La tropicalizzazione del clima modifica le comunità vegetali: quale sarà l’impatto sul paesaggio e sull’economia montana?

La filiera foresta-legno saprà adattarsi a questa trasformazione epocale della componente forestale? Le politiche forestali, le forme di gestione boschiva sostenibile, la governance di filiera, i processi produttivi, gli impianti tecnologici, sono pronti ad accogliere questa sfida dal carattere primario e di portata così significativa?

Gli effetti dei cambiamenti climatici si stanno palesando in modo particolarmente nitido in questi giorni, in un’Europa che presenta temperature medie fino a 7° C più elevate del normale, notti afose in cui il termometro non scende sotto i 20° C e fenomeni temporaleschi locali sempre più intensi, spesso accompagnati da grandinate eccezionali: una tropicalizzazione del clima.
Fenomeni questi che non interessano solamente le aree costiere e di pianura: al contrario, molti effetti avversi sono percepiti in maniera sempre più significativa nei compendi montani. Temperature medie più elevate alle alte quote e uno zero termico costantemente sopra i 3000 metri promuovono una forte contrazione dei ghiacciai e incidono in maniera significativa sul permafrost, favorendo la destabilizzazione di alcuni versanti in quota, come si è visto recentemente con la grande frana nella Lötschental in Svizzera, la quale ha seppellito il centro abitato di Blatten sotto oltre un milione di metri cubi di detriti.
In montagna, precipitazioni sempre più intense associate a forti venti favoriscono inondazioni improvvise e schianti di alberi su estese superfici, come accaduto durante la tempesta Vaia nell’autunno 2018, quando sono stati danneggiati quasi 43 mila ettari di superficie forestale montana e si sono registrati danni stimati in oltre due miliardi di euro.
Forse poco noto, ma i cambiamenti climatici generano un ulteriore preoccupante effetto, in particolare per le terre alte: essi sono in grado di modificare le comunità vegetali, ossia l’insieme di specie che compongono le foreste, le praterie in quota e in fondovalle, la vegetazione ripariale.
Queste comunità vegetali, dette anche biocenosi, dipendono dal clima. Più il clima si tropicalizza, più le biocenosi si “tropicalizzano” a loro volta, favorendo le specie che meglio tollerano il caldo e la siccità prolungata e producendo una regressione di quelle specie legate a climi freschi o freddi. Di per sé, questo è un fenomeno naturale di adattamento delle comunità vegetali all’ambiente; dove sta allora l’impatto?
La risposta la si ritrova percorrendo le terre alte, nella consapevolezza che le catene montuose europee sono un rifugio fresco e umido per moltissime specie vegetali e animali, che altrimenti a latitudini così basse non riuscirebbero a vivere. Oggigiorno però, più il clima si tropicalizza, più questo rifugio diventa precario: non solo vi è il rischio di estinzione di alcune specie e comunità, ma, a ben guardare, molte di queste specie adatte ai climi freddi rappresentano da sempre un pilastro fondamentale del paesaggio e dell’economia montana, incidendo quindi sulla residenzialità e l’abitabilità della montagna.
L’esempio più emblematico è l’abete rosso, specie arborea microterma il cui legno presenta ottime caratteristiche tecnologiche per le costruzioni e l’arredo, così importante per la montagna che era un tempo chiamato “l’albero del pane”, perché era (ed è tuttora) un’importante fonte di reddito per le popolazioni rurali, nonché una principale materia prima sostenibile e rinnovabile della montagna. I boschi di abete rosso sono stati favoriti in tutto l’arco alpino e gestiti in forma attiva e sostenibile. Ancora oggi questi boschi rappresentano una parte significativa del patrimonio forestale alpino e sono la spina dorsale di una parte importante delle filiere del legno montano, in particolare nel settore delle costruzioni, garantendo un reddito alle popolazioni delle terre alte.
Una tropicalizzazione del clima non può che ridurre, nei boschi montani europei, la presenza di questa specie adattata ai climi freddi. Processo questo che è già in corso e le forti epidemie di bostrico (un insetto che si nutre dell’abete rosso in grado di provocare la moria della pianta) ne sono un esempio. Le comunità vegetali forestali montane sostituiranno naturalmente via via l’abete rosso con altre specie, quali l’abete bianco, il faggio o altre latifoglie, ma quale sarà l’impatto di questo cambiamento sul paesaggio e sull’economia montana?
La repentina riduzione nelle montagne europee dell’abete rosso, così come di altre specie microterme quali il larice e il pino cembro, non ha solo un significato biologico ed ecologico, ma impatterà sempre più sulle filiere produttive incardinate nella lavorazione del loro legno pregiato, materia prima rinnovabile per eccellenza e sostenibile. La filiera foresta-legno saprà adattarsi a questa trasformazione epocale della componente forestale? Le politiche forestali, le forme di gestione boschiva sostenibile, la governance di filiera, i processi produttivi, gli impianti tecnologici, sono pronti ad accogliere questa sfida dal carattere primario e di portata così significativa? Una profonda e lungimirante riflessione politica e tecnica è centrale, anche al fine di salvaguardare la residenzialità nei territori di montagna.

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte














