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Cultura | 24 luglio 2025 | 20:00

La pasta era una pietanza osteggiata dal fascismo. La famiglia Cervi la distribuì alla popolazione di Campegine "per festeggiare la fine della dittatura"

Trecento chilogrammi di farina e venticinque di burro e formaggio grana servirono per preparare maccheroni o forse maltagliati. Enormi pentoloni per la lavorazione del latte furono utilizzati per la cottura e il trasporto fino alla piazza di Campegine su un carro trainato dal mitico trattore Landini. Probabilmente la pasta arrivò scotta, ma questo non era importante perché la fame e la voglia di sentirsi liberi animavano i pensieri della popolazione immiserita da guerra e repressione. La storia della pastasciutta dei fratelli Cervi fa da sfondo all'ultimo incontro della rassegna Liberazione80 prevista per venerdì 25 luglio a Pus-Pian Longhi, in Nevegal, con Michela Ponzani, professoressa di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", editorialista e opinionista

scritto da Isbrec

All’amatriciana, al pesto, con il sugo di pomodoro o alla Norma: la pasta è il piatto tipico della cucina italiana conosciuto in tutto il mondo. Ma solo quella condita con burro e formaggio grana è la pastasciutta antifascista, quella stessa che i sette fratelli Cervi, insieme con il loro padre Alcide, prepararono e servirono a tutta la popolazione di Campegine, nel reggiano, il 27 luglio 1943 «per festeggiare la fine della dittatura fascista e l’inizio della Liberazione» come affermò il genitore all’annuncio della destituzione e dell’arresto di Mussolini, diffuso dalla radio nella notte del 25 luglio 1943, dopo ventuno anni di dittatura.

 

Fu un momento di gioia e allegria condiviso da tutta la popolazione del paese, senza distinzione, perfino con un giovane balilla che passava per caso dalla piazza. Trecento chilogrammi di farina, di proprietà della famiglia, e venticinque di burro e formaggio grana, presi a prestito nel caseificio di Gattattico, servirono per preparare maccheroni o forse maltagliati. Enormi pentoloni per la lavorazione del latte furono utilizzati per la cottura e il trasporto fino alla piazza di Campegine su un carro trainato dal mitico trattore Landini. Probabilmente la pasta arrivò scotta, ma questo non era importante perché la fame e la voglia di sentirsi liberi animavano i pensieri della popolazione immiserita da guerra e repressione.

 

Perché distribuire pastasciutta in un territorio contadino padano? Quel piatto non apparteneva alla consuetudine alimentare degli agricoltori emiliani, da sempre consumatori di polenta accompagnata da qualche pezzo di lardo o salame o della tradizionale lasagna, confezionata con uova, acqua e farina di grano tenero. La pasta, simbolo della Campania, era una pietanza osteggiata dalla retorica fascista, come dichiaravano i Futuristi, in quanto «inibisce le funzioni intellettuali e appesantisce le funzioni digestive». Piace pensare che, proprio per questo, i Cervi, coltivatori della terra da generazioni, scelsero di regalarla ai loro concittadini «contribuendo inconsapevolmente a costruire questo mito dell'immaginario culinario nazionale», come afferma Marco Cerri.

 

I giorni della spensieratezza, però, cessarono in fretta perché la guerra continuava e la situazione generale del Paese diventava sempre più confusa. Dall’8 settembre 1943, quando cambiarono le alleanze e il nemico tedesco insieme ai repubblichini di Salò iniziò la persecuzione di contadini, ex soldati dell’esercito italiano e antifascisti, casa Cervi divenne un centro strategico per organizzare l’opposizione, nascondere persone e raccogliere armi.

 

Papà Alcide e mamma Genoeffa Cocconi avevano cresciuto i figli ispirandosi ai valori del socialismo umanitario democratico e libero, stimolando in loro la passione per la lettura e per i valori della giustizia: erano da sempre antifascisti e difensori dei diritti dei lavoratori. Fin dai primi giorni di settembre la “banda Cervi” dirigeva la lotta partigiana nella Pianura Padana occidentale portando a termine svariate azioni militari. Ma durante un rastrellamento, tra il 24 e il 25 novembre 1943, dopo un breve conflitto a fuoco, Alcide, i figli maschi ed altri partigiani nascosti nelle stalle vennero catturati e incarcerati nella casa circondariale di Reggio Emilia. Dopo varie vicende, il 28 dicembre 1943, i sette vennero fucilati per rappresaglia nel poligono di tiro di Reggio Emilia, mentre il padre, trasferito in un altro carcere, fuggirà l’8 gennaio 1944 durante un bombardamento alleato, ancora inconsapevole della morte dei figli. Genoeffa se n’era andata il 14 novembre 1944 dopo l’ennesima irruzione fascista nella propria casa, dove era rimasta con quattro nuore e undici nipoti.

 

Nel corso degli anni, scomparsi i protagonisti delle vicende passate, casa Cervi, sita tra i comuni di Gattatico e Campegine dove la famiglia si era stabilita nel 1934, divenne un museo. Ancora oggi è meta simbolica di tutti coloro che credono nell’antifascismo, nella democrazia e nella libertà. Proprio in questo  contesto un gruppo di amici del Museo, molto legati alle vicende dei Cervi, sabato 16 luglio 1988, ripropose quel ricordo dimenticato del 1943: offrire gratuitamente una pastasciutta ai convenuti nella casa museo. Lo scopo fu quello di valorizzare un gesto spontaneo e creativo per condividere valori civili e democratici. Per anni l’esperienza rimase in ambito locale, inserita nella Festa dell’Unità, ma nel 2008 anche il limitrofo museo storico della Resistenza di Fosdinovo organizzò una pastasciutta agostana.

 

Fu così che, dal 2009, il numero di eventi simili si moltiplicò su tutto il territorio nazionale grazie ad Anpi, Cgil, Auser, circoli culturali e tanti altri soggetti che gestiscono spazi pubblici dove volontari cucinano e servono il piatto leggendario. Nacque la rete delle pastasciutte antifasciste (nel 2024 se ne sono contate circa 260) facente capo a casa Cervi, che attiva annualmente una pagina Facebook in cui pubblica il logo e altre notizie. Nemmeno la pandemia riuscì a fermare la tradizionale cerimonia, che si tenne anche nel 2020 e 2021, seppure in tono minore. Tuttavia non mancarono polemiche come nel caso di  Rosà, in provincia di Vicenza, quando nel 2023 la pastasciutta antifascista saltò per «problemi di ordine pubblico», come ebbe a dire la vicesindaca. Ciò testimonia che anche un semplice momento conviviale e fortemente simbolico possa rappresentare un pericolo per chi voglia occultare il pensiero critico. Discutere, confrontarsi sui problemi dolorosi della nostra attualità e proporre soluzioni sono gli aspetti che vengono trattati durante il banchetto, per ricordare l’esempio di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore, autentici cittadini più che eroi.

 

Le tragiche esperienze dei Fratelli Cervi e il loro esempio sono diventati anche a Belluno un patrimonio di coscienza civile tra le generazioni più giovani. È stato Adelmo, che aveva quattro mesi quando suo padre Aldo venne fucilato, a raccontarle l’11 gennaio 2025 agli studenti delle scuole medie superiori  lanciando un monito: «Questa è una società ingiusta. Dobbiamo continuare il nostro impegno per cambiare al meglio le cose».

 

La storia della pastasciutta dei fratelli Cervi fa da sfondo all'ultimo incontro della rassegna Liberazione80 prevista per venerdì 25 luglio a Pus-Pian Longhi, in Nevegal, con Michela Ponzani, professoressa di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, editorialista e opinionista.

la rubrica
Liberazione 80: storie di montagna

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente

 

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