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Attualità | 02 novembre 2026 | 18:00

Centinaia di macchioline bianche nelle valli delle Dolomiti. I cannoni sparano neve sui versanti brulli. Potremo mai fare a meno di questa tecnologia?

Lo scorso fine settimana, in alcune zone della catena alpina, ha preso il via l'annuale rito dell'innevamento programmato. "Uno studio tedesco ha stimato a 2100 gigawattora all'anno l'energia necessaria a innevare le Alpi europee, simile al consumo di tutta Malta". Le nostre montagne possono, allo stato delle cose, fare a meno dell'economia dello sci e dell'apparato tecnologico su cui si sorregge?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Le luci del mattino illuminano le rocce più vicine al cielo. Nelle valli, invece, resistono le ultime ombre della notte. È sufficiente salire in quota – dove lo sguardo, godendo di una prospettiva aerea, può abbracciare un'ampia porzione di paesaggio – per osservare, ai piedi delle Dolomiti, una moltitudine di macchioline bianche: punteggiano versanti brulli, bruciati dai primi freddi ma non ancora coperti dalla neve.

 

Mettendo a fuoco, è facile accorgersi che queste macchioline vanno accumulandosi, come tanti formicai bianchi, lungo i solchi delle piste da sci in attesa di essere accuratamente stese dall'opera livellatrice dei gatti.

 

Le valli, come enormi casse di risonanza, diffondono il rumore meccanico, monotono, costante dei dispositivi utilizzati per produrre neve artificiale (principalmente cannoni e lance). Una "V" maiuscola e "z" minuscola si ripetono in alternanza, senza interruzione, graffiando il silenzio con un sibilo metallico: "VzVzVzVzVzVz".

 

È il canto di una tecnologia che ha saputo svincolare l'attività sciistica dall'incostanza del meteo (negli ultimi anni accentuata dai cambiamenti climatici).

Energia, tanta energia per azionare ventole, potentissime eliche, pompe ad alta pressione; un ordito fitto fitto di tubi interrati; acqua, aria, freddo mescolati nelle giuste proporzioni così da creare il candido impasto, tanto amato dagli sciatori. È più corretto definirla neve "programmata", sostengono alcuni, ma a mio parere questo processo resta un piccolo grande "artificio". Per rendersene conto è sufficiente ripercorrere le diverse fasi che accompagnano la produzione del manto nevoso.
 

La neve "artificiale", come spiegavamo in un precedente approfondimento curato da Chiara Guglielmina per L'Altramontagna, si produce sostanzialmente così:

 

"L'acqua viene raccolta in bacini (alimentati da ruscelli, invasi, fusione nivale), e spinta da pompe ad alta pressione dentro una rete di tubazioni sotterranee. Da lì arriva ai cannoni o alle cosiddette giraffe dove viene nebulizzata in goccioline finissime e mescolata con aria compressa molto fredda. Nei cannoni "a ventola" una potente elica proietta questo getto di micro-gocce nell'aria fredda: più le gocce sono piccole, più rapidamente si raffreddano. Durante il volo una parte dell'acqua evapora, e proprio questa evaporazione contribuisce ad abbassare ulteriormente la temperatura delle goccioline, che riescono così a cristallizzare e trasformarsi in piccoli granuli di neve prima di toccare terra. Il risultato non è il classico fiocco esagonale che cade dal cielo, ma una neve più compatta e resistente, ideale per creare lo 'scheletro' della pista".

 

Quando la giusta temperatura incontra l'umidità dell'aria ideale non c'è tempo da perdere: la macchina dell'innevamento deve attivarsi; i dispositivi devono iniziare a sfiatare nel cielo sbuffi ghiacciati come se, sotto la superficie del suolo, nuotasse un branco di balene.

 

"La società Dolomiti Superski conta 1.200 chilometri di pi­ste, di cui il 95% funziona grazie ai cannoni da neve" si leg­ge in Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari. "Sono stati installati un esercito di seimila cannoni e realizzati 190 bacini per la raccolta idrica. 1.200 chilometri: vale a dire un'autostrada da Milano a Cosenza interamente innevata con cannoni!"

L'innevamento programmato, come dicevamo, è particolarmente vorace di energia: "Uno studio tedesco ha stimato a 2100 gigawattora all'anno l'energia necessaria a innevare le Alpi europee, simile al consumo di tutta Malta, e destinata ad aumentare insieme alle temperature", si legge in un saggio di Maurizio Dematteis, inserito nel numero della rivista The Passenger dedicato alla catena alpina.

 

Per compensare la progressiva mancanza di neve causata dai cambiamenti climatici, si vanno quindi in parte ad alimentare gli stessi meccanismi che stanno provocando l'innalzamento delle temperature.

 

È senz'altro un paradosso, ma prima di condannare bisogna provare a rispondere al seguente quesito: le nostre montagne possono, allo stato delle cose, fare a meno di questa economia e dell'apparato tecnologico su cui si sorregge?

 

Nell'immediato, ovviamente no. Lo sci è stato ed è tuttora l'economia trainante di molti territori montani, garantendo a tante comunità maggiori benefici e innegabili si­curezze. Chiudere questo settore di punto in bianco rischierebbe di mettere in ginocchio intere comunità. Tuttavia, alla luce dei nuovi scenari aperti dai cambiamenti climatici, bisognerebbe prova­re a differenziare l'offerta turistica, ma è soprattutto necessario accontentarsi del patrimonio sciistico di cui già possiamo gode­re (in Italia possiamo contare su 4991 chilometri di piste), evitando di convogliare ogni energia e ogni risorsa per incrementare un settore vulnerabile all'innalzamento delle temperature.

 

Spandendosi tra i versanti, il brusio costante della neve pro­grammata livella i suoni: un sottofondo che evidenzia il carattere monoculturale dello sci in una montagna che, in questi giorni, sta cucendosi addosso il vestito per l'apertura di una nuova stagione invernale.

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