Stagione sciistica positiva per molte località: ma è tutto oro quel che luccica? Qualche considerazione per analizzare i dati con più consapevolezza

La stagione sciistica 2024/2025 si è conclusa o si sta concludendo nella gran parte delle stazioni italiane: è dunque il tempo di ragionare sui bilanci (dei quali a breve gli organi di informazione daranno conto). Sono dati che, al netto della loro specifica sostanza numerica, devono essere analizzati in maniera "olistica", soprattutto se consideriamo le problematiche che stanno attraversando le località montane maggiormente dipendenti dall’economia turistica

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La stagione sciistica 2024/2025 sulle montagne italiane si sta ormai per concludere – in molte località si è già chiusa – e dunque a breve appariranno sulla stampa gli articoli che, come ad ogni fine stagione, riporteranno i numeri conseguiti dai vari comprensori nel corso dell’inverno: relativi alle presenze, agli skipass venduti, all’aumento percentuale rispetto allo scorso anno, e così via. Numeri che, è facile ipotizzare, saranno nella maggior parte dei casi in crescita, anche perché quella appena conclusa è stata una stagione nivologicamente abbastanza positiva rispetto alle ultime annate (tuttavia difficile da paragonare anche solo a qualche decennio fa, quando nei fine settimana di Pasqua si sciava ovunque senza nessun problema mentre da anni non accade più, se non nelle stazioni poste alle quote maggiori). In ogni caso anche quest’anno la progressiva diminuzione delle nevicate è stata confermata, soprattutto al di sotto dei 1800-2000 metri di quota: al di sotto di questo limite è difficile garantire un futuro ai comprensori sciistici.
In fin dei conti, anche nell’ultima stagione si è sciato "bene" per tre mesi o poco più e durante le festività di fine anno, il periodo più importante per far quadrare i conti turistici a stagione terminata. Di neve naturale ce n’era ben poca sulle piste da sci italiane, ovviamente sostituita ove possibile da quella artificiale, con tutti i costi del caso.

Dunque, come accennato, usciranno numerosi articoli che rimarcheranno gli aumenti di presenze, le percentuali positive, i “record” ma, pur essendo dati significativi e forzatamente positivi per i comprensori sciistici, è bene ricordare che non sono questi a sancire il successo economico di una stagione invernale dal punto di vista dello sci. I comprensori sciistici sono aziende, soggetti economici in forma industriale (a volte afferenti alla categoria della “grande impresa”) che rispondono alle dinamiche finanziarie e sottostanno ai rilievi contabili, pertanto sono i bilanci – in senso generale, non solo negli utili conseguiti - a suggellarne la vitalità o l’eventuale crisi, e ad un aumento di presenze nel corso di una stagione turistica non è detto che corrisponda una crescita degli utili e dunque la sostenibilità economica complessiva dell’attività, posto che per i comprensori sciistici i costi di gestione aumentano da anni in maniera sensibile e ciò si riflette in maniera diretta sul costo degli skipass, i quali sono allo stesso modo in costante aumento nelle ultime stagioni, con punte per alcune località di quasi il 30% in tre anni.

Come si rimarca spesso da più parti, da tempo quello dello sci su pista viene considerato un mercato maturo, il quale ha già raggiunto il proprio picco di presenze stagionali (secondo alcuni fin dai primi anni Duemila) e ora appare stagnante oppure variabile su percentuali minime che spesso, anche se in aumento, non compensano la maggior incidenza dei costi di gestione dei comprensori. Ciò spiega la presenza frequente e importante di finanziamenti pubblici nei conti delle stazioni sciistiche italiane, un supporto senza il quale è facile prevedere che molte di esse avrebbero notevoli difficoltà a rimanere attive; di contro, la "maturazione" del mercato impone ai comprensori costanti aggiornamenti del parco impianti e delle piste da discesa al fine di mantenersi concorrenziali nella speranza di strappare gli sciatori alle altre località ma, tutto ciò, con ulteriori aggravi di spesa da mettere a bilancio. Insomma, il rischio per i comprensori sciistici è quello di infilarsi in un "circolo vizioso" dal quale, una volta entrati e posta la realtà attuale delle nostre montagne così dipendente dall’evoluzione della crisi climatica nonché da fattori macroeconomici che in concreto stanno restringendo la platea turistico-sciistica, è pressoché impossibile uscirne, con tutte le conseguenze relative.
Infine, bisogna sottolineare che è la stessa platea di frequentatori della montagna invernale a decretare la maturazione ormai definitiva (e, forse, l’imminente declino) del mercato dello sci, preferendo agli impianti e alle piste da discesa attività alternative più consone alle proprie sensibilità attuali nonché alla realtà climatica e ambientale in divenire: qui senza dubbio con percentuali in costante aumento, come rilevato già da qualche anno, e in particolar modo da dopo il periodo del Covid, da numerose indagini di mercato.

Posti tutti questi fattori, è dunque bene analizzare i dati sulle presenze nei comprensori sciistici italiani durante la scorsa stagione che verranno diffusi a breve con la più adeguata razionalità. Purtroppo gli eventuali aumenti ,segnalati delle presenze e degli skipass venduti, da un lato non decretano automaticamente la buona salute finanziaria dei comprensori e dall’altro non possono nascondere eventuali situazioni di crisi.













