C'è un grido che arriva da settant'anni fa, stampato sull'inchiostro sbiadito di un settimanale ascolano: "La Montagna muore"

In quel 1955 si parlava di "montagna" con la consapevolezza di una specificità fisica, climatica e produttiva. Oggi, quel vocabolario è stato sostituito da una definizione più asettica, burocratica di "aree interne". Ma se è vero che ogni montagna è spesso area interna, non è affatto vero il contrario. Ed è proprio in questo scarto che si gioca il futuro delle terre alte

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
C’è un grido che arriva da settant’anni fa, stampato sull’inchiostro sbiadito di un settimanale ascolano del 1955. Il titolo del Corriere Arquatano non lascia spazio a interpretazioni: "La Montagna muore". L’autore, firmato in calce come Angelini Adalberto, si rivolge a un certo "Don Pietro", probabilmente Don Pietro Serafini, figura storica del luogo, descrive la fuga delle giovani famiglie verso la pianura o l’estero. Nel testo emergono chiaramente i bassi prezzi dei prodotti agricoli di montagna e gli alti costi della vita, che costringono i montanari a cercare fortuna altrove.
Rileggere oggi quel documento non è un esercizio di memoria, ma un monito necessario. Perché in quel 1955 si parlava di montagna con la consapevolezza di una specificità fisica, climatica e produttiva. Oggi, quel vocabolario è stato sostituito da una definizione più asettica, burocratica di aree interne. Ma se è vero che ogni montagna è spesso area interna, non è affatto vero il contrario. Ed è proprio in questo scarto che si gioca il futuro delle terre alte.
Il limite del concetto di "Area Interna"
Il concetto di "area interna", introdotto giustamente per misurare la distanza dei cittadini dai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità), ha avuto il merito di riportare l’attenzione su territori marginalizzati. Tuttavia, ha finito per "appiattire" la verticalità. Definire un territorio come "area interna" significa guardarlo con la lente della mancanza: quanto è lontano dall’ospedale? Quanto dal treno? Ma la montagna non è solo una distanza chilometrica è una condizione esistenziale determinata dalla pendenza, dall’altitudine, dall’ecosistema forestale e dalla fragilità geologica.
Nel ritaglio del 1955, l’autore non si limitava a denunciare la mancanza di servizi, ma parlava di prezzi dei prodotti di montagna e di famiglie che lasciavano "le cose più care". C’era l’idea di una specificità produttiva e culturale che oggi rischia di sparire, quel poco rimasto, dentro i grandi contenitori amministrativi. Prendiamo Arquata del Tronto, citata nell’articolo.
Se la trattiamo solo come "area interna", la sua ricostruzione post-sisma diventa una sfida logistica di strade e connessioni. Se la trattiamo come montagna, dobbiamo fare i conti con un territorio che si muove, con versanti fragili e con una biodiversità che è risorsa e limite al tempo stesso. Qui le piccole realtà lottano per davvero e possono contare solo sulle proprie forze. Chi può sostituirmi se sto male? Dove vado a vendere i miei prodotti se qui la popolazione è scarsa ed anziana? Se vado a vendere i miei prodotti in città chi rimane in azienda? L’economia del limite e questo il termine che può adattarsi alla nostra realtà. Neanche l’agricoltura eroica di cui si parlava nel ‘55 a Pretare era la stessa di un’area agricola svantaggiata di pianura.
La montagna ha problemi che una zona rurale di pianura (anch’essa magari "area interna") non ha. I costi della verticalità come il Costruire, trasportare e manutenere in quota costa di più e richiede più impegno.
Oltre la nostalgia, per una politica vera ed adatta alla Montagna
L’articolo del 1955 chiedeva allo Stato di intervenire non solo con "strade e scuole", ma riconoscendo il valore di chi restava a presidiare i versanti. A oltre settant’anni di distanza, la sfida è non farsi assorbire da una definizione (quella di Area Interna) che rischia di rendere invisibile la specificità montana.
Confondere i due termini significa applicare soluzioni "piatte" a territori "verticali". Significa pensare che basti una connessione internet veloce per salvare un borgo, dimenticando che in montagna serve prima di tutto una gestione attiva del bosco, una difesa dal dissesto idrogeologico e un riconoscimento del ruolo di "custode" per chi sceglie di abitarvi.
Il Corriere Arquatano del 1955 ci ricorda che la montagna non muore per mancanza di statistiche, ma per l’incapacità della politica di vederne la diversità. Se vogliamo che Arquata e le sue tredici frazioni abbiano un futuro a settant'anni dal sisma, dobbiamo smettere di chiamarle solo aree marginali e tornare a chiamarle, con tutto il rispetto che meritano: Montagna.














