"'Avremmo forse fatto meglio a starcene al calduccio in fondo al Mediterraneo', brontolava il Monte Bianco". Gianni Rodari e la nascita delle montagne

"La fiaba, essendo un elemento che aiuta la mente ad aprirsi, è più necessaria che mai". Il 23 ottobre 1920 - esattamente 105 anni fa - nasceva a Omegna (sul lago d'Orta, in Piemonte) Gianni Rodari, maestro della parola e della fantasia. Pedagogista, scrittore e giornalista, credeva che insegnare non fosse solo trasferire nozioni ai più piccoli, ma anche fornire loro gli strumenti per diventare persone migliori. Tra le sue fiabe, una è dedicata a tre note montagne delle Alpi

Il 23 ottobre 1920 - esattamente 105 anni fa - nasceva a Omegna (sul lago d'Orta, in Piemonte) Gianni Rodari, geniale maestro della parola e della fantasia. Pedagogista, scrittore e giornalista, non fu solo autore di amatissime opere per l'infanzia, ma un architetto del pensiero che ha saputo insegnare a smontare e rimontare il mondo con la logica dell'immaginazione. Al centro del suo approccio educativo c'è l'incrollabile convinzione che la creatività non sia un semplice gioco, ma uno strumento indispensabile per la crescita dell'individuo, una chiave per interpretare la realtà e la complessità del mondo, una facoltà cognitiva da coltivare in ogni percorso di formazione.
Con lo stile asciutto e brillante che contraddistingue i suoi testi, i libri di Gianni Rodari continuano a raccontare una realtà ancora attuale, aprendo prospettive originali e descrivendo un sistema di valori nel quale riconoscersi. Le sue sono storie moderne, universali, senza tempo.
In un'intervista del 1976, Rodari affermava: "La fiaba, essendo un elemento che aiuta la mente ad aprirsi, a impegnare la propria immaginazione, è più necessaria che mai. Oggi la vita moderna amputa l'uomo di tante sue possibilità e capacità. Invece credo che ci sia bisogno, per avere un essere umano completo, di avere un essere umano creativo, capace di immaginare. La fiaba può aiutare il bambino a crescere un uomo pieno di immaginazione, creativo. Certo, la vita non è una fiaba, ma questo il bambino lo sa. La distinzione tra mondo delle cose vere e mondo delle cose che si possono immaginare il bambino ce l'ha chiara. Non per questo ha meno bisogno proprio per affrontare il mondo delle cose vere, di avere speranze e idee che concepisce nel mondo delle cose possibili, non delle cose vere. E la fiaba è il mondo del possibile, quindi anche dell'utopia, quindi anche della speranza. Direi che è importante proprio conservarlo ai bambini e a tutti gli esseri umani, non solo ai bambini". "Quindi un bisogno insopprimibile?" chiede l'intervistatore. "Direi un bisogno che può anche essere soppresso, ma che non conviene sopprimere. Perché se no avremmo a che fare con dei robot, con dei perfetti esecutori, ma non più con uomini capaci di portare del nuovo nel mondo", risponde Rodari.
In occasione dell'anniversario della nascita, riprendiamo di seguito una fiaba dedicata a tre note montagne delle Alpi.
Le montagne camminano (la fiaba delle montagne)
Nei tempi antichi, le montagne uscirono dal mare. Una alla volta, si capisce. Prima spuntò la testa del Monte Bianco, poi quella del Monte Rosa, poi la punta del cappello del Cervino. Davanti a loro c'era solo una vasta pianura deserta e le montagne allungavano il collo per vedere lontano lontano che cosa ci fosse mai. Non c'era proprio niente. Allora si incamminarono lentamente: non potevano mica correre con tutti quei nevai e ghiacciai e burroni e roccioni che si portavano dietro. Parlavano tra di loro durante quella grandiosa marcia? Forse sì, ma naturalmente nella lingua delle montagne, che sono i tuoni, i temporali, i venti, le frane di sassi.
"Avremmo forse fatto meglio a starcene al calduccio in fondo al Mediterraneo", brontolava il Monte Bianco; "la fronte mi si è già coperta di neve e sento che la schiena mi si spacca per il gelo. Guardatemi un po' dietro che cosa mi succede".
"Ah, ah", rideva il Cervino. Il modo di ridere della montagna è piuttosto pauroso. Il Cervino, per esempio, ride con la grandine. "Avevi una bella schiena liscia, mi ricordo. Adesso sei grinzoso come un vecchio di un milione di anni".
"Piano, con gli anni: ne avrò sì e no cinquecentomila", rispondeva il Monte Bianco.
"Non litigate voi due - soffiava il vento del Monte Rosa -. Restare nel mare non si poteva più, lo sapete bene".
"Ho sentito dire che l'Africa si sta avvicinando all'Europa: forse è per questo che qualcosa mi spingeva con tanta forza. In principio io resistevo bene ma, alla fine, la spinta è stata più forte di me e ho dovuto muovermi. Credo che sia stato così anche per voi".
Infatti era stato così. E ora le montagne si dirigevano pesanti e lente come enormi barconi, verso il Nord.
"Ho ancora i piedi nell'acqua, se non sbaglio", borbottava il Monte Bianco di quando in quando.
"Io no - rideva il Cervino - sono fuori tutto". Era dritto e magro, astuto e maligno. Prendeva le nubi al volo e le adoperava per fasciarsi la testa come i bambini che giocano agli indiani.
"Vediamo chi va più in alto", propose il Cervino.
Gli altri due accettarono la sfida. Erano tutti e tre dei buoni scalatori e in poco tempo arrivarono fino ai cinquemila metri. Si fermarono lassù perché avevano finalmente trovato l'aria migliore, un'aria sottile e leggera che teneva sveglio e fresco il loro cervello. Chissà di che cos'è fatto il cervello delle montagne: di ferro, di rame, di oro, d'argento?
Poi, con il tempo, il gelo, la neve e l'acqua scavarono le loro groppe poderose, disegnarono nei loro fianchi le valli profonde, scolpirono le vette come statue: erano un po' più basse adesso le grandi montagne, ma non avevano più voglia di camminare. Erano vecchie e stanche. Figuriamoci se non sono vecchie e stanche adesso, dopo tanti milioni di anni.
È per questo che se ne stanno tranquille e ferme e appena aprono un occhio quando la tempesta infuria. Il Cervino brontola: "Chi è che mi fa il solletico?", poi richiude l'occhio e si rimette a dormire. È sceso più in basso dei suoi compagni. Più alto di tutti è il Monte Bianco.
Questa fiaba di Gianni Rodari è tratta dal libro Fiabe lunghe un sorriso, Einaudi ragazzi


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














