"Un enorme costone coperto di detriti si protende quasi a precluderci il cammino: la scena spaventosa è ciò che rimane della frana che precipitò dall'Antelao nel 1814 e che seppellì due villaggi"

L'esploratrice inglese Amelia B. Edwards nel suo volume Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys, pubblicato nel 1873, fa riferimento alla tragedia avvenuta il 21 aprile 1814, quando due frazioni situate sulla destra del Boite, Taulen e Marceana, furono spazzate via da una poderosa frana scesa dal versante sud-ovest dell'Antelao. Le vittime, si stima, furono 314. Fu la frana più disastrosa nella storia dell'Antelao a memoria d'uomo. Sopra Taulen, è sorta Villanova

In questi giorni, sono tornate a riempire le cronache dei giornali le colate detritiche che dai massicci rocciosi dell'Antelao e dal Sorapiss si riversano a valle, scaricando ingenti quantità di materiale e provocando notevoli danni alle infrastrutture sottostanti. Attualmente la strada statale di Alemagna è chiusa al traffico all'altezza di Dogana Vecchia, tra San Vito di Cadore e Cortina d'Ampezzo.
Proprio lungo quella direttrice, che da Longarone si inoltra lungo la valle del Boite, stava viaggiando nel 1872 Amelia Ann Blandford Edwards.
L'esploratrice inglese, in compagnia di un'amica, sta risalendo la valle a bordo di una carrozza, diretta a Cortina d'Ampezzo. "Un poco oltre Tai, ha inizio una delle più belle strade d'Europa", annota nel suo diario di viaggio, che è giunto a noi sotto forma di un appassionante romanzo: il volume Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys, pubblicato per la prima volta nel 1873 e tradotto in italiano con il titolo Cime inviolate e valli sconosciute, edito da Nuovi Sentieri.
Amelia è un'acuta osservatrice: guarda con attenzione e curiosità, si meraviglia, interpella i valligiani che incontra, appunta memorie ed emozioni e disegna i paesaggi che più la colpiscono. Tra i passaggi del suo libro, risuona in modo particolare quello che riportiamo di seguito: per chi conosce la zona, sarà facile ritrovarsi nelle descrizioni tratteggiate dalla scrittrice nella seconda metà dell'Ottocento, seppur non sempre precisissime.

Qui, l'autrice fa riferimento alla tragedia avvenuta il 21 aprile 1814, quando due frazioni di Borca di Cadore - Taulen e Marceana situate sulla destra orografica del torrente Boite - furono distrutte e spazzate via da una poderosa frana scesa dal versante sud-ovest dell'Antelao. Le vittime, si stima, furono ben 314. Fu la frana più disastrosa nella storia dell'Antelao a memoria d'uomo. Sopra Taulen, è sorta Villanova di Borca.
Ed ecco che la valle si allarga. Ancora avvolto nella nebbia, con le sue innumerevoli guglie, l'Antelao appare più vicino e, nella parte opposta della valle, si erge il Pelmo, simile ad un trono imponente col baldacchino di nuvole ed una scala gigantesca, ogni gradino della quale è formato da rocce a picco, coperte di nevi eterne, calpestate solamente dai cacciatori di camosci. [...]
Lungo la strada, un enorme costone coperto di detriti si protende quasi a precluderci il cammino: la scena spaventosa è ciò che rimane della frana che precipitò dall'Antelao nel 1814 e che seppellì due villaggi dall'altra parte del Boita (Boite, ndr).
Ancora più improvvisa e più crudele della lava del Vesuvio, questa valanga, come generalmente accade, si staccò nel cuore della notte, cogliendo gli abitanti nel sonno, senza lasciar loro un attimo per sfuggire.
Due grosse colline formate da rocce calcaree frantumate dell'altezza di almeno cento piedi, coprono ora sinistramente i due villaggi perduti e, strano a dirsi, il torrente, invece di essere deviato o costretto a rifluire come il Piave a Serravalle, scorre nel suo letto senza incontrare ostacoli ad eccezione di due soli massi di dimensioni titaniche.
Resta un mistero come, nella sua furia, una frana così spaventosa abbia scavalcato il torrente con un volume tale da seppellire tutte le case, la chiesa e il campanile e non abbia colmato il letto del torrente, nel mezzo della valle.
Sia durante quel mio primo viaggio, sia più tardi, cercai di sapere se il fiume non fosse stato temporaneamente ostruito e sgombrato in seguito dall'opera delle comunità ampezzane, ma nessuno seppe rispondere a questi interrogativi, lasciando la mia curiosità insoddisfatta.
"Accadde cinquantasei anni fa, Signora - fu la risposta invariata - Chi lo sa?".
Non era poi passato tanto tempo. Mi sembrava veramente strano che dopo un periodo di poco più di mezzo secolo, i particolari di una simile catastrofe fossero andati perduti, in un luogo in cui i grandi eventi dovevano necessariamente essere ben pochi.
Proseguiamo: con un'ampia curva la strada costeggia le pendici dell'Antelao il quale, modificando continuamente profilo e aspetto, appare sempre più maestoso. Solo qua e là, su questo versante, la neve persiste sulle cenge in piccole chiazze. E precipizi vertiginosi e costoni enormi coperti di frammenti di roccia; irti pinnacoli e catene di pallide cime. I colori vanno dal bianco al giallo sulfureo con striature violette, al vivo rosso ruggine che indica la presenza del ferro.
Una guglia simile ad una scheggia aguzza, affilata come una lancia e incurvata come un dente di squalo, assomiglia ad una scimitarra appena intinta nel sangue.
Siamo ora a San Vito: l'Antelao è poco lontano dietro le nostre spalle e nel paesaggio già domina, in modo superbo, il lungo crinale della Cròda Malcora con l'alta cima Sorapis.
Immagine di apertura: Amelia B. Edwards e l'Antelao raffigurato dall'autrice

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".















