Per creare una pozza d'acqua per le vacche è necessario un palo con attaccato un blocco di sale. Da un'antica tecnica nasce uno degli elementi cardine di molti paesaggi montani

"Una vacca in alpeggio beve da 50 a 80 litri d'acqua al giorno". In quei piccoli laghetti, che spesso incontriamo nelle nostre passeggiate alpine e prealpine, c'è il segreto di un equilibrio millenario tra allevamento e territorio. A raccontarci come vengono realizzati è Gianni Rigoni Stern, già funzionario dell'Ufficio Agricoltura e Foreste della Reggenza dei Sette Comuni

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Capita a volte di incontrare saperi e tecniche che sanno stupirci per la loro semplicità ed efficacia. Intuizioni pragmatiche, tagliate su misura per un determinato contesto, nate per rispondere a delle precise problematiche. Qualcosa che – per chi non vive quel genere di quotidianità – assomiglia a un lampo di genio.
Questa è la sensazione che abbiamo provato noi de L'Altramontagna a malga Dosso di Sotto, quando Gianni Rigoni Stern, dottore forestale oggi in pensione, già funzionario dell'Ufficio Agricoltura e Foreste della Reggenza dei Sette Comuni, ci ha raccontato come viene costruita una pozza d'acqua per le vacche.
Questi invasi, che caratterizzano il paesaggio altopianese, contengono una ricchezza ben nota ad agronomi, biologi e soprattutto ai malghesi. Tuttavia, affinché i non addetti comprendano la funzione di queste pozze, è bene fare una breve premessa.
Le vacche al pascolo necessitano di molta acqua. La quantità dipende chiaramente dalla razza e, in generale, dalla dimensione. "Una frisona ha esigenze maggiori rispetto a una rendena o a una grigia, mentre una via di mezzo sono la bruna e la pezzata rossa". Non solo - spiega Rigoni Stern - dipende anche dal tipo di erba di cui si nutrono: "Se è erba fresca, ricca d'acqua, una parte dell'acqua la assumono direttamente dall'erba. Se invece è erba di fine stagione, secca, hanno bisogno di una maggiore quantità d'acqua".
Ad ogni modo, una vacca in alpeggio beve da 50 a 80 litri d'acqua al giorno.
Chiaramente, più la malga è grande e più ha bisogno di pozze, perché bisogna evitare di far percorrere troppa strada agli animali, per preservarne l'energia. "Normalmente, in una malga ci sono tre, quattro, cinque pozze, a seconda della dimensione". Le malghe dell'Altipiano dei Sette Comuni, che si avvicinano agli 80-100 ettari di superficie, mediamente hanno almeno tre o quattro pozze, distribuite per essere accessibili da tutto l'areale di pascolo.
In Altipiano, dove il suolo non ha acqua di scorrimento, non ci sono ruscelli e non ci sono sorgenti. Il tipo di suolo è calcareo: particolarmente permeabile all'acqua meteorica, ed è necessario dunque realizzare queste pozze perché l'acqua si accumuli senza filtrare nel sottosuolo.
Ma veniamo al punto: come viene costruita una pozza d'acqua per le vacche?
Innanzitutto bisogna individuare un'area dove l'acqua che scorre lungo i pendii va a convergere in modo spontaneo, soprattutto quando si verificano intensi fenomeni temporaleschi oppure quando la neve inizia a fondere. "Spesso ciò accade di fianco alle strade o alle strade forestali, dove l'acqua scorre più facilmente quando c'è il temporale: a partire da queste si scavano delle canalette che portano l'acqua all'interno delle pozze".
Individuata la posizione, tali pozze si realizzano scavando una buca semisferica profonda circa un metro e ottanta al centro della pozza. La larghezza e il diametro variano a seconda dell'idrologia del suolo: "In genere si parla di almeno un diametro di 15 metri e, se possibile, anche di più, arrivando fino a quasi 30 metri di diametro". Oggi, naturalmente, si usano gli escavatori: un tempo avveniva tutto a mano.
Dopodiché si cerca di pareggiare il suolo il più possibile, per poi stendere l'argilla a mo' di isolante. "Una volta - racconta Gianni Rigoni Stern - quest'argilla venivano miscelata insieme a foglie di faggio, che rendevano tutto più compatto e conferivano maggiore impermeabilità. Si realizzava un impasto, poi veniva steso e battuto. Oggi, per migliorare l'impermeabilità, si aggiunge della polvere di caolino o della bentonite, un'argilla in polvere che una volta bagnata si gonfia e diventa impermeabile".
È sempre l'esperto altipianese a raccontarci come, in passato, per battere l'argilla si usasse un palo con due manici e un grosso blocco di ferro alla base, che si alzava e lasciava cadere a terra pesantemente. Oggi, invece, in genere ci si serve del cingolato di un escavatore, passandovi sopra più e più volte. Lo strato di argilla deve essere almeno di 30 centimetri.
"Fatto questo lavoro, si metteva al centro un palo con un blocco di sale. Perché? Perché le vacche vanno a leccare il sale naturalmente".
In effetti, la loro dieta di erba e foraggi contiene pochissimo sodio. Le vacche, avvertendo questa carenza, cercano il sale per ristabilire l'equilibrio minerale, con effetti benefici sulla digestione e sul funzionamento di muscoli e sistema nervoso. Ma cosa c'entra con la nostra pozza?
"Il palo – continua Rigoni Stern – dev'essere alto un metro e mezzo. Così le vacche entrano per leccare il blocco di sale, e, con il loro massiccio calpestio, chiudono tutte le fessure che si creano nell'argilla. In questo modo, la pozza non rischia di perdere e conserva con maggiore efficacia l'acqua al suo interno".
Come spesso accade nel mondo dell'agricoltura e dell'allevamento, ogni cosa ha il suo tempo. I periodi ideali per costruire le pozze sono l'autunno e la primavera, quando piove tanto, in modo da approfittare dell'abbondanza d'acqua.
Una volta piena, la pozza diventa presto un ecosistema. Le vacche, andandovi a bere, defecano e urinano all'interno, col rischio di contaminazione dell'acqua. A fare da "depuratori" però, sono tutti gli organismi e microorganismi che nel frattempo si sono trasferiti all'interno della pozza. Girini, salamandre, tritoni crestati: un vero e proprio ecosistema, appunto, che – fino a quando l'acqua rimane in quantità adeguate – vive in equilibrio.
Il problema nasce quando arrivano i periodi secchi, in cui non piove per molti giorni. Così le pozze si restringono, si abbassa il livello, e le deiezioni più concentrate rischiano di contaminare l'acqua stagnante.
"Quest'anno, in alcune aree dell'Altopiano, soprattutto nelle malghe basse esposte a sud, ci sono state situazioni problematiche. Quando le pozze si seccavano, in genere venivano rimpinguate con l'autobotte, che scarica 13-14 metri cubi al suo interno. Altri invece avevano organizzato una serie di abbeveratoi per portare a bere le vacche".
"Quello che ci hanno lasciato in eredità i nostri vecchi malgari è un patrimonio di pozze diffuse su tutto l'altipiano. Ma è un patrimonio che richiede enorme cura". Nel tempo queste, si riempiono di materiale che viene trasportato dall'acqua, ragion per cui ogni quattro-cinque anni bisogna pulirle: "In autunno si svuota la pozza, si estrae il materiale che progressivamente è andato depositandosi, si ribatte il fondo e si rifà di nuovo tutta l'operazione".
Quella descritta da Rigoni Stern è una pratica antica. Oggi, però, esistono anche delle alternative: soprattutto bacini di raccolta d'acqua, che attraverso delle tubazioni sono collegati ad abbeveratoi situati più a valle.
"Ogni malga ha la sua storia e le sue esigenze", conclude Rigoni Stern. "Negli alpeggi del Lagorai, di là della Valsugana, hanno acqua di scorrimento a sufficienza per tutto l'anno e dunque non hanno grossi problemi di pozze, perché le vacche vanno a bere in questi rigagnoli che scendono a valle. Lo stesso si dica per i pascoli in Cansiglio. Invece in Lessinia hanno gli stessi problemi che abbiamo noi, e quindi adottano pozze simili alle nostre".












