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Ambiente | 01 ottobre 2025 | 12:00

Riportare l’agricoltura al centro non è un atto nostalgico, ma un investimento: lo suggerisce la situazione internazionale, caratterizzata da dialettiche conflittuali e multipolarità emergente

Nel 1979 l’agronomo e premio Nobel Norman Borlaug, padre della "rivoluzione verde", avvertiva che la politica stava dimenticando il ruolo essenziale dell’agricoltura, mettendo a rischio la disponibilità di cibo nel mondo. A distanza di oltre quarant’anni, quelle parole risultano profetiche

scritto da Andrea Pincin

Nel 1979 l’agronomo e premio Nobel Norman Borlaug, padre della “rivoluzione verde”, avvertiva che la politica stava dimenticando il ruolo essenziale dell’agricoltura, mettendo a rischio la disponibilità di cibo nel mondo. A distanza di oltre quarant’anni, quelle parole risultano profetiche.

 

Oggi il settore agricolo è progressivamente relegato ai margini, a causa di dinamiche molto profonde. Da un lato, la globalizzazione neoliberale ha trasformato il cibo in merce indifferenziata, assimilabile a un qualsiasi altro bene da consumo. Dall’altro, la crescente urbanizzazione ha prodotto un distacco culturale tra la società e la capacità di gestione delle risorse naturali. Si è persa la consapevolezza culturale che il binomio agricoltura-alimentazione è il fondamento primario della demografia nella sua dimensione geografica, sociale ed economica.

 

L’agricoltura è quindi scomparsa dall’orizzonte strategico delle istituzioni: d’altronde, che importanza può essere attribuita a un settore che incide meno del 5% sul Pil globale, meno del 2% nell’Unione europea e meno dell’1% negli Stati uniti d’America?

 

Non è stato sempre così. Ad esempio, il Trattato istitutivo della Comunità economica europea (Trattato di Roma) nel 1957 ha inserito l’agricoltura quale uno dei quattro pilastri del progetto europeo, quale garanzia primaria per la sicurezza degli approvvigionamenti e assicurazione di prezzi ragionevoli per i consumatori. La Politica Agricola Comune (Pac), varata nel 1962, arrivò ad assorbire fino al 70% del bilancio comunitario.

 

L’odierna situazione internazionale, caratterizzata da dialettiche conflittuali e multipolarità emergente, ha riportato in primo piano il rapporto tra agricoltura e disponibilità alimentare. La crescente tensione nelle relazioni tra gli Stati ha dimostrato, ad esempio, che vi sono Paesi che sono grandi esportatori di cereali, derrate alimentari e altri prodotti per l’agricoltura e altri Paesi che dipendono fortemente da queste esportazioni. Una dipendenza che espone le nazioni ai mercati internazionali, i quali non danno nessun tipo di garanzia sulle forniture e sui prezzi. Una dipendenza in un comparto che rappresenta sì una piccola percentuale del Pil degli Stati, ma che è il settore chiave per la stabilità biologica dei Paesi.

 

Questo scenario non è un prodotto casuale della storia o della geografia, ma è frutto di specifiche scelte politiche. Sono gli Stati che definiscono le proprie priorità strategiche e scelgono se l’agricoltura rientra tra queste o meno. Lo dimostra il mercato mondiale dei cereali – frumento tenero e duro, mais, riso – che garantiscono quasi il 60% dell’energia alimentare globale. Oggi questo mercato è dominato da pochi attori: Stati Uniti (16-18%), Federazione russa (8-13%), Brasile (9-11%), Argentina (7-8%), seguiti da Canada e Australia (5,5-7%).

 

Eppure il quadro non è sempre stato questo: Russia e Brasile, ma anche India e Vietnam, sono stati storicamente e a lungo grandi importatori di cereali. Oggigiorno invece, questi Paesi sono tra i principali esportatori mondiali poiché hanno rimesso l’agricoltura al centro delle politiche nazionali, quale garanzia di sovranità e autonomia di uno Stato, non in senso autarchico, ma strategico. I Paesi che hanno promosso e sostenuto con lungimiranza questo settore in passato oggigiorno non hanno solamente una migliore garanzia di indipendenza alimentare. Sono in grado di giocare un ruolo significativo nelle relazioni internazionali, proprio perché dalla disponibilità alimentare dipende la tenuta biologica della demografia e quindi la stabilità sociale ed economica delle nazioni.

 

Alcuni paesi sembrano però sordi a queste lezioni della storia: marginalizzano l’economia rurale, non tutelano la titolarità nazionale della proprietà fondiaria e destinano sempre meno risorse all’agricoltura. Il risultato di queste politiche non è solo un impoverimento del settore, degli agricoltori e dei tecnici. Il vero problema è l’esposizione delle popolazioni alla volatilità dei mercati delle commodity agricole e alimentari e l’ancora più significativa perdita di centralità negli scenari di politica estera.

 

Considerare l’agricoltura quale elemento marginale è una scelta politica, non un destino inevitabile. Recuperare la sua centralità significa riconoscere che sovranità alimentare e sicurezza nazionale sono strettamente intrecciate. In un mondo segnato da crisi climatiche, conflitti e tensioni geopolitiche, riportare l’agricoltura al centro non è un atto nostalgico, ma un investimento di lungimiranza.

 

 

Quella qui riportata è una sintesi dell’articolo originale pubblicato sulla rivista Krisis – Rivista di politica globale.

 

la rubrica
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