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Ambiente | 20 settembre 2025 | 06:00

Sempre più viti in montagna? Entro la fine del secolo molte aree alpine saranno idonee alla coltivazione anche oltre i 1.000 metri, ma attenzione agli impatti ambientali e paesaggistici

Alla scoperta della viticoltura "eroica", realizzata in condizioni ambientali, orografiche e climatiche molto complesse: tra opportunità e rischi da evitare attraverso una programmazione consapevole

scritto da Andrea Pincin

La viticoltura alpina rappresenta un’espressione storica e culturale molto suggestiva. Ne sono un esempio i vitigni autoctoni Prié blanc in Valle d’Aosta, le cui uve crescono fino a 1.200 metri di altitudine, e i paesaggi vitati della Val di Cembra in Trentino, coltivati su pendii molto ripidi e sorretti da oltre 700 chilometri di muretti a secco. Significativi sono i vigneti del Canton Vallese in Svizzera, i quali si estendono nella valle del fiume Rodano coprendo una superficie di quasi 5.000 ettari. Da menzionare la coltivazione della vite su terrazzamenti nella Valtellina in Lombardia, in cui 1200 ettari di filari sono sostenuti da oltre 2500 chilometri di muretti a secco. In tutti queste aree, la coltivazione della vite ha profonde radici storiche: vi sono prove archeologiche che queste coltivazioni sono databili in alcuni casi già a partire dal primo millennio a.C.

 

La viticoltura praticata nelle terre alte è definita “eroica”, poiché le coltivazioni sono realizzate in condizioni ambientali, orografiche e climatiche molto complesse. Queste caratteristiche geografiche e ambientali molto sfidanti sono in realtà il punto di forza di queste produzioni. Situazioni microclimatiche peculiari, tipologie di suolo, particolari varietà di uve sono alcuni degli elementi che donano ai prodotti enologici montani la propria unicità. Per questo motivo, alcune produzioni sono riconosciute e certificate con marchi di qualità a livello nazionale ed europeo, quali i marchi Dop, Doc o Igp.

 

Oggigiorno la viticoltura alpina è oggetto di una crescente attenzione da parte di enologi e consumatori, che riconoscono in questo paesaggio e nei prodotti vitivinicoli derivati un patrimonio da valorizzare e salvaguardare. Queste forme di coltivazione sono inoltre un esempio identitario e tradizionale che descrive la resilienza del lavoro dell’uomo nel continuo rapporto con la natura montana. La coltivazione della vite in montagna è inoltre attenzionata sempre di più dalle istituzioni e dalla ricerca. Tra questi si ricorda il Centro di ricerca, studi, salvaguardia, coordinamento e valorizzazione della viticoltura montana (Cervim), organismo internazionale nato nel 1987 sotto l’egida dell’attuale Organizzazione internazionale della vigna e del vino (Oiv).

La coltivazione della vite in montagna è oggi anche favorita dall’aumento delle temperature medie annuali, che permettono di realizzare nuovi impianti in aree sempre più addentro alle valli alpine. Alcuni studi indicano che entro la fine del secolo molte aree alpine saranno idonee alla coltivazione della vite anche ben oltre i 1.000 metri di altitudine. Questa condizione favorirà sempre più la messa a coltura di nuovi filari vitati nelle terre alte.

 

In questo quadro la viticoltura alpina, così ricercata dai consumatori e favorita dall’aumento delle temperature, può rappresentare un settore per promuovere la gestione attiva e sostenibile del paesaggio, la generazione di reddito e quindi l’occupabilità e la residenzialità permanente in una montagna in via di spopolamento.

Pur riconoscendo l’eroicità di questa forma di coltivazione e i fattori che ne promuovono lo sviluppo e la diffusione nelle terre alte, vanno tenuti in considerazione almeno altri due aspetti fondamentali. Il primo riguarda l’ambiente, sul quale la coltivazione della vite ha un notevole impatto, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo di fitofarmaci. Si consideri che in Italia la sola viticultura utilizza tra il 20 e il 25% del totale dei fitofarmaci, nonostante occupi solamente poco più del 5% della superfice agricola nazionale. Inoltre, la vite è una pianta che necessita di acqua. In alcune aree montane meno piovose è necessario irrigare i filari vitati, con un consistente consumo di acqua e di energia.

 

Il secondo aspetto da tenere in considerazione riguarda il rischio che può nascere da un crescente boom economico legato alla coltivazione dell’uva nelle terre alte, soprattutto in quei territori in cui non è radicata una tradizione viticola storica. Oggigiorno si osservano infatti i primi filari vitati sperimentali in alcune aree montane che storicamente non hanno mai ospitato questa coltura. Questo processo da un lato può favorire la generazione di reddito in montagna, ma dall’altro necessita di specifici indirizzi politici di management territoriale. Altrimenti, senza un governo di questi processi, in futuro il sistema può produrre una diffusa omologazione paesaggistica della montagna, con terreni vitati in ogni posizione utile, senza che vi sia una tradizionale e consolidata forma e capacità di gestione.

 

In questo modo il patrimonio paesaggistico rischia di uniformarsi, degradando la propria reale ricchezza, che risiede nella diversità delle forme di gestione e di rapporto culturale tra l’umanità e la natura. La storia anche molto recente ha dimostrato che il paesaggio è troppo spesso sacrificato all’altare di crescenti interessi economici, anche in montagna. In queste situazioni si dimentica quanto indicato nella Convenzione europea del paesaggio, secondo la quale esso “costituisce una risorsa favorevole all’attività economica, e che, se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire alla creazione di posti di lavoro”.

 

La montagna ha bisogno di politiche di coordinamento che promuovano riconoscimento e collaborazione tra popoli e territori, partendo anche dalla storia e dalle risorse geografiche, più che di omologazione, sia essa colturale, turistica o sociale. Si ricorda infine che il paesaggio è identità e “coopera all’elaborazione delle culture locali e rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale […], contribuendo così al benessere e alla soddisfazione degli esseri umani”.

la rubrica
Paesaggio montano: punto di incontro tra umanità e natura

Le montagne sono abitate da migliaia di anni, durante i quali l’umanità e la natura, in sintonia, hanno dato forma al paesaggio. Le profonde trasformazioni in atto nella società contemporanea stanno disarticolando e mettendo a rischio questa millenaria interazione, svuotando di significato le terre alte, non più percepite come luogo di vita, ma come non-luoghi, da abbandonare o trasformare in parchi dei divertimenti. Tali eventi incidono sul futuro delle popolazioni montane, ma hanno anche profonde ripercussioni sull’ambiente nella sua dimensione locale e globale. Da qui l’esigenza di proporre e condividere alcune riflessioni sulle politiche e le forme di gestione delle terre alte

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