La peste del gambero minaccia la sua sopravvivenza: un abitante dei nostri torrenti, crostaceo dagli occhi blu che invita a capire la lingua della natura

Cronache di un fotografo naturalista # 15 / Tutti i dettagli del gambero di fiume, una meraviglia dell'ingegneria evolutiva. Il corpo è suddiviso come tutti gli artropodi in segmenti, una costruzione perfetta di ispirazione per robot e creature fantastiche. La parte dorsale del crostaceo è marrone rossastra – anche grigio verdastra negli individui più vecchi – mentre quella ventrale, incluse le zampe, sono chiare: da qui l'altro nome di questa specie, gambero dai piedi bianchi

Il torrente scorre sul versante esposto a sud-ovest dove la luce del tardo mattino penetra tra gli ontani e gli sparuti faggi facendo brillare le lingue di cervo che crescono lungo le sponde. Mi trovo sulle alte colline del Mugello (FI), sui fianchi dell’Appennino centrale, appostato tra due grandi massi e ben coperto dal telo mimetico, in attesa che il merlo acquaiolo faccia la sua comparsa dove l’ho osservato questa mattina. Resto in silenzio e lascio che l’ambiente intorno si sveli ai miei sensi. Durante gli appostamenti non alleni solo gli occhi ai più piccoli movimenti, ma impari anche ad ascoltare la lingua della natura: ne memorizzi i fonemi e le sillabe, provi a comprenderne gli accenti e le pause, fino a familiarizzare con i suoi ritmi e la sua intonazione. Ecco che il mormorio dell’acqua s’intreccia al debole canto nuziale che la Rana italica emette rimanendo immersa sott’acqua. La melodia dello scricciolo si lega ai richiami dei codibugnoli e il passo delicato di un topo selvatico si solleva leggero dal letto di foglie secche. Ogni parola si fa comprensibile.
Con un rapido frullo di ali, una ballerina gialla (Motacilla cinerea) si posa nell’ansa calma del torrente e ispeziona ogni roccia che affiora facendo danzare la coda in una coreografia di inchini. Si tratta di una specie piuttosto diffusa e legata all’acqua, che predilige i torrenti collinari e montani a rapido scorrimento dove ricerca le cavità in rocce vicino all’acqua corrente per nidificare.

Sulle rocce umide della parete dove sono nascosto si muovono piccoli invertebrati e uno di loro, un millepiedi del genere Polydesmus, rapisce la mia attenzione per il suo incedere quasi ipnotico. I segmenti del corpo alternati nel colore rossiccio e biancastro, ognuno dei quali porta due paia di zampe, si spostano nella penombra come un’onda chiaroscura.

L’incedere caratteristico di questi diplopodi è chiamato movimento metacronale delle zampe: non si muovono tutte insieme, ma una dopo l’altra, creando una sorta di onda che percorre il corpo dal capo alla parte posteriore, o, al contrario, a seconda della direzione di marcia.
Il merlo acquaiolo non si è presentato, ma sono più che soddisfatto di queste due ore trascorse in sua attesa. Del resto non sono venuto qua principalmente per lui, ma per un altro abitante dei torrenti che non osservavo e fotografavo da tanto tempo, il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes).

Lascio il treppiede e il resto dell’attrezzatura dietro il masso e mi muovo sulle sponde guardando in acqua dove il torrente scorre lento e forma delle ampie anse. La luce del primo pomeriggio entra di taglio tra gli alberi e crea delle zone illuminate dove saettano i pesci. I vaironi (Telestes muticellus) nuotano veloci in piccoli gruppi misti a cavedani e raggiungono dei ripari per nascondersi da me.
Non è affatto facile determinare la specie di un pesce stando fuori dall’acqua, tuttavia quando i vaironi piegano il corpo durante il nuoto mostrano due caratteri parzialmente diagnostici di questo ciprinide: la banda scura che attraversa longitudinalmente i fianchi e le scaglie dorate che luccicano come monete al sole.

Il movimento veloce dei vaironi mette in allarme un giovane gambero di fiume che flette il corpo rapidamente, utilizzando la coda come un mantice e si dà la propulsione guizzando all’indietro. Come gli altri crostacei decapodi con corpo allungato e coda a ventaglio (il gruppo dei Macruri), normalmente anche i gamberi di fiume si muovono in avanti articolando le zampe, ma di fronte ad un potenziale pericolo nuotano velocemente all’indietro e questa caratteristica ha generato il famoso modo di dire andare indietro come i gamberi.
Ho portato con me l’acquarietto da campo, il sistema che utilizzo per ritrarre soggetti acquatici senza dover entrare in acqua con l’attrezzatura fotografica. Recupero del materiale dalla riva sommersa del torrente: pietre, legnetti, foglie e altri elementi tipici di quel fondale. A questo punto inizio a decorare l’interno dell’acquario, una sorta di ikebana acquatica, per ricreare un diorama che rappresenti nel modo più fedele possibile l’ambiente naturale. Come l’ikebana questa operazione richiede cura, pazienza ed esperienza. Continua così l’immersione nella natura, nella sua calma. Finito di disporre gli elementi, verso l’acqua su un supporto liscio inclinato all’interno dell’acquario. Nessuna fretta! L’acqua deve riempire lentamente l’acquario in modo da non alzare sedimento e intorbidire lo scenario.

All’interno del diorama apprezzo tutti i dettagli del gambero di fiume, una meraviglia dell’ingegneria evolutiva. Il corpo è suddiviso come tutti gli artropodi in segmenti, una costruzione perfetta di ispirazione per robot e creature fantastiche, in un cefalotorace (la fusione di testa e torace) e in un addome che termina con la coda (il telson). Attaccate al cefalotorace, la parte anteriore, si articolano le appendici (le zampe) con varie funzioni (cinque paia in questo caso) di cui due trasformante in possenti chele per manipolare il cibo e talvolta catturare le prede. Le lunghe antenne e le più brevi antennule rappresentano i suoi organi sensoriali e si muovono ritmicamente per conoscere lo spazio in cui si trova. Sono rapito dalla bellezza dei suoi occhi blu. Migliaia di ommatidi formati da cellule fotorecettrici che lavorano assieme per restituire l’immagine del mondo in un mosaico perfetto. Si muovono, mi osserva e miei occhi si muovono e seguono i suoi. I flash sono in posizione, scatto.

La parte dorsale del gambero di fiume è marrone rossastra – anche grigio verdastra negli individui più vecchi – mentre quella ventrale, incluse le zampe, sono chiare: da qui l’altro nome di questa specie, gambero dai piedi bianchi.
In Italia l’Austropotamobius pallipes è in forte rarefazione anche se in alcune zone limitate è fortunatamente ancora una presenza comune. Sono vari i fattori che ne minacciano la sopravvivenza, tra cui l’introduzione di crostacei alloctoni con cui entra in competizione e che possono introdurre malattie come la peste del gambero, l’inquinamento e la captazione delle acque in cui vive e talvolta il prelievo – vietato - per fini culinari.

Saluto il mio modello che ritorna nel suo torrente procedendo lento sul fondo di ciottoli e foglie di ontani color della pece. Ormai la luce è bassa e le pietre e gli alberi si tingono di toni blu. Nel torrente i gamberi escono dalle loro tane, intensificano col crepuscolo la loro attività. Con una torcia li vedo muoversi tra i riflessi della corrente.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.














