Contenuto sponsorizzato
Attualità | 28 agosto 2026 | 13:15

"Escrementi umani accumulati con i fazzoletti usati per pulirsi, persino incastrati nella parete della galleria", inciviltà sul Lagazuoi

"Mai mi sarei aspettato di vedere quello che ho visto": così inizia la testimonianza di un escursionista lungo la discesa dalla galleria del Lagazuoi. Questo recente episodio di inciviltà riaccende il dibattito sulla trasformazione della montagna vista come un territorio privo di regole

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

L'inciviltà e la mancanza di consapevolezza lungo i sentieri d’alta quota continuano a far discutere chi la montagna la vive con rispetto. L'ennesima testimonianza arriva dal Lagazuoi, nel cuore delle Dolomiti, un luogo simbolo della prima guerra mondiale in cui tragici fatti storici si intrecciano con un ambiente naturale affascinante e delicato.

 

Un escursionista ha recentemente raccontato la propria esperienza lungo la discesa dalla galleria del Lagazuoi, trasformata in un triste palcoscenico di degrado. All'interno delle cavità scavate nella roccia dai soldati oltre un secolo fa, l'uomo si è imbattuto in feci e fazzoletti di carta sporchi e abbandonati, alcuni persino incastrati nelle nicchie delle pareti rocciose. 

 

Mai mi sarei aspettato di vedere quello che ho visto - scrive l’utente sul gruppo Facebook "Dolomitici" -. In una camera durante il tragitto ho visto escrementi umani accumulati con i fazzoletti usati per pulirsi, e in una nicchia addirittura gli escrementi raccolti con il fazzoletto e incastrati sulla parete. Non ho fatto foto perché non valeva la pena documentare questo schifo”.

 

Un quadro di inciviltà che lascia amareggiati, soprattutto considerando l’importanza storica ed ecologica di questi spazi frequentati dagli escursionisti e resi fruibili al pubblico grazie all’impegno di numerosi volontari che si sono dedicati a ripulire e ripristinare gallerie e trincee.

 

La galleria del Lagazuoi è infatti parte di un sistema più articolato di postazioni militari che compongono il museo all’aperto della Grande Guerra: un museo che si visita senza biglietto, ma consente a chiunque di immergersi nella storia frequentando quei luoghi che un tempo sono stati la linea del fronte che vedeva contrapposti i soldati italiani a quelli dell’esercito austroungarico. 

 

Il problema segnalato dall’utente non si limita all'abbandono di rifiuti, ma riguarda anche la superficialità con cui si affrontano percorsi di montagna impegnativi. Nello stesso tragitto sono stati infatti notati diversi frequentatori sprovvisti dell'attrezzatura minima necessaria, intenti a percorrere la galleria buia e umida in scarpe da ginnastica e affidandosi esclusivamente alla luce del proprio telefono cellulare. 

 

Per visitare la galleria è invece consigliato l’uso di buoni scarponi, guanti, torcia e casco (spesso, infatti, la ridotta altezza dei cunicoli impone di procedere chinati e, al buio, è facile urtare con la testa rocce sporgenti). Chi ne fosse sprovvisto, può prendere a noleggio l’equipaggiamento tecnico all’apposito punto informativo al Passo Falzarego, dove il personale qualificato fornisce informazioni a chi desidera conoscere il territorio e scoprire il museo all’aperto. 

 

Scavata nelle viscere della roccia, la galleria del Lagazuoi rappresenta una testimonianza di ingegneria militare risalente alla prima guerra mondiale. Costruito dai soldati italiani per minare le postazioni austriache, questo ardito sistema di cunicoli si snodava dall'imbocco vicino alla Cengia Martini fino all’anticima del Piccolo Lagazuoi. La struttura si articolava in diversi rami strategici, tra cui la galleria dell'artiglieria, la galleria a spirale e la galleria di mina italiana, fatta brillare il 20 giugno 1917.

 

Tra il 1997 e il 2004, questo patrimonio storico è stato interamente recuperato e reso accessibile al pubblico grazie all'impegno degli Alpini della Brigata Alpina Tridentina e ai volontari della Sezione di Treviso dell'Ana. L'imponente lavoro di restauro ha comportato la rimozione dei detriti accumulati nel tempo, il ripristino dei gradini e la posa di cordini di sicurezza lungo tutto il tracciato.

 

Oggi nella galleria si snoda una ferrata atipica, che si sviluppa per oltre un chilometro all'interno della montagna, con un dislivello di oltre 600 metri. Attrezzato con funi metalliche e privo di particolari difficoltà tecniche, il percorso si addentra in un ambiente angusto, in cui penetra soltanto la luce lasciata filtrare da alcune feritoie aperte sulla parete rocciosa.

 

Questo recente episodio di inciviltà - che ricorda analoghe segnalazioni relative alla strada delle 52 gallerie del Pasubio - riaccende il dibattito sulla trasformazione della montagna vista come un territorio privo di regole, ad uso e consumo di visitatori improvvisati. Luoghi un tempo teatro di sofferenze e oggi patrimonio collettivo da tutelare vengono sempre più spesso affrontati senza un'adeguata preparazione o cognizione del contesto. 

 

La sfida più attuale resta quella di promuovere un'educazione alla frequentazione delle terre alte che metta al centro la responsabilità e il rispetto per la memoria e l'ambiente.

Contenuto sponsorizzato