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Attualità | 31 luglio 2026 | 12:00

Cosa provoca e come si forma un pirocumulonembo: "Fulminazioni, pioggia, cadute di materiale infiammato, grandi aumenti a terra di vento caldissimo, forte e improvviso"

Vicino a Bordeaux, nel sudovest della Francia, una colonna di fumo proveniente da un enorme incendio si è trasformata in un vero e proprio temporale. Si tratta della formazione di un pirocumulonembo, un fenomeno pericolosissimo e, purtroppo, destinato a ripetersi sempre più spesso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Pirocumulonembo è la parola dell'estate 2026".

 

Così Luca Tonarelli, grande esperto di antincendio e Direttore del Centro di formazione di Regione Toscana sul tema, prova a stemperare la tensione. Lo abbiamo contattato mentre, in Calabria, sta lavorando alla formazione degli analisti di sala, nel bel mezzo di un'estate decisamente complicata per i boschi mediterranei.

 

"Il pirocumulonembo è un grande pirocumulo", ci spiega, "molto più profondo, molto più alto, che ha conseguenze diverse perché arriva a produrre, come è successo a Bordeaux, in Francia, fulminazioni, pioggia, cadute di materiale acceso, grandi aumenti a terra di vento forte e improvviso, quindi anche estrema imprevedibilità del comportamento dell'incendio che sta sotto di esso. Un incendio che sicuramente, in quella fase, non si può né provare a contenere né ovviamente a spegnere. Anzi, la caduta di materiale infuocato e il vento improvviso che soffia in più direzioni può provocare nuovi incendi, distanti anche diversi chilometri da quello attivo".

 

Compresa l'estrema pericolosità di questo fenomeno, occorre fare un passo indietro. Come si forma un pirocumulo (quello che, in situazioni particolari, può trasformarsi in un pirocumulonembo)?

 

"Innanzitutto occorre spiegare che i pirocumuli si formano durante i cosiddetti incendi convettivi", spiega Tonarelli. "E per avere un incendio convettivo servono alcune condizioni principali. La prima è un'assenza di vento, o un vento molto debole. La seconda è che devono esserci delle correnti ascensionali, dove una decisa diminuzione della temperatura in quota porta l'aria calda a salire. Si tratta, fin qui, di condizioni atmosferiche. Ma per raggiungere certe altezze l'incendio deve essere anche un incendio ricco di energia: per formare pirocumuli o pirocumulonembi ci dev'essere quindi anche tanta biomassa che brucia, una grande quantità e materiale disponibile. In base alla quota di condensazione di quel giorno, la colonna di fumo che si eleva dall'incendio può trasformarsi in una vera e propria nuvola, dentro la quale si generano piogge, fulmini e vento. Quando queste conformazioni arrivano a collassare, si crea una sorta di downburst - quelli a cui sempre più spesso assistiamo durante i forti temporali - con l'ulteriore criticità di avere, al di sotto, un incendio attivo. Si tratta di condizioni estremamente critiche, per la popolazione ma ancora di più per il personale operativo, che magari si trova a lavorare su un fronte tranquillo e gestibile e si ritrova addosso, improvvisamente, un vento di 60 km orari con una temperatura di centinaia di gradi. Una condizione pericolosissima, letale".

 

I pirocumuli ci sono sempre stati, ci spiega Tonarelli, ma in passato si conoscevano e si studiavano poco. Ora queste formazioni sono al centro di numerose ricerche e progetti internazionali, data la loro estrema pericolosità. Enormi passi avanti sono stati fatti nella capacità di previsione, grazie a sonde, radiosondaggi e modelli che oggi permettono di capire se, in un determinato incendio e in di fronte a particolari condizioni atmosferiche, c'è la possibilità di formazione di pirocumuli. Questo fa sì che il sistema antincendio possa organizzarsi meglio e preparare strategie alternative con più sicurezza.

 

I pirocumuli ci sono sempre stati, è vero, ma oggi appaiono più forti e frequenti che in passato. C'entra indubbiamente l'aumento incontrollato della vegetazione - quindi della biomassa disponibile e, di conseguenza, dell'energia sprigionabile. Un problema che, nell'Europa mediterranea, è sempre più evidente, in assenza di gestione e di specifiche attività di prevenzione. Ma c'entra anche, com'era da aspettarsi, la crisi climatica.

 

"Le ondate di calore e il fortissimo irraggiamento sul suolo alzano lo strato limite del pirocumulo, perché questo dipende dalla restituzione del calore arrivato a terra. Le alte temperature, tra l'altro, aumentano le correnti ascensionali. Inoltre, quando sotto si ha una massa d'aria secca e sopra una d'aria umida, si è in presenza della condizione ideale per la formazione dei pirocumuli, dato che essi condensano molto bene quando in quota c'è uno strato d'umidità. E questo accade sempre più spesso a causa del riscaldamento dei mari, soprattutto nelle zone costiere, dove i pirocumuli, guarda caso, sono sempre più frequenti. Un recente studio ha mostrato che, dal 2017, gli incendi convettivi sono aumentati di oltre il mille per cento. In Toscana, dal 2017 a oggi, abbiamo avuto almeno una decina di casi di formazione di pirocumuli".

 

"Queste mutate condizioni", chiosa Tonarelli, "ci obbligano ad aggiornarci costantemente, a studiare questi fenomeni estremamente complessi, a confrontarci tra forestali e fisici dell'atmosfera, anche tra regioni e Paesi molto diversi e distanti tra loro. Tutto sta cambiando rapidamente, dobbiamo farci trovare pronti".

 

Non sappiamo se pirocumulonembo sarà la preoccupante parola con cui ricorderemo l'estate 2026. Quel che è certo è che gli incendi boschivi, tra la crisi climatica che avanza e l'abbandono diffuso dei territori, rappresentano sempre di più un rischio enorme, per gli ecosistemi e le comunità, nel bacino del Mediterraneo e non solo. Esserne coscienti, e iniziare anche a comprendere alcune parole fino a pochi anni fa pressoché sconosciute, come questa, è parte di una consapevolezza collettiva che tutti dovremmo iniziare ad acquisire.

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