maggior parte dei ghiacciai delle Alpi ha infatti quasi completamente perso la capacità di produrre nuovo ghiaccio e senza nuovo ghiaccio un ghiacciaio non ha futuro. Questo non significa però che non ci sia nulla da fare. Non è certo questo il momento di abbandonarsi all’inazione, o peggio, alla disperazione. Quegli stessi modelli dicono che riducendo le emissioni di gas climalteranti in modo sostanziale potremmo salvare una frazione rilevante dei ghiacciai di montagna sparsi sulle montagne della Terra. Per questo c’è ancora (poco) tempo.
Volere è potere. La speranza è che questa giornata non si trasformi nell’ennesimo simbolo vuoto di cui nessuno ha bisogno. Oggi tutti parlano di ghiaccio e ghiacciai, dopodomani cosa succederà? Abbiamo bisogno di una rinnovata consapevolezza dell’importanza che i ghiacciai rivestono per il pianeta e per tutti noi. Forse la giornata internazionale dei ghiacciai favorirà questa presa di coscienza. Non solo, auguriamoci anche che da tale consapevolezza scaturisca un sincero desiderio di rinnovamento e cambiamento. Non è infatti possibile pensare di salvare i ghiacciai senza mettere in discussione almeno un pezzetto delle nostre esistenze e della quotidianità che diamo per scontata. Per combattere il cambiamento climatico, tutto conta.
Fotografia in apertura a destra del Gruppo Alpini Salce, a sinistra di Giovanni Baccolo













