"L’investimento nel sistema produttivo legno può avere tantissime ricadute positive sul territorio". Il futuro dell'architettura passa anche attraverso questa importante risorsa

Sabato 14 giugno (ore 11:00, Cortile Urbano di via Roma, evento gratuito) al Festival de L’AltraMontagna - che si terrà a Rovereto - Antonio De Rossi, architetto e professore ordinario al Politecnico di Torino, e Mauro Gilmozzi, scario della Magnifica Comunità di Fiemme, dialogheranno con Luigi Torreggiani del futuro dell’architettura e del ruolo della risorsa legno
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“Il senso comune per cui i boschi italiani starebbero diminuendo è errato, i boschi sono oggetto di un’espansione vertiginosa in questi ultimi decenni, e noi non sappiamo gestire questa cosa”.
“Il futuro dell’architettura è nel legno?”. Questa domanda è il punto di partenza per la discussione che, condotta da Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale, coinvolgerà lo scario della Magnifica Comunità di Fiemme, Mauro Gilmozzi, e Antonio De Rossi, architetto e professore ordinario del Politecnico di Torino nell'ambito del Festival de L’AltraMontagna. L’evento, a ingresso gratuito, è previsto per sabato 14 giugno alle ore 11:00, e si terrà al Cortile Urbano di via Roma, a Rovereto.
Sulla questione avevamo già interpellato il professor De Rossi in questo articolo. Oggi è di nuovo con noi; per prepararci all’appuntamento della prossima settimana, gli abbiamo fatto qualche domanda sulle prospettive che può offrire il materiale legno e l’organizzazione di un comparto economico attorno ad esso.
“Finché non ci saranno investimenti seri, continueremo a comprare il legno dall’estero, perché costa meno. E intanto continueremo questa non-gestione del bosco, che in un contesto di cambiamenti climatici costituisce una criticità molto importante”.

In che modo l’industria del legno può essere veicolo di progetti sociali?
Parto da un esempio. C’è una regione, un Land austriaco che si chiama Vorarlberg, quello compreso tra Tirolo e Svizzera orientale, dove ad inizio anni Duemila hanno fatto grandissimi investimenti sull’utilizzo del legno, legno da opera per architettura e via dicendo. Questo è stato accompagnato da azioni di tipo culturale, dai programmi in televisione alla diffusione di nuove competenze tecniche. C’è stata una forte infrastrutturazione tecnologica del sistema produttivo locale con segherie, macchine a controllo numerico ecc.; un mantenimento della popolazione giovane in montagna con la creazione di nuovi posti di lavoro, non solo operai e artigiani ma anche incremento delle competenze qualificanti; la costruzione di un settore edilizio sostenibile poiché realizzato con legno di origine locale; e una gestione organizzata del bosco e delle foreste.
Faccio questo esempio perché fa vedere come un’azione sul legno permette di ottenere tantissimi di risultati insieme, di tipo sociale (mantenimento della popolazione), culturale (incremento delle competenze), di innovazione (creazione di un nuovo settore), e di sviluppo economico (questo è diventato uno dei comparti più importanti del Land). Io non pretendo che in Italia si possa sviluppare, di punto in bianco, un settore così forte come ci può essere in Austria e Svizzera; ma ci tengo a far capire che l’investimento nel sistema produttivo legno non è una cosa che tocca solo l’economia e la gestione dei boschi ma può avere tantissime ricadute positive sul territorio.

Cosa ostacola l’attuazione di modelli simili nel nostro paese?
È evidente che in Italia siamo molto indietro. Un terzo della superficie nazionale è coperto da boschi: molti sono boschi di nuova formazione - quindi di bassa qualità – sia come tipologia di legno sia dal punto di vista ecologico. Sono piante pioniere che vengono a colonizzare territori abbandonati dalle pratiche agricole; quindi, prima che si arrivi al climax forestale, ovvero lo stato di equilibrio ecosistemico del bosco, dovrà passare moltissimo tempo. Ma il senso comune per cui i boschi italiani starebbero diminuendo è errato, i boschi sono oggetto di un’espansione vertiginosa in questi ultimi decenni, e noi non sappiamo gestire questa cosa. Utilizziamo il legno per lo più come combustibile energetico, legna da ardere, abbiamo pochi usi relativi a settori di artigianato, come può essere la costruzione di serramenti e simili, e quasi nulla di legno da opera. È chiaro che, finché non ci saranno investimenti seri, continueremo a comprare il legno dalla Francia, dall’Ucraina e dall’Austria; ovviamente, aggiungerei, perché costa meno del legno che possiamo produrre noi. E intanto continueremo questa non-gestione del bosco, che in un contesto di cambiamenti climatici costituisce una criticità molto importante. Faccio sempre l’esempio della serie di incendi sistemici che nel 2017 hanno colpito il Piemonte: questi nascevano sicuramente da un lungo periodo di siccità, ma anche la mancata cura del bosco ha avuto il suo ruolo, in particolare per la presenza di moltissimo materiale secco.

Dal punto di vista architettonico, perché non partire da una rigenerazione di strutture dismesse?
Anche in questo caso, a dover cambiare in primo luogo è il paradigma culturale. È chiaro che, se ora prendessi una normale impresa edile, non sarebbe capace di lavorare riutilizzando il legno, le pietre e tutti quei materiali, che nei secoli hanno costituito l’edilizia di montagna. La tendenza è sempre buttare via e ricostruire da capo; anche perché, per il sistema produttivo attuale, ti costa certamente di meno. Conosco diverse imprese artigiane che hanno iniziato, oramai da tempo, a recuperare, non solo le pietre di un tempo, ma anche le orditure principali delle coperture e dei solai, ovvero le travi che vengono recuperate e riadattate dal punto di vista strutturale, con l’idea di conservare tutto il possibile da un intervento edilizio. Questo, in un’ottica di riciclo ed economia circolare, mi sembra un’idea molto coerente; un’idea che, peraltro, prima di ottenere nomi così pomposi, ha sempre guidato i popoli che storicamente hanno abitato il territorio alpino, non per una questione di estetica pittoresca, ma di semplice convenienza sul piano dei costi e della fatica.

Antonio De Rossi, architetto e PhD. Dal 2006 è Professore ordinario di Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino. È inoltre Direttore della rivista internazionale ArchAlp e autore di circa 350 pubblicazioni scientifiche. Nel 2021 è stato membro del Tavolo tecnico-scientifico sulla Montagna italiana del Ministero degli Affari regionali e delle Autonomie. È inoltre membro del comitato scientifico de L'AltraMontagna e del Gruppo di supporto tecnico-scientifico dell’Agenda Metropolitana per lo Sviluppo sostenibile della Città Metropolitana di Torino, dell’Osservatorio Montagna della Regione Piemonte, del Comitato tecnico-scientifico per la gestione del Patrimonio culturale delle Chiese metodiste e valdesi.













