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Attualità | 28 maggio 2025 | 06:00

"Per qualche scellerato 'i ghiacciai si sono sempre ridotti': chi conosce la montagna sa che sono frasi di pochissimo fondamento". Giuseppe Civati al Festival de L'AltraMontagna con un monologo

"L’appuntamento non vuole essere un percorso serrato sui nodi della Resistenza, ma sul valore che essa ha per oggi, non vuole essere una ricerca storica e memorialistica sull’argomento, ma una riflessione profondamente attuale". Sabato 14 giugno (ore 19:00, Cortile Urbano di Via Roma, evento gratuito) al Festival de L’AltraMontagna - che si terrà a Rovereto - Giuseppe Civati, fondatore della casa editrice People, scrittore ed ex deputato, ci racconterà la Resistenza di oggi, le forme e gli strumenti della sua vitalità, con il monologo "Liberazione 80: la Resistenza è giovane"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

È fondamentale saper raccontare le cose. La capacità di tenere insieme personaggi, episodi e luoghi a dati e riferimenti scientifici, è un modo molto potente di informare: molto più di quanto non ci immaginiamo”.

 

Alle 19:00 di sabato 14 giugno, Giuseppe Civati porterà sul palco di via Roma, a Rovereto, il monologo Liberazione 80: la Resistenza è giovane. Sarà l’occasione per riflettere sulle forme contemporanee di resistenza, quantomai necessarie. Dalla politica al giornalismo, dall’editoria all’andar per monti. Non sarà dunque un momento celebrativo o commemorativo, ma una chiamata alle armi, un invito a resistere, a rimanere ancorati all’esistenza e alla ricerca di una visione “dall’alto” sulle cose.


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

“La Resistenza è giovane”. In che senso?

 

C’è questa immagine spesso strettamente storico-geografica dell’andare sulle montagne che leghiamo alla storia della Resistenza italiana. Dopo l’8 settembre, chi si diede alla macchia per fare il partigiano, soprattutto nel nord Italia e nelle zone dell’Appennino centrale, si trovò costretto ad andar per monti. Peraltro di recente abbiamo pubblicato questo bellissimo libro di Pietro Lacasella, dedicato a Primo Levi, a quella stagione della sua giovinezza e della Resistenza nelle valli piemontesi. Per noi che abbiamo conosciuto L’AltraMontagna in quest’anno e pochi mesi da quando pubblicate, c’è un riferimento costante a una proposta che sia quella di andare in montagna in modo diverso, un po’ da ribelli se vogliamo. Si propone così un’alternativa per concepire il nostro rapporto con l’ambiente, la questione climatica, la convivenza con le persone; forse anche un modo più “semplice”, avrebbe detto Alexander Langer, che lo usava come aggettivo fondamentale di concepire la vita personale e quella associata. Sarà un momento per guardare a questo carattere eterno della Resistenza, non solo memorialistico, ma per natura giovane; un’occasione di farne vivere il significato e il valore. E mi trovo perfettamente a mio agio a farlo con persone che mi pare facciano a loro modo una resistenza culturale e intellettuale.

 

 

Quale contributo possono offrire le terre alte in questo senso?

 

Quel ribellismo rispetto a certi modi di concepire la vita associata, la montagna l’ha sempre avuto, specie quella alpina. Ci sono stati episodi anche di grandissimo valore storico. La montagna però offre anche una diversa prospettiva, una diversa angolazione, per cui alcuni problemi diventano giganteschi. Diventa difficile in montagna negare il cambiamento climatico; diventa difficile in montagna negare la deriva consumistica unilaterale che ha preso quasi tutta la nostra struttura commerciale e produttiva; diventa difficile in montagna minimizzare quei problemi legati all’equilibrio tra uomo e natura che forse in zone più urbanizzate sono dati per naturali, ma che evidentemente non lo sono. Forse anche per via dell’altitudine - potremmo giocarla così - offre un orizzonte molto più ampio. C’è qualche scellerato che va in giro dicendo che “i ghiacciai si sono sempre ridotti!”, “continuiamo a puntare sull’industria dello sci!”, “andiamo avanti come si è sempre fatto per mantenere il nostro livello di benessere!”: chi conosce la montagna sa che sono frasi di pochissimo fondamento. 

 

 

 

In un’epoca di populismi, come si può adottare un linguaggio comprensibile e democratico senza volgarizzare il messaggio?

 

Io trovo che il lavoro che fate voi vada già molto bene. Siamo molto colpiti dalla capacità di tradurre in informazione questioni che sono tecniche e complicate cercando di mantenere un rigore nell’impostazione generale. Ti dirò qualcosa che forse ti sorprenderà: secondo me è fondamentale la capacità di raccontare le cose. Abbiamo l’idea che al populismo si debba rispondere con un’informazione molto fredda e rigorosa, ma sappiamo che spesso essa risulta ostica ed elitaria, che è una delle cose che più ci rimprovera il populismo. La capacità di tenere insieme personaggi, episodi e luoghi a dati e riferimenti scientifici, è un modo molto potente di informare, molto più di quanto non ci immaginiamo. Questo l’abbiamo visto, nel nostro lavoro editoriale, con il cambiamento climatico, per esempio. Quando parli di clima fai fatica ad ottenere ascolto, anche grazie all’impegno con cui le destre populiste sostengono il negazionismo. Ma le uniche formule che funzionano sono quelle che inseriscono le questioni climatiche in altre storie e narrazioni. Credo questa sia una chiave molto efficace.

 

 

A questo proposito, come si stanno comportando le sinistre?

 

Mi sembra che, sotto il profilo culturale, siano tutti “sotto botta”, tutti un po’ sulla difensiva dopo l’offensiva che si è compiuta con l’elezione di Trump per il secondo mandato. Mi sembra che tutti siano alla ricerca di queste formule efficaci di comunicazione di cui mi chiedevi, che poi se le avessi te le direi. Per ora le proposte più efficaci mi sembrano quelle che puntano a coinvolgere i cittadini sulle singole questioni. Dico singole perché il problema poi è collegare le sfide di ciascuno di noi, di ciascun gruppo. Gli esempi che mi han colpito di più sono quelli dei giovanissimi che provano a lavorare su questioni come la casa, sulla libertà (penso al decreto sulla sicurezza), o per la Palestina. Noto con sollievo che finalmente sulla questione di Gaza anche i più timidi si sono accorti di essere di fronte ad un abominio. Devo riconoscere che sono stati i ventenni-trentenni a portare il problema sulle piazze, a porre la questione di qual è il mondo in cui viviamo.

 

Giuseppe Civati è dottore di ricerca in filosofia, già deputato e segretario di Possibile. Ha scritto numerose pubblicazioni, ed è tra i fondatori della casa editrice People. Tra le più recenti curatele di Civati abbiamo Opposizione. Istruzioni per l’uso (2022), la nuova edizione del Manifesto di Ventotene (2023) di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, Stranieri per sempre (2023), Un po’ di possibile (altrimenti soffoco) (2024) e Nuvole nere nel cielo d’Europa (2024).


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