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Sport | 25 gennaio 2026 | 18:00

La neve "artificiale" è piena di sostanze chimiche? Lo sci è lo sport più impattante? La soluzione è chiudere con questa attività? Come sta reagendo il settore al surriscaldamento globale?

Di notte, quando la montagna resta sola e anche i rifugi spengono le luci, sulle piste inizia un altro turno. I cannoni sbuffano nuvole bianche nel silenzio, i fari dei gatti tagliano il buio. È l'immagine che accompagna la grande imputata delle ultime stagioni: la neve "artificiale". In questa uscita della rubrica "Pista Battuta" andiamo a guardare da vicino come funziona l'innevamento

Parlare di neve "programmata" è un primo passo. "Artificiale" può fuorviare: la materia prima è la stessa (acqua, aria e freddo), ma il processo richiede energia aggiuntiva e infrastrutture antropiche (pompe, tubazioni, bacini di raccolta) e interventi di gestione che ne determinano la produzione in modo intenzionale, perciò parlare di "artificio" non è del tutto inappropriato. È però importante precisare, come ricordano ARPA e ISPRA nei loro rapporti sul turismo invernale nei paesi alpini, che nella pratica non si usano additivi chimici di routine: la neve da pista è acqua trasformata in ghiaccio, nient’altro.

Il percorso è semplice: l’acqua viene raccolta in bacini (alimentati da ruscelli, invasi, fusione nivale), e spinta da pompe ad alta pressione dentro una rete di tubazioni sotterranee. Da lì arriva ai cannoni o alle cosiddette giraffe dove viene nebulizzata in goccioline finissime e mescolata con aria compressa molto fredda. Nei cannoni "a ventola" una potente elica proietta questo getto di micro-gocce nell’aria fredda: più le gocce sono piccole, più rapidamente si raffreddano. Durante il volo una parte dell’acqua evapora, e proprio questa evaporazione contribuisce ad abbassare ulteriormente la temperatura delle goccioline, che riescono così a cristallizzare e trasformarsi in piccoli granuli di neve prima di toccare terra. Il risultato non è il classico fiocco esagonale che cade dal cielo, ma una neve più compatta e resistente, ideale per creare lo "scheletro" della pista. Tutto questo, naturalmente, richiede condizioni meteo adatte (freddo e aria abbastanza secca) e comporta consumi non indifferenti di acqua ed energia: pertanto oggi (come si evince dal dossier su neve e sostenibilità dalla Fis) si cerca di produrre il minimo indispensabile, nel momento giusto, nei punti giusti della pista.

 

Temperatura di bulbo umido

 

Per capire quando si può produrre non è sufficiente guardare il termometro. La variabile è quella che i tecnici chiamano "temperatura di bulbo umido". In parole semplici: è il freddo "percepito" dalle goccioline quando incontrano l’aria.

  •    Se l’aria è secca, l’acqua evapora un po’, questo fa raffreddare ulteriormente l’aria e le goccioline ghiacciano più facilmente.
     
  •    Se l’aria è molto umida, l’evaporazione è minima, l’aria non si raffredda e occorre più freddo per ottenere neve.

Per questo si riesce a innevare già attorno ai -2/-3 °C quando l’aria è secca, mentre alla stessa temperatura, con aria molto umida, la produzione è scarsa. Tra circa -4 e -8 °C di "bulbo umido" il processo diventa davvero efficiente (dati sintetizzati in studi di Bruno Abegg e colleghi sul clima alpino).

Neve programmata, ambiente e società

  •    Neve programmata e sostanze chimiche
    Nei comprensori alpini la neve programmata è ottenuta con acqua, aria compressa e freddo; l’uso di additivi chimici è vietato dalla normativa regionale (es. art. 29, L.R. Piemonte 26 gennaio 2009). Testo normativo: "Nei sistemi di innevamento programmato è vietato l’uso di catalizzatori o additivi inquinanti atti a favorire la germinazione dei fiocchi di neve, l’innalzamento o l’abbassamento crioscopico dell’acqua e della neve".
     
  •    Neve programmata e acqua
    L’acqua non sparisce: resta sostanzialmente nel bacino idrologico. In primavera la neve fonde, si infiltra nel terreno, scorre nei torrenti. Ma questo non significa che l’impatto sia trascurabile. Il tema vero (evidenziato anche da ARPA Lombardia e ARPA Veneto) è quando, quanto, da dove e per fare cosa viene prelevata: in periodi siccitosi e su corsi d’acqua piccoli l’impatto può essere critico e va gestito con molta cautela. Prelevare grandi volumi da un certo territorio, anche all’interno dello stesso bacino idrografico, per trasferirli in un altro punto del sistema (per esempio dai torrenti a monte ai bacini per l’innevamento in quota o su versanti diversi) può creare scompensi idrologici ed ecologici locali: riduzione delle portate, stress per gli ecosistemi acquatici, alterazione dei tempi e dei modi con cui l’acqua è disponibile a valle. L’idea che "tanto l’acqua torna" rischia di rivelarsi una semplificazione: la neve programmata resta una pratica ad alto impatto, che va valutata caso per caso, senza scivolare nella retorica che tende a minimizzarla.
     
  •    Neve programmata e consumi
    Lo sci ha un impatto: impianti, innevamento, spostamento dei turisti. Come altre attività sportive o ludiche, infatti, può richiedere molte risorse. Se ad esempio guardiamo in modo comparato a suolo, acqua, energia e chimica, scopriamo altri sport molto "assetati": si pensi ai grandi campi da golf irrigati tutto l’anno, agli impianti per sport su ghiaccio in città (palaghiaccio, piste di pattinaggio artificiali), alle grandi arene indoor climatizzate per basket, hockey o tennis, che richiedono energia continua per illuminazione e condizionamento. Il punto, però, non è creare parallelismi con altre realtà per assolvere lo sci, adagiandosi nella consapevolezza che "anche gli altri consumano". Il fatto che esistano altri sport energivori non rende lo sci meno impattante, semmai invita a chiedersi come mai l’opinione pubblica sia molto più attenta ai consumi di questo sport. Forse perché contrasta maggiormente con un contesto (la montagna) che nell’immaginario collettivo spesso si limita a essere sinonimo di natura incontaminata, silenzio, "purezza".
     
  • Neve programmata e cambiamenti climatici
    L’innevamento programmato contribuisce alle emissioni e ai consumi locali, ma non è l’origine principale della crisi climatica. È indubbiamente un tassello del mosaico del riscaldamento globale, ma non è, da solo, l’elemento responsabile della scomparsa di neve naturale. C’è chi lo percepisce come una forma di adattamento all’aumento delle temperature e chi come una forma di "accanimento terapeutico". Ovviamente la radice del problema climatico risiede soprattutto altrove, nella nostra dipendenza quotidiana da petrolio, gas e carbone per muoverci, riscaldarci, produrre energia e beni. Ciò nonostante, sarebbe un errore rifugiarsi nel "benaltrismo" e considerare marginale ciò che succede sulle piste. In molti comprensori di bassa e media quota la neve programmata rappresenta un surplus energetico non trascurabile: impianti che richiedono molta energia e molta acqua per garantire poche settimane di sci, spesso in condizioni climatiche sempre meno favorevoli. In diversi casi si tratta di stazioni strutturalmente in perdita, tenute in piedi da fondi pubblici in nome di un indotto turistico che sul campo è ormai molto ridimensionato. In questi contesti la questione non è solo climatica ma anche socioeconomica: stiamo parlando di emissioni, impatti e risorse pubbliche indirizzate a sostegno di una parte limitata di attori locali. Generalizzare sarebbe ingiusto: esistono realtà virtuose e comprensori per cui lo sci resta ancora un’attività rilevante, ma ignorare questi squilibri significherebbe raccontare solo una parte della storia.

 

Perché la neve programmata ha un forte impatto sulla percezione collettiva?

 

Su queste vette abbiamo proiettato l’idea di un altrove incontaminato, separato dal mondo produttivo. La neve programmata, quella striscia bianca che affiora su un versante brullo, incrina proprio questa narrazione: mette in luce la relazione tecnologica tra persone e territorio, mostrando che anche tra valli e vette ci sono calcoli, reti, pompe, dati e denaro. L’indignazione, dunque, non nasce solo dall’impatto ambientale, ma anche dal fatto che l’artificio rompe l’illusione di una montagna "pura" e ci costringe a riconoscerla come uno spazio profondamente antropizzato. Inoltre, la striscia bianca può diventare simbolo di un clima che cambia per effetto delle attività umane: ci pone davanti a un esame di coscienza e ci obbliga a interrogare i modelli socioeconomici per immaginare un futuro diverso.

Come sta reagendo il settore sciistico in un contesto di riscaldamento globale?

Nel frattempo, però, il settore non è immobile. La tecnologia sulle piste sta facendo passi avanti per ridurre sprechi e impatti. I gatti delle nevi di ultima generazione montano sensori che misurano in tempo reale la profondità del manto. Grazie a GPS, sonar o radar, il pilota vede dove la neve è troppo poca o troppa e la ridistribuisce con precisione. Aziende come PistenBully e Prinoth, nei loro report tecnici, mostrano come questi sistemi riducano sensibilmente il volume di neve da produrre. Allo stesso modo, produttori di impianti come TechnoAlpin o Demaclenko propongono reti di innevamento "intelligenti" che integrano dati meteo, disponibilità d’acqua ed energia per decidere quando, quanto e dove innevare.

 

Accanto alla neve programmata, negli ultimi anni si è diffusa un’altra pratica: lo snowfarming. In sostanza, si tratta di "coltivare" la neve dell’inverno precedente, conservandone grandi cumuli sotto teli isolanti e strati di materiale naturale (come trucioli di legno) durante l’estate, per poi riutilizzarla all’inizio della stagione successiva. Spesso questa neve "conservata" viene usata proprio per anticipare l’apertura di piste o anelli di fondo che, con inverni sempre più miti, rischierebbero altrimenti di slittare di anno in anno. Studi condotti sulle Alpi (dall’Università di Innsbruck e da istituti svizzeri) mostrano che, con una copertura ben progettata, è possibile arrivare a settembre con oltre il 60-70% del volume iniziale ancora intatto. Questo permette di preparare le prime piste o gli anelli di fondo con molta meno produzione di neve nuova, riducendo consumi energetici e di acqua nelle fasi più delicate dell’avvio di stagione.

La soluzione è chiudere immediatamente con lo sci?

Se da un lato sarebbe comodo per chi, come me, ama questo sport, raccontarsi che è sufficiente un po’ di tecnologia per mettere a tacere il cambiamento climatico, è altrettanto vero che una chiusura brusca o non governata avrebbe effetti sociali rovinosi non solo per chi ha fatto dello sci il proprio mestiere, ma per intere economie locali: lavoro stagionale, indotto turistico, servizi, comunità montane che negli ultimi decenni hanno costruito su questo asse una parte importante della propria identità e del proprio reddito.

 

Pensare che, tolti gli sci, la montagna si reinventi da un inverno all’altro è una semplificazione speculare a quella di chi pensa che basti innevare per sempre. Le località montane a forte vocazione turistica stanno vivendo una fase di transizione accelerata proprio a causa dell’aumento delle temperature. Come tutte le transizioni, anche questa ha bisogno di tempo per maturare: tempo per formare competenze nuove, per sperimentare modelli economici diversi, per immaginare una pianificazione della montagna invernale che non ruoti solo attorno allo sci da pista. In molte aree, soprattutto di media montagna, la prospettiva di uno sci alpino sostenibile è sempre più debole; in alta quota, invece, una finestra di futuro esiste ancora, almeno nel medio periodo.

In questo quadro, la neve programmata può avere due ruoli molto diversi:

1) Può essere uno strumento per "prendere tempo": mantenere vivo, per qualche stagione, un settore che permette alle comunità di  reggere l’urto mentre si investe seriamente su un capitale umano capace di individuare e costruire alternative credibili.
 

2) Rischia di diventare una "toppa"che blocca il cambiamento: si continuano a usare molti soldi pubblici per tenere in piedi gli impianti, ma senza un vero piano per il futuro delle Alpi. In questo modo non si costruiscono alternative economiche, ma si crea una dipendenza: se un giorno lo sci dovesse fermarsi all’improvviso (per mancanza di neve, costi troppo alti, crisi), molte persone perderebbero il lavoro e i territori si troverebbero senza altre risorse su cui contare.

Che cosa siamo disposti a lasciare andare, e che cosa vogliamo salvare della montagna invernale?

 

Credo valga la pena raccontarlo con onestà: senza santificare i cannoni, senza negarci il coraggio di guardare in faccia il futuro, ma anche senza sviluppare una condanna generalizzata verso lo sci. Se c’è una "pista battuta" che possiamo tracciare è quella di uno sci che si fa carico delle proprie responsabilità: innovare per restare (finché sarà sensato) parte di una montagna viva e abitata, sostenendo le comunità senza generarne dipendenze economiche. Uno sforzo che va chiesto anche alla politica, per progettare il futuro invece di aggrapparsi a modelli economici vincenti in un passato ormai mutato.

 

"Non puoi tornare indietro per cambiare l'inizio, ma puoi partire da dove sei per modificare la conclusione." C.S. Lewis

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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