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Ambiente | 31 agosto 2026 | 18:16

"Meno caccia F-35 e più Canadair", ma l'Italia ha già la flotta di aerei antincendio più numerosa al mondo: ha senso acquistarne altri per contrastare i "nuovi incendi"? 

"Non basta invocare più mezzi, più tecnologia salvifica, più armate stagionali. Occorre invertire la rotta, ripartire dalla gestione del territorio". Durante i numerosi incendi che hanno caratterizzato, da nord a sud, questa torrida estate, in tantissimi hanno invocato a gran voce la necessità di disporre di "più Canadair". Ma davvero l'Italia ha pochi aerei antincendio? Ed essi sono realmente efficaci per spegnere i nuovi grandi incendi che stiamo sperimentando?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Ci vorrebbero più Canadair"

 

"Meno F-35 e più Canadair"

 

"Dotiamo le Regioni di flotte di Canadair"

 

Durante i numerosi incendi che hanno caratterizzato, da nord a sud, questa torrida estate, sono stati in tantissimi - comuni cittadini, associazioni, persone note e persino politici - a chiedere a gran voce un investimento maggiore sui Canadair, strumenti ritenuti salvifici, nell'immaginario collettivo, per contrastare le fiamme di qualsiasi tipo.

 

Ma è davvero acquistando più Canadair che si potrebbero contrastare efficacemente i "nuovi incendi", nel clima che cambia e nella vegetazione che si espande in aree rurali abbandonate? Lo abbiamo chiesto ad un grande esperto del tema: Vittorio Leone, già Ordinario di Protezione dagli incendi boschivi presso l'Università della Basilicata e ora studioso attivo nelle Accademie di Scienze Forestali e dei Georgofili.

 

Iniziamo dalle basi: che cos'è un Canadair?

 

"Il  Canadair", spiega Leone, "è un aereo anfibio bimotore ad elica e ad ala alta, espressamente prodotto per l'attività antincendio dal 1967 dall'azienda canadese Canadair, poi dalla Bombardier Aerospace dagli anni novanta, dalla Viking Air Limited a partire dal 2016, e dalla De Havilland, che ne ha recentemente ripreso la costruzione. Apparso come Canadair 215, è stato modificato in altre versioni successive quali la 215T, la CL 415 con motore a turboelica, e prossimamente dal DHC 515 con le prime consegne nel 2027. Ne sono stati realizzati in tutto 225 esemplari, di cui 170 ancora in uso: buona parte di essi è schierata tra Portogallo, Spagna, Francia e Italia, che ha la flotta più numerosa al mondo, con 18 esemplari di cui 15 operativi a turno nel 2026, tutti del tipo CL 415. Uno di essi è andato purtroppo distrutto nel 2022 nel tragico incidente di Linguaglossa (Sicilia)".

 

L'Italia, quindi, è già dotata, molto più di altri Paesi, di una flotta consistente di questi velivoli (oltre a decine di elicotteri che fanno parte dei sistemi antincendio regionali). Gli aeromobili sono schierati presso le basi permanenti di Genova, Roma e Lamezia Terme, quindi distribuiti in modo omogeneo sul territorio nazionale. Il nostro Paese, inoltre, ha recentemente ordinato due DHC 515, con consegne previste nel 2029 e 2030, per un importo di spesa nell'ordine di 99 milioni di euro. La gestione di una flotta aerea del genere comprende attività molto complesse, quali le basi di schieramento e rimessaggio, la manutenzione programmata ordinaria e straordinaria, la disponibilità di pezzi di ricambio, gli equipaggi, la logistica, le certificazioni, la gestione operativa. Si tratta, secondo Leone, di oneri evidentemente fuori della portata di una singola Regione, per quanto dotata di budget adeguati. "Gestire questi mezzi aerei a livello regionale, come spesso richiesto dall'opinione pubblica", spiega, "non comporta gli stessi problemi dei fuoristrada o di altri mezzi speciali".

Ma come funziona operativamente il Canadair?

 

"L'aereo", spiega Leone, "è in grado di ricaricare dinamicamente quattro serbatoi ventrali scivolando ad una velocità di circa 130 km/h su una superficie di acqua dolce o salata, senza ostacoli, per una lunghezza di circa 410 metri, su acqua profonda almeno 2 metri. Il Canadair può oggi riempire il serbatoio di 6.137 litri in 12 secondi e l'acqua può essere mescolata a schiuma o ritardante, utili a frenare la combustione della vegetazione. Il velivolo opera da una quota tra i 30 e i 40 metri dal suolo e alla velocità di circa 170 km/h, sganciando acqua contemporaneamente dai quattro serbatoi (modalità SALVO) o aprendoli in sequenza (modalità TRAIL). L'impronta complessiva bagnata al suolo è di 400 metri per 30-45 metri, con maggiore concentrazione in una fascia di impatto standard di circa 100-120 metri di lunghezza per 20-25 metri di larghezza, pari a 2.500 metri quadri. Su questa superficie cadono 2,45 litri al metro quadrato, da ridurre a 2,40 al netto delle perdite per evaporazione e dispersione nella caduta. Poiché l'azione di estinzione avviene attraverso il processo di rapida evaporazione dell'acqua che determina sottrazione di energia, il dato dell'efficacia dello sgancio da parte di un Canadair 415 è ragionevolmente quello della sottrazione di energia che avviene nella
evaporazione rapida di 2,4 litri di acqua".

 

Tutti questi numeri portati dal Prof. Leone non sono soltanto dettagliate curiosità. Essi permettono agli esperti di calcolare la reale efficacia dei grandi aerei antincendio gialli e rossi.  

 

"I pochi dati di letteratura parlano di efficacia dei Canadair su incendi con intensità di 3.000 kW/m, 5.000 kW/m nel caso di sgancio di acqua e ritardante", sottolinea Leone. "Questo valore corrisponde ad incendi con altezza di fiamma di 3 metri circa". Un'altezza abbondantemente superata da tanti degli incendi registrati in questa estate. 

 

Secondo l'esperto, quindi, si potrebbe affermare realisticamente che il Canadair è "un mezzo efficiente" (rifornimento rapido e intervento tempestivo, ovviamente in funzione della distanza tra base di schieramento, luogo dell'intervento e specchio d'acqua su cui ricaricarsi), ma al tempo stesso "relativamente poco efficace", poiché può operare con successo esclusivamente su focolai di intensità medio bassa.

 

E arriviamo quindi al cuore della questione: aumentare in modo considerevole la flotta nazionale di Canadair, come in tanti hanno chiesto a gran voce tra luglio e agosto, aiuterebbe concretamente la capacità di spegnimento in caso di grandi incendi?

 

"La richiesta di più Canadair ritorna periodicamente", racconta Leone, "con la frequente proposta di destinare le somme per l'acquisto degli F-35 (circa 80 milioni di dollari ad esemplare per il modello a decollo convenzionale) e chiedendosi, ad esempio: 'Come mai in Italia ci sono solo 19 Canadair mentre si vorrebbero avere 115 F-35? Dovremmo investire sulla vita e non sulla morte'. Seppur ragionevolmente comprensibile, questa accorata richiesta non tiene conto della nuova realtà degli incendi che sta caratterizzando gli ultimi anni e che è esplosa in questa drammaticamente torrida estate 2026, in cui gli incendi dell'Europa mediterranea hanno raggiunto dimensioni mostruose e superato soglie impensabili fino a ieri".

 

"Come hanno spesso affermato illustri specialisti con grande esperienza operativa (come Giuseppe Mariano Delogu per l'Italia, spesso intervistato da L'Altramontagna, e Marc Castellnou per la Catalogna)", spiega Leone, "è preoccupante constatare che, a scala europea, la 'nuova normalità' sarà quella di un numero crescente di incendi estremi. Questi incendi, chiamati tecnicamente EWE - Extreme Wildfire Events, superano la capacità di controllo. Per definizione, sono eventi piroconvettivi (per intendersi, tempeste di fuoco), con intensità maggiori di 10.000 kW/m, velocità di propagazione maggiore di 3 km/h e distanza di spotting (fuochi secondari nati per salto di faville) maggiore di 1 km. Pertanto i mezzi arerei, con le modeste prestazioni appena descritte, sono efficaci soltanto sul 3-5% del potenziale range di variabilità dell'intensità degli incendi più temibili".


Canadair in azione durante il recente incendio del Monte Amariana, in Carnia

Per dare un'idea degli incendi estremi in Europa nel 2026, Vittorio Leone cita l'incendio della Gironda, in Francia: "In meno di 24 ore il fuoco ha devastato oltre 3.100 ettari di vegetazione con fiamme alte fino a dieci metri (un'intensità stimata dell'ordine di 30.000 kW/m)".

 

"Per spegnere queste fiamme", evidenzia l'esperto, "su un ettaro di territorio sarebbero stati necessari circa 2 milioni di litri d'acqua ogni ora! Nessun mezzo aereo può garantire efficace risposta ad incendi di questo tipo".

 

Attenzione: questo non significa affatto che gli elicotteri e gli aerei che osserviamo operare negli incendi siano allora completamente inutili. Il loro utilizzo può aiutare a frenare l'avanzata delle fiamme, a intervenire in luoghi remoti e a supportare le squadre a terra, ma non è risolutivo di fronte a eventi con intensità elevate. Prima di invocare "più Canadair", insomma, occorrerebbe fare i conti con la complessità di tutte le componenti dei sistemi antincendio e con un'approfondita analisi costi-benefici. 

 

"Non basta invocare più mezzi, più tecnologia salvifica, più armate stagionali", spiega quindi Leone, "occorre invertire la rotta: non è solo il cambiamento climatico che costruisce i mostri che abbiamo visto nell'estate in corso, ma è l'abbandono e la non gestione rurale del territorio, il progressivo spopolamento e il non uso delle risorse naturali, che occorre limitare".

 

Secondo Leone servirebbe, parallelamente, anche porre la massima attenzione alle modalità con cui gli incendi si sono verificati, che in molti casi (per esempio nel Salento e nel Parco dell'Alta Murgia in Puglia) hanno: "Ripetutamente assunto i sinistri caratteri del piroterrorismo, una nuova realtà di cui nessuno parla, tanto meno la stampa, affezionata alla tranquillizzante banalità dei piromani o dall'autocombustione. Lo studio delle aree percorse fornisce l'idea di una pianificazione della distruzione eseguita puntualmente, dietro cui è lecito ipotizzare la mano della criminalità organizzata".

 

Anche Vittorio Leone, come numerosi altri esperti d'Italia, d'Europa e del mondo, spiega, insomma, che di fronte ai nuovi incendi sia necessario un netto cambio di paradigma, che oltre alla lotta preveda investimenti anche su tanto altro. Ma cosa, in particolare?

 

"A fronte del moltiplicarsi di incendi caratterizzati da valori estremi di intensità, velocità di propagazione e distanza di insorgenza di fuochi secondari", spiega Leone, "l'attività di estinzione non può avere alcuna efficacia, poiché essi superano la soglia critica di 10.000 kW/m. Il nostro paese è potenzialmente soggetto a tali eventi, a fronte dei quali nessun contributo può essere fornito dall'attività dei mezzi aerei che effettuano water bombing. Nell'impossibilità di interventi efficaci, l'unica alternativa è quella di incrementare l'attività di prevenzione, riducendo la vulnerabilità del territorio e aumentando la resilienza delle persone e dello spazio agricolo. Nel paradigma della prevenzione, l'impostazione oggi esclusivamente basata sulla soppressione delle fiamme deve essere modificata con un crescente peso delle attività di prevenzione mirate a ridurre le possibilità che un incendio possa verificarsi e, nel caso ciò avvenga, a contenerne e minimizzare le conseguenze. Aspetti che sono del tutto assenti nel paradigma della sola estinzione, che è puramente diretta ad agire sui sintomi del problema, senza influire sulle cause".

 

La prevenzione si articola in un ampio spettro di iniziative, che il Prof. Leone tiene a sottolineare puntualmente: "Ridurre il carico di combustibile nelle zone a maggior rischio, perché ridurre la quantità di biomassa significa ridurre l'energia accumulata al suolo che alimenta gli incendi in caso di loro occorrenza; creare soluzioni di discontinuità di ampi spazi omogenei per copertura vegetale, mediante viali parafuoco sistematicamente mantenuti e viabilità di servizio; rafforzare la resilienza delle aree boscate, mediante interventi colturali che aumentino la capacità di opporsi efficacemente al passaggio del fuoco, soprattutto negli impianti di origine artificiale (potature, diradamenti, inter­venti localizzati di riduzione della biomassa mediante fuoco prescritto, decespugliamenti localizzati ecc.); rafforzare la resilienza della società direttamente esposta alla minaccia del fuoco, oggi limitata al ruolo di spettatore inerte e passivo. Ciò significa dotarla, mediante la formazione e l'informazione, della capacità di organizzarsi e attuare non solo le misure di prote­zione a livello di spazio individuale, ma anche di attuare i primi interventi di estinzione a supporto delle strutture operative, collaborando con esse".

 

Leone mette infine in evidenza un ultimo punto chiave, che ha a che fare con la nostra cultura e che potrebbe sembrare un paradosso: "Recuperare e rafforzare il sapere tradizionale di uso del fuoco e riconoscere il ruolo positivo delle fiamme come mezzo di gestio­ne". Ciò significa, in un clima di paura e terrore crescente rispetto agli incendi, non vietare e non demonizzare l'uso del fuoco nella gestione del territorio, purché sia svolto con tecniche sicure ed efficaci da personale adeguatamente formato (ad esempio attraverso le attività di fuoco prescritto per diminuire la biomassa in aree a rischio e creare discontinuità). Senza dimenticare, come sottolinea in chiusura l'esperto, di "colmare il vuoto di conoscenza che tuttora si registra sulle cause degli incendi, che rischia di vanificare ogni tentativo di prevenzione basato sulla modifica di comportamenti di chi abita nelle zone a rischio".

"Più Canadair" è stata la richiesta, del tutto comprensibile, di una società terrorizzata ma al tempo stesso ignara del funzionamento reale dei sistemi di antincendio boschivo. Ma come abbiamo sottolineato più volte, anche in altri contesti, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi: occorre esserne consapevoli, per pensare e agire di conseguenza.

 

Se la nostra visione del "bombardiere buono" che ci salva dal fuoco sempre e comunque è, come abbiamo analizzato grazie a Vittorio Leone, molto lontana dalla realtà, occorre allora iniziare a comprendere le potenzialità di quella "gestione integrata" che, come ha ben spiegato Luca Musio sulla rivista specializzata Sherwood, è la soluzione riconosciuta a livello internazionale come più efficace nell'attuale contesto climatico, ambientale e sociale: "Prevenzione e preparazione (pre-incendio), lotta attiva (risposta) e ricostituzione post-incendio. Un approccio che implica pianificazione strategica, educazione della comunità e gestione forestale attiva, riducendo l'infiammabilità attraverso interventi mirati sulla vegetazione".

 

 

Foto (in ordine di apparizione): Maarten Visser, Rocco Pier Luigi, Luigi Torreggiani, Marco Pomella

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