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Storie | 12 luglio 2025 | 06:00

L’ultimo arcaro dei Monti della Laga: storia di Pino Gizzi e di un mestiere che nasce da un legno particolare e intreccia l'abitare all'ambiente montano

Le arche di Arischia, raccontano gli abitanti, erano una sorta di “Ikea ante litteram”: mobili pensati per essere smontati, trasportati, rimontati, senza l’uso di chiodi, colle o materiali estrattivi. Solo legno locale, lavorato con maestria, cura e conoscenza delle proprie risorse. Abbiamo incontrato Giuseppe Gizzi, Pino, l’ultimo detentore di questo sapere artigiano e territoriale

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Ci sono mestieri antichi di montagna, rituali e profondamente radicati nei luoghi, oggi sempre più a rischio di estinzione. Mestieri che intrecciano la vita umana, l’abitare e l’ambiente montano. Sono mestieri rituali, basati sulla conoscenza del luogo e delle sue risorse, che nell’era attuale basata sulla produzione di massa, l’assemblaggio meccanico e la ripetizione di prodotti tutti uguali a sé stessi, perde di senso e di economicità, ma di cui si preserva il valore e la memoria. E se invece potessimo trarre spunti di innovazione proprio dalla tradizione e ritualità di questi mestieri?

 

Questa riflessione nasce dall’incontro con Giuseppe Gizzi, Pino, l’ultimo arcaro dei Monti della Laga. Il suo è un sapere artigianale radicato nel territorio del Chiarino, una valle posizionata in quello che oggi è il cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, “un paradiso terrestre”.

 

Il Chiarino, con i suoi 1200 ettari di bosco, è parte del Dominio Collettivo di Arischia, una delle più belle e significative forme di proprietà collettiva dell’Appennino. Un bene collettivo che, dopo esser stato vissuto e utilizzato dalla comunità attraverso norme consuetudinarie per secoli, è stato privatizzato nel periodo della proto-industria dal Marchese Cappelli e, “dopo cento anni di lotta”, è stato ri-acquistato dalla comunità di Arischia nel 1923 per continuare a utilizzarne e curarne le risorse fondamentali: il bosco, i pascoli, gli spazi agricoli ed i mestieri. La valle del Chiarino conserva quindi un bosco la cui bellezza è profondamente legata alla comunità di un piccolo paese appenninico, alla sua lotta e alla sua cura: anche se oggi quella connessione rischia di diventare solo memoria.


La faggeta della Valle del Chiarino

A questa Valle e al suo bosco è profondamente legata l’arte degli arcari, una maestranza che non si limitava alla costruzione di mobili e utensili, ma racchiudeva una cultura dell’abitare la montagna da parte delle comunità, in particolare quella di Arischia, oggi frazione dell’Aquila ed ex comune autonomo fino al 1927. Il mestiere dell’arcaro era condizionato al vivere nella montagna del Chiarino da Pasqua fino alla prima settimana di ottobre, quando si scendeva alla Fiera.

 

Il legno era (ed è) rigorosamente di faggio del Chiarino, tanto che l’arte delle arche inizia con il saper riconoscere l’albero adatto al taglio. La stessa selezione dell’albero era un gesto rituale e sapiente. Come scrive il prof. Vincenzo Battista: “All’alba uscivano dalle capanne per trovare i faggi migliori, alti. Si sondavano con il “tasto” alla corteccia, toglievano un tassello al tronco. [...] Con l’accetta si tagliava la corteccia e la lacrima del faggio scendeva, dritta, sul fusto della pianta: un indicatore per l’umidità della pianta. Era utilizzabile.”

 

Questa procedura era fondamentale per vedere se la venatura fosse liscia o contorta, spiega Pino, raccontando come nel bosco convivessero diverse competenze e maestranze, come quello dei carbonai, tanto che il faggio delle arche veniva affumicato e stagionato, prima di essere utilizzato, dandogli quel particolare colore brunito. Prosegue dicendo che “le arche dovevano nascere con quello che avevi, si faceva tutta nel bosco”. Una volta pronte, venivano siglate e incise sul coperchio “con un segno identificativo dell’autore e della famiglia: ogni generazione di arcari aveva un codice di riconoscimento tramandato e ancora riconoscibile”.


Giuseppe Gizzi, Pino, l’ultimo arcaro della Laga

Pino, dallo sguardo acceso e sorridente, è di quelle persone che hanno il piacere della condivisione, soprattutto se si parla di arche, di bosco e del Chiarino. Pur non avendo vissuto direttamente la vita da arcaro nel bosco, è lui l’ultimo detentore di questo sapere artigiano e territoriale.

 

Per passione e vocazione, nonostante non fosse il suo lavoro, dopo aver imparato la tecnica da bambino dal nonno, passati oltre cinquant’anni Pino ha recuperato gli attrezzi ed il laboratorio di famiglia, iniziando a creare nuove arche e a restaurare quelle esistenti, infondendo in ogni manufatto il legame profondo con il Chiarino.

 

Le sue arche si riconoscono dal simbolo della penna del pavone, con otto segni, in quanto la sua è l’ottava generazione di arcari. Anche se continua a realizzare qualche esemplare di arca, adesso fa soprattutto restauro, cercando di non sostituire mai i pezzi originali dell’arca. La sua storia, mentre lo ascolto, si intreccia con gli aneddoti legati al profumo del bosco, alla raccolta dei funghi, alle passeggiate con il cane: al vivere il bosco come parte della propria vita.


Gli strumenti di lavorazione delle arche

Nel suo racconto c’è però anche l’amarezza di pensare alle pratiche artigianali perse a causa di regolamenti, a volte troppo restrittivi, che dimenticano la conoscenza locale e a causa di tentativi di valorizzazione che si bloccano per motivi gestionali. Così da una parte, a causa dei regolamenti delle aree protette, non si può più scegliere quale albero tagliare, come la maestranza insegnava. Dall’altro, un museo fortemente voluto dal Parco stesso, conserva molta di questa memoria, ma è sempre rimasto chiuso. Ostacoli che possono essere superati forse, ma che al momento costituiscono dei blocchi significativi. Nel cuore del paese, però, affacciato sulla piazza principale, esiste ancora un arcaro ed il suo laboratorio, con la volontà di non far dimenticare quest’arte che per secoli ha legato gli abitanti ed il bosco.


Dettaglio dell’arca di Arischia

E quindi cosa può insegnarci oggi una tecnica come quella dell’arcaro? Le arche di Arischia, raccontano gli abitanti, erano una sorta di “Ikea ante litteram”: mobili pensati per essere smontati, trasportati, rimontati, senza l’uso di chiodi, colle o materiali estrattivi. Solo legno locale, lavorato con maestria, cura e conoscenza delle proprie risorse. E se da questa conoscenza potessimo trarre ispirazione per una scuola di artigianato contemporaneo, una sorta di FabLab montano, dove si trasmetta non solo la tecnica, ma la filosofia del costruire che sia davvero legata all’ecologia dell’abitare?

 

C’è da notare che un mestiere legato al legno come questo comporta problematiche connesse alla sicurezza e al lavoro, che sono però superabili. Ancor di più richiede però che l’apprendimento avvenga attraverso la trasmissione di saperi che non può esaurirsi in brevi scuole di abitare in montagna, come continuano a proliferare tra Alpi e Appennini, ma ha bisogno di un tempo ed un legame che può costruirsi solo nell’abitare lentamente e assiduamente i luoghi e nella capacità di guardare alle pratiche non come residuo di passato, ma come ispirazioni di futuro.

 

E materiale per partire ce n’è. Alle Arche di Arischia sono legati: un volume, “L’Arca, una storia, un’arte”, la memoria vivente ed il laboratorio di Pino Gizzi, la raccolta storica e archivistica di Abramo Colageo, i racconti di Vincenzo Battista che ha raccolto le memorie di Giuseppe Capannolo, ultimo pastore e abitante del Chiarino.

 

Esiste soprattutto un legame profondo tra la comunità e il bosco, espresso proprio nella proprietà collettiva, che richiede oggi un nuovo sguardo, radicato nella memoria e volto al futuro. Quindi l’arca e gli arcari - così come le altre maestranze montane che sfuggono alle politiche pubbliche e alle analisi statistiche - sono sì un’arte, una storia, ma anche un’opportunità di innovazione. Ricordando, attraverso le parole di Gustav Mahler, che “la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri.”

 

Tutte le fotografie inserite nell'articolo provengono dall'archivio personale dell'autrice, Annalisa Spalazzi

il blog
Racconti dagli Appennini in mutazione

Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri. 

Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente

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