Centinaia di macchioline bianche nelle valli delle Dolomiti. I cannoni sparano neve sui versanti brulli. Potremo mai fare a meno di questa tecnologia?

Lo scorso fine settimana, in alcune zone della catena alpina, ha preso il via l'annuale rito dell'innevamento programmato. "Uno studio tedesco ha stimato a 2100 gigawattora all'anno l'energia necessaria a innevare le Alpi europee, simile al consumo di tutta Malta". Le nostre montagne possono, allo stato delle cose, fare a meno dell'economia dello sci e dell'apparato tecnologico su cui si sorregge?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Le luci del mattino illuminano le rocce più vicine al cielo. Nelle valli, invece, resistono le ultime ombre della notte. È sufficiente salire in quota – dove lo sguardo, godendo di una prospettiva aerea, può abbracciare un'ampia porzione di paesaggio – per osservare, ai piedi delle Dolomiti, una moltitudine di macchioline bianche: punteggiano versanti brulli, bruciati dai primi freddi ma non ancora coperti dalla neve.
Mettendo a fuoco, è facile accorgersi che queste macchioline vanno accumulandosi, come tanti formicai bianchi, lungo i solchi delle piste da sci in attesa di essere accuratamente stese dall'opera livellatrice dei gatti.
Le valli, come enormi casse di risonanza, diffondono il rumore meccanico, monotono, costante dei dispositivi utilizzati per produrre neve artificiale (principalmente cannoni e lance). Una "V" maiuscola e "z" minuscola si ripetono in alternanza, senza interruzione, graffiando il silenzio con un sibilo metallico: "VzVzVzVzVzVz".
È il canto di una tecnologia che ha saputo svincolare l'attività sciistica dall'incostanza del meteo (negli ultimi anni accentuata dai cambiamenti climatici).

La neve "artificiale", come spiegavamo in un precedente approfondimento curato da Chiara Guglielmina per L'Altramontagna, si produce sostanzialmente così:
"L'acqua viene raccolta in bacini (alimentati da ruscelli, invasi, fusione nivale), e spinta da pompe ad alta pressione dentro una rete di tubazioni sotterranee. Da lì arriva ai cannoni o alle cosiddette giraffe dove viene nebulizzata in goccioline finissime e mescolata con aria compressa molto fredda. Nei cannoni "a ventola" una potente elica proietta questo getto di micro-gocce nell'aria fredda: più le gocce sono piccole, più rapidamente si raffreddano. Durante il volo una parte dell'acqua evapora, e proprio questa evaporazione contribuisce ad abbassare ulteriormente la temperatura delle goccioline, che riescono così a cristallizzare e trasformarsi in piccoli granuli di neve prima di toccare terra. Il risultato non è il classico fiocco esagonale che cade dal cielo, ma una neve più compatta e resistente, ideale per creare lo 'scheletro' della pista".
Quando la giusta temperatura incontra l'umidità dell'aria ideale non c'è tempo da perdere: la macchina dell'innevamento deve attivarsi; i dispositivi devono iniziare a sfiatare nel cielo sbuffi ghiacciati come se, sotto la superficie del suolo, nuotasse un branco di balene.
"La società Dolomiti Superski conta 1.200 chilometri di piste, di cui il 95% funziona grazie ai cannoni da neve" si legge in Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari. "Sono stati installati un esercito di seimila cannoni e realizzati 190 bacini per la raccolta idrica. 1.200 chilometri: vale a dire un'autostrada da Milano a Cosenza interamente innevata con cannoni!"

L'innevamento programmato, come dicevamo, è particolarmente vorace di energia: "Uno studio tedesco ha stimato a 2100 gigawattora all'anno l'energia necessaria a innevare le Alpi europee, simile al consumo di tutta Malta, e destinata ad aumentare insieme alle temperature", si legge in un saggio di Maurizio Dematteis, inserito nel numero della rivista The Passenger dedicato alla catena alpina.
Per compensare la progressiva mancanza di neve causata dai cambiamenti climatici, si vanno quindi in parte ad alimentare gli stessi meccanismi che stanno provocando l'innalzamento delle temperature.
È senz'altro un paradosso, ma prima di condannare bisogna provare a rispondere al seguente quesito: le nostre montagne possono, allo stato delle cose, fare a meno di questa economia e dell'apparato tecnologico su cui si sorregge?
Nell'immediato, ovviamente no. Lo sci è stato ed è tuttora l'economia trainante di molti territori montani, garantendo a tante comunità maggiori benefici e innegabili sicurezze. Chiudere questo settore di punto in bianco rischierebbe di mettere in ginocchio intere comunità. Tuttavia, alla luce dei nuovi scenari aperti dai cambiamenti climatici, bisognerebbe provare a differenziare l'offerta turistica, ma è soprattutto necessario accontentarsi del patrimonio sciistico di cui già possiamo godere (in Italia possiamo contare su 4991 chilometri di piste), evitando di convogliare ogni energia e ogni risorsa per incrementare un settore vulnerabile all'innalzamento delle temperature.
Spandendosi tra i versanti, il brusio costante della neve programmata livella i suoni: un sottofondo che evidenzia il carattere monoculturale dello sci in una montagna che, in questi giorni, sta cucendosi addosso il vestito per l'apertura di una nuova stagione invernale.










