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Ambiente | 30 marzo 2026 | 18:00

Nascosto nel massiccio del Canin riposa il ghiaccio della Piccola Età Glaciale. Scoperta l'origine tramite isotopi radioattivi, questo scrigno del passato oggi rischia di scomparire

Grazie alla tecnica di datazione ad argon-39, utilizzata per la prima volta al mondo su un deposito di ghiaccio sotterraneo, si è scoperta l'età della calotta sepolta nel Monte Leupa. Ora questo ghiacciosi sta rapidamente fondendo a causa del riscaldamento climatico: assistiamo ovvero alla scomparsa di archivi paleoambientali unici, capaci di conservare informazioni sulle condizioni climatiche del passato

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Un deposito di ghiaccio nascosto all’interno di una grotta delle Alpi Giulie si è formato alla fine della Piccola Età Glaciale, tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. È quanto emerge da un nuovo studio internazionale pubblicato sul Journal of Glaciology (Cambridge University Press), che per la prima volta ha applicato una tecnica innovativa basata sull’isotopo radioattivo argon-39 per datare il ghiaccio presente in una cavità carsica alpina.

 

Lo studio, guidato da Renato R. Colucci, Primo Ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e docente di glaciologia presso l’Università degli Studi di Trieste, riguarda un deposito di ghiaccio presente nella grotta di ghiaccio del Monte Leupa, situata nel massiccio del Canin nelle Alpi Giulie.

 

"L’area del Canin, riserva Mab Unesco del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, e le Alpi Giulie in genere, si confermano un prezioso laboratorio ambientale per lo studio degli effetti delle variazioni climatiche antiche e recenti sulla criosfera", spiega Colucci. "Guidare un gruppo di ricerca internazionale così autorevole è stato un onore ed un onere particolarmente significativo e remunerativo in termini scientifici."

 

Le grotte di alta quota possono conservare infatti depositi di ghiaccio sotterraneo che rappresentano archivi naturali preziosi delle condizioni climatiche del passato. Tuttavia, per poter interpretare questi archivi è fondamentale disporre di una cronologia affidabile. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno applicato per la prima volta a un ghiaccio di grotta la tecnica di datazione con argon-39, basata sull’Argon "Trap Trace Analysis", sviluppata presso l’Università di Heidelberg in Germania.

 

I risultati ottenuti sono stati confrontati con altri indicatori indipendenti quali l’analisi dei pollini intrappolati nel ghiaccio, la datazione U-Th (Uranio-Torio) di calcite criogenica presente nel deposito e la datazione radiocarbonica (¹⁴C) della frazione organica insolubile contenuta nel ghiaccio. Questo approccio combinato ha permesso di ricostruire con buona precisione l’età del deposito.

 

"Per la prima volta al mondo abbiamo potuto testare il nostro metodo innovativo di datazione con argon-39 su un deposito di ghiaccio sotterraneo", commenta Werner Aeschbach, professore all’Institute of Environmental Physics, Heidelberg University (Germania). "I risultati ottenuti sono estremamente promettenti per lo studio di molti altri archivi di ghiaccio naturali".

 

Le analisi indicano che il ghiaccio si è formato verosimilmente tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, cioè alla fine della Piccola Età Glaciale, una fase più fredda dell’Olocene che ha caratterizzato il clima europeo tra il 1260 e la metà dell’Ottocento. Secondo i ricercatori, il risultato è legato all’evoluzione del permafrost nelle rocce del massiccio del Canin.

 

Durante la fase più fredda della Piccola Età Glaciale, la roccia del sistema carsico era probabilmente perennemente congelata, impedendo o limitando fortemente la circolazione dell’acqua all’interno delle fratture ed inibendo quindi lo stillicidio. Solo con l’inizio di un parziale scongelamento del permafrost la roccia ha iniziato a permettere la percolazione dell’acqua, che in un ambiente ancora freddo ha poi formato il deposito di ghiaccio nella grotta.

Oggi questo ghiaccio sotterraneo sta rapidamente scomparendo a causa del riscaldamento climatico. La perdita di questi depositi non rappresenta solo un fenomeno locale: significa anche la scomparsa di archivi paleoambientali unici, capaci di conservare informazioni sulle condizioni climatiche del passato.

 

La fusione del ghiaccio sotterraneo potrebbe inoltre avere implicazioni per la circolazione dell’acqua nei sistemi carsici alpini, con possibili effetti sulla disponibilità futura delle risorse idriche sotterranee.

 

La ricerca è stata realizzata nell’ambito del progetto C3 – Caves, Cryosphere and Climate, finanziato dalla Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano attraverso il proprio gruppo speleologico, la Commissione Grotte Eugenio Boegan, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dalla Austrian Science Fundation, dalla German Science Foundation e dalla Società Meteorologica Alpino-Adriatica.

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