"Ormai anche per i professionisti della montagna è difficile capire qual è il reale valore di una salita. Ciò che viene proposto è abbastanza standardizzato". Alessandro Baù sull'omologazione del racconto alpinistico

"Quando a 14 anni ho iniziato a scalare con papà, giocavo a pallanuoto ed ero sempre in piscina. Giunto il momento di sedersi sui banchi dell’università per districarsi tra i libri di ingegneria, ho lasciato calottina e pallone per dedicarmi alle falesie e alle grandi pareti delle Dolomiti. Pian piano ho scoperto lo scialpinismo, il ghiaccio, il misto, l’alpinismo invernale e… ho iniziato a viaggiare!". Padovano, classe 1981, è guida alpina e membro del Club Alpino Accademico Italiano. Dal 2009 ha aperto vie in tutto il mondo, dalle Dolomiti al Messico e dalla Patagonia al Pakistan

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
A raccontarci la sua esperienza questa volta è Alessandro Baù, padovano, classe 1981. Guida Alpina dal 2017 è ingegnere meccanico e membro del Club Alpino Accademico Italiano. "Quando a 14 anni ho iniziato a scalare con papà, giocavo a pallanuoto ed ero sempre in piscina. Giunto il momento di sedersi sui banchi dell’università per districarsi tra i libri di ingegneria, ho lasciato calottina e pallone per dedicarmi alle falesie e alle grandi pareti delle Dolomiti. Pian piano ho scoperto lo scialpinismo, il ghiaccio, il misto, l’alpinismo invernale e… ho iniziato a viaggiare!". Dal 2009 ha aperto vie in tutto il mondo, dalle Dolomiti al Messico e dalla Patagonia al Pakistan. Oggi, racconta le sue storie d’alpinismo e il suo sguardo sulle vette attraverso scritti su riviste/siti specializzate e conferenze in giro per l’Italia.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Sei d’accordo con questa prospettiva?
Sicuramente suscita molta più attenzione un video sul filo di cresta, dove ci sono dei pericoli estremi e ben visibili (quantomeno apparenti). Credo che l’atteggiamento generale in questo periodo è quello di vertere tutto sul lato "emotivo". A livello comunicativo è cambiato un po’ tutto: quando ho iniziato a scalare c'erano poche riviste che uscivano a cadenza mensile, penso soprattutto ad Alp. Oggi siamo talmente bombardati di notizie, ascese, record eccetera, ogni giorno, che non si riesce a percepire qual è il reale valore di una prestazione oppure di una salita alpinistica. Per l'occhio del non esperto non c'è distinzione tra qualcosa di importante o qualcosa di ordinario: ciò che emerge è solo il video adrenalinico o la comunicazione più spinta. Ma ormai, anche per gli addetti ai lavori e i professionisti della montagna, alle volte è difficile capire qual è il reale valore di una salita. E questo perché ciò che viene proposto è abbastanza standardizzato. Essendoci una o più news ogni giorno, si fa fatica ad approfondire gli argomenti; si rimane molto più superficiali, si capisce meno.
Come alpinista e guida alpina, è l’adrenalina ciò che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?
L’adrenalina è certamente una parte nel tutto, ma per quanto mi riguarda direi che più che l'adrenalina, a muovermi è il bisogno di stare in quell'ambiente, di vivere la montagna. È uno stile di vita: godere dei luoghi dove ho la fortuna di lavorare e avere una visuale dall'alto sulle cose. Poi c’è anche la volontà di pormi un obiettivo. Una volta giocavo a pallanuoto come atleta, e quando sviluppi una mentalità agonistica (quando ti abitui alle tabelle, ai tempi da seguire, ai traguardi da raggiungere) è difficile perdere il ritmo. Tutta questa visione, questo stile di vita che si struttura a partire dall’obiettivo che ti sei posto, per il quale ti prepari per poi viverlo al meglio nel momento in cui lo porti in gara o nell’ambiente: è questo il motore che porta avanti l'alpinismo, più che l'adrenalina in sé. Ovviamente, anche il confronto con il rischio fa parte dell'attività di montagna, però siamo conservativi. L'adrenalina è un po' un gioco a saggiare il proprio limite, ma quella è un’eccezione che può venire soltanto dalla sicurezza; e questa si acquisisce solo con un’altra serie di cose: la testa, il fisico e la conoscenza del contesto.
Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?
Io adesso sto seguendo, come coordinatore del gruppo Nord-Est, il progetto del Cai Eagle Team. Secondo me questo progetto - che è qualcosa che in altri paesi (come Slovenia, Svizzera e Germania) c’era già - in Italia mancava. Io credo che sia un bel modo di rivolgersi agli alpinisti del futuro perché fondamentalmente si innesta sulla mentalità di tutor esperti che cercano di passare i contenuti ai giovani, cercando di trasmettere la loro esperienza decennale in modo tale che i ragazzi la possano fare propria e progredire ulteriormente. Questo è rivolto agli alpinisti del futuro, è un modo per coltivare questa disciplina, che in passato invece sicuramente stava tradendo un po’ il filo di sviluppo proprio dell’alpinismo italiano. Secondo me il progetto "Eagle Team" è un bel esempio di come dovremmo muoverci per il futuro. Per quanto riguarda la comunicazione, purtroppo, sono consapevole che la formula del vecchio Alp, nel contesto odierno, è assolutamente fuori tempo. Però mi piace pensare che, prendendo gli aspetti positivi di allora e di oggi, si possa migliorare le forme comunicative attuali. Con le riviste di una volta, in un mese si parlava di cinque, sei, dieci salite importanti al massimo, e si andava veramente ad analizzare le cose più di spessore che erano state fatte nell'arco di quel mese. Forse potremmo ripartire da questa consapevolezza, cercando di ridurre la quantità (legata alla necessità di pubblicare costantemente) e migliorare la qualità.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.














