Un elemento "tipico" del paesaggio alpino: le vasche da bagno. Ma che ci fanno lassù? A cosa servono? Ne parliamo con un'esperto di Alpicoltura

Vecchie vasche casalinghe disseminate nei pascoli di montagna. Quanto sono diffuse? Che ruolo hanno nel delicato equilibrio del sistema pastorale? Non rappresenteranno un rischio per la salute degli animali? Luca Battaglini, professore di Alpicoltura ed Etica e benessere animale all'Università di Torino, ci parla di questi curiosi punti di abbeveraggio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Non è raro, passeggiando tra i pascoli delle nostre montagne, incappare in dei curiosi sistemi di abbeveraggio per le vacche in alpeggio: le vasche da bagno. Parliamo di vere e proprie vasche da bagno casalinghe: quelle della nonna, per capirci. Magari dall'aspetto un po' consunto, ma che riflettono chiare di ceramica sui pascoli verdi o – come spesso accade in questa stagione – dalle sfumature giallognole.
Qualcuno di certo penserà che non sono un bel vedere, altri invece si interrogheranno sull'igiene di questo sistema, certo, però, sono pratiche e a buon mercato, e ad oggi si trovano impiegate diffusamente in uso tra Alpi e Appennini.
Per approfondire l'utilizzo delle vasche e i limiti di una simile "tecnologia", abbiamo interpellato Luca Battaglini, professore ordinario di Scienze e tecnologie delle produzioni animali, docente di Alpicoltura e di Etica e benessere animale presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell'Università degli Studi di Torino
Vasche, pozze o fontanili: in qualche modo il problema dell'acqua deve essere risolto. Le condizioni climatiche in montagna possono essere impegnative e gli animali devono avere a disposizione acqua sufficiente per bere e, in parte, anche per altre esigenze legate alla gestione.
In una malga dove pascola un numero di animali equilibrato rispetto alla capacità di carico ottimale del pascolo, uno dei problemi più concreti è quello di fornire punti di abbeverata sufficienti e adeguatamente distribuiti affinché le vacche possano raggiungerli comodamente, limitando al minimo il dispendio energetico. Come ricordava Gianni Rigoni Stern in un recente articolo, una vacca in alpeggio deve assumere tra i 50 e gli 80 litri d'acqua al giorno: molto dipende dalla freschezza dell'erba che ingeriscono.
Anche la razza - ci ricorda il professor Battaglini - ha un ruolo importante. "Gli animali rustici e le razze locali possono essere maggiormente adattati alle condizioni ambientali e avere una migliore capacità di conservare l'acqua. Gli animali appartenenti a razze molto selezionate, invece, possono avere un metabolismo più elevato e disperdere una maggiore quantità di acqua attraverso la respirazione, la sudorazione e le altre funzioni fisiologiche".
L'animale, in generale, dovrebbe avere la possibilità di bere molto frequentemente, "anche cinque o sei volte al giorno, e quando fa caldo il fabbisogno idrico aumenta ulteriormente". Per questo motivo è importante che gli abbeveratoi siano distribuiti in maniera adeguata, ed il sistema più immediato ed economico è spesso sfruttare materiale d'accatto, come le vecchie vasche da bagno.
Per quanto riguarda il funzionamento concreto dei queste vecchie vasche, possono essere riempite in diversi modi. In alcuni casi vengono alimentate manualmente, in altri possono raccogliere l'acqua piovana. Più frequentemente, però, sono posizionate poco a valle di una fonte d'acqua, e sono presenti tubi che portano l'acqua dalla sorgente, dal corso d'acqua o da qualsivoglia fonte, fino alla vasca. Ciò che conta, però, è che siano diverse e ben distribuite.
"La concentrazione degli animali intorno a un unico punto di abbeverata può creare problemi anche al pascolo stesso. Quando molti animali si concentrano nello stesso luogo, il terreno viene maggiormente calpestato e si possono accumulare deiezioni e nutrienti, con un aumento, per esempio, della concentrazione di nitrati. Questo può favorire anche lo sviluppo di una vegetazione indesiderata e contribuire al degrado del pascolo".
Non sempre, infatti, si tratta di acqua corrente e soprattutto non sempre sono presenti galleggianti o altri sistemi automatici che ne impediscano lo spreco o la stagnazione, spiega Battaglini. "La situazione varia molto da una realtà all'altra. In alcuni casi, le vasche possono essere lasciate sul posto e riempirsi con la pioggia; in altri l'acqua viene portata attraverso tubazioni e la vasca viene riempita periodicamente. In altri casi ancora vengono riempite con mezzi di trasporto o manualmente".
C'è infatti anche una questione pragmatica: se una vacca è capace di consumare oltre cinquanta litri al giorno, una sola vasca non basterebbe neanche lontanamente a soddisfare il fabbisogno di una mandria al pascolo, se non continuamente rimpinguata. Questo comporta un grosso sforzo di manutenzione e cura, che non sempre si confà alle possibilità di un allevatore. Parallelamente, lo stesso problema ha ricadute anche nella qualità dell'acqua. "Queste vasche vengono talvolta riempite all'inizio della stagione e non più pulite fino al termine".
Il riutilizzo di una vecchia vasca, insomma, può rappresentare una soluzione economica, perché consente di recuperare un oggetto che altrimenti verrebbe eliminato, ma presenta numerosi aspetti negativi legati soprattutto alla gestione dell'acqua e al benessere degli animali.
Nel tempo, i Parchi ed altri enti competenti, hanno lavorato molto nel fornire strumenti all'avanguardia capaci di soddisfare tutte queste esigenze.
"In passato alcuni Parchi avevano adottato le vasche in legno, che tuttavia tendevano a degradarsi nel tempo. Ora esistono vasche realizzate con materiali plastici molto più leggere, resistenti e possono essere facilmente spostate. Alcune sono inoltre dotate di galleggiante, in modo da mantenere automaticamente il livello dell'acqua. In altri, invece, l'animale può premere con il muso una tazza o una valvola e far fuoriuscire l'acqua solo quando ne ha bisogno. Anche qui, l'acqua può provenire da sorgenti, corsi d'acqua oppure da vasche di accumulo".
L'obiettivo è fare in modo che l'acqua non rimanga esposta all'aria e all'ambiente per lunghi periodi. A seconda delle condizioni e della quota, infatti, possono svilupparsi alghe e altre forme di contaminazione; in determinate situazioni possono persino comparire organismi indesiderati e parassiti.
"All'interno degli interventi e dei finanziamenti destinati al miglioramento della gestione dei pascoli, sarebbe quindi importante prevedere anche le spese relative ai punti di abbeverata. La sfida, poi, è rendere il più possibile accessibili i finanziamenti agli allevatori. In molti casi, infatti, i sostegni economici non arrivano nel momento giusto, nel posto giusto o alla persona giusta".
Ad oggi, secondo Battaglini, non si può dire che la situazione sia già soddisfacente. "Sistemi con abbeveratoi a tazza, vasche più funzionali e poco impattanti sono già presenti in diverse realtà, anche in Francia e in altre zone alpine, ma nel complesso siamo ancora abbastanza indietro. Nei piani pastorali questi sistemi vengono indicati alle amministrazioni e ai gestori dei pascoli come una priorità. Esistono ormai sul mercato sistemi molto razionali per la gestione dell'acqua, ma la loro diffusione non è ancora sufficiente".
C'è anche da sottolineare che, in alcune zone, manca completamente un sistema di abbeverata sul pascolo. Gli animali sono costretti a bere quando escono dalla stalla e quando vi rientrano, semplicemente perché durante il pascolamento non hanno accesso all'acqua. In questi casi, le vecchie vasche sono decisamente meglio di non avere nulla. Per questo motivo, non si tratta di eliminare all'improvviso tutte le vecchie vasche, ma di accompagnare sistematicamente un intero settore verso l'utilizzo di sistemi più igienici, efficienti, sostenibili e meglio distribuiti all'interno del pascolo.












