“Ho avuto solo due settimane per aprire il rifugio. Ora sono contentissima, non me ne andrei più”. Da Capanna Gnifetti all'Adamello: il viaggio di Sofia Savoldelli

“Sono andata a vivere da sola, mi serviva un lavoro un po’ più stabile, quindi ho lavorato in ufficio e in una ditta metalmeccanica. Un giorno mi sono alzata e ho pensato che non ne potevo più. Così ho iniziato a fare le mie stagioni qua e là e ad andare un po’ in giro per il mondo”. Dopo aver lavorato sul Monte Rosa, il 20 giugno Sofia ha inaugurato la sua prima stagione da rifugista al Prudenzini, in Val Camonica

La splendida chiacchierata con Sofia Savoldelli si è aperta con un simpatico siparietto, dopo che l’ho sconsideratamente interrotta mentre era impegnata con gli impasti nella cucina del rifugio.
Che cosa stavi facendo quando ti ho telefonato?
Stavo impastando la pasta e il pane. Il pane in realtà lo impasto la sera, così la mattina faccio le pagnottine. Quando avanza tempo, poi, faccio anche la pasta; soprattutto adesso che una ragazza mi aiuta con le camere. E poi al pomeriggio faccio le torte, perché non ci facciamo mancare niente qua!
Allora dovrò passare a trovarvi prima o poi.
Eh beh, sarà meglio: mica mi fai l’intervista e poi non ti fai vedere!
Credo possa già bastare a dare un'idea dell'accoglienza che questa ragazza sa riservare ai suoi ospiti.

Da poche settimane, Sofia ha preso in gestione il Rifugio Prudenzini, ai piedi dell’Adamello, in Val Camonica. Ha 30 anni e frequenta le terre alte da quando era bambina. Alla fine, ha ceduto al loro richiamo. Il rifugio - 2235 metri, di proprietà della sezione Cai di Brescia - era proprio l’occasione che stava aspettando. Come tutte le occasioni, infatti, è arrivata di sguincio, che per poco non sfumava. E invece no: alla fine la telefonata del Cai è arrivata a lei, che non se l’è fatto ripetere due volte.
Ora, con qualche capello bianco in più per lo stress, è pronta ad accogliere gli escursionisti per tutta la stagione estiva. Con l’entusiasmo travolgente che le appartiene, Sofia ci ha raccontato un po’ la sua storia e i primi giorni da responsabile del Prudenzini.
C'è tanta gente, oggi, al rifugio?
Adesso inizia ad arrivarne un po'. Per fortuna, perché io non sono portata per avere poca gente, sono abituata a grandi numeri. Prima di questa esperienza lavoravo in Gnifetti d'estate e d'inverno a Cervinia, quindi i numeri non mancavano.
Come hai imparato a fare questo mestiere?
L'ho imparato a Capanna Gnifetti. Il capo e la mia responsabile - che ha la mia età, ed è già responsabile da 10 anni - mi hanno insegnato davvero tantissimo. Quello che ho imparato lì, non si trova da nessun’altra parte: il livello, la gestione, cosa vogliono i clienti, le lingue straniere. Anche oltre l’aspetto professionale, è stato un insegnamento di vita che augurerei a tutti. Ma non è stato banale: sono tante ore di lavoro, il livello d'attenzione dev’essere sempre alto, c'è tanta gente che gira, ci sono tante cose da organizzare.
Da quanto lavori in montagna?
Io sono della Val Seriana, quindi ho sempre lavorato un po' nei rifugi. Poi però ero andata a vivere da sola, mi serviva un lavoro un pochino più stabile, quindi ho lavorato un po' in ufficio e in una ditta metalmeccanica. Un giorno mi sono alzata e ho pensato che non ne potevo più. Così ho iniziato a fare le mie stagioni qua e là e ad andare un po’ in giro per il mondo.

…e questo ti ha portato a fare domanda per prendere in gestione il rifugio. Com'è andata?
È andata che ero arrivata seconda, ma il primo ha tentennato; e ora lo ringrazio, perché ha fatto sì che il Cai mi chiamasse e mi chiedesse disponibilità a prendere in gestione il rifugio. Purtroppo la chiamata è arrivata solo a fine maggio; così sono dovuta salire di corsa a vedere il rifugio. Se avessi dovuto anche aprire partita Iva, presentare le carte eccetera, voleva dire tenere chiuso il rifugio fino a luglio. Allora, il Cai ed io abbiamo raggiunto un accordo per il quale quest'anno si assumono loro i costi e i ricavi, ed io mi occupo della gestione. Poi, se tutto va bene, a fine anno si firma un contatto di sei anni. Ad ogni modo, io mi sto comportando come se fossi già io a pagare, a consumare, a decidere le cose; nella mia testa è come se fosse già tutto sulle mie spalle. Il Cai mi ha dato fiducia, e io ho molta fiducia in me stessa, però va meritata.
Come sono andati i preparativi?
È stato intenso, in fin dei conti ho avuto solo due settimane per aprire il rifugio. Certo, se fossi arrivata a marzo, avrei fatto le cose con più calma, però le avrei fatte allo stesso modo. Alla fine le idee in testa ce le ho, so cosa serve e cosa no. Quindi non mangiando, non dormendo, perdendo qualche chilo, ho aperto il rifugio [ride n.d.r.]. E ora sono contentissima, ho la luce che brilla negli occhi, non me ne andrei più.
Che tipo di pubblico raggiunge il Prudenzini?
Adesso non ti so ancora rispondere bene, in due settimane non ho ancora avuto modo di farmi un’idea chiara degli ospiti. C’è chi nel weekend arriva per fare solo la passeggiata da Fabrezza al rifugio, chi invece si ferma la notte nel bivacco Giannantonj, oppure chi va sull'Adamello. Però l'Adamello da qui non è come dal Rifugio Gnutti, con la Via Terzulli; l'accesso qua è un pochino più lungo, sono cinque ore arrivare in cima, tre ore per arrivare al bivacco. Quindi serve un passo allenato. Io comunque dico a tutti di attrezzarsi per bene se si vuole fare la strada dal bivacco al ghiacciaio, non si sa mai con chi si parla al telefono, è meglio essere chiari.

In quanti siete a collaborare nel rifugio?
Per adesso siamo io, lo chef e di recente è salita una ragazza. Poi ad agosto dovrebbe arrivare un altro ragazzo, che questo weekend verrà a provare. Sai, io sono un po' particolare, esigo molto, mi piace curare i dettagli e non voglio doverti correre troppo dietro. La gente è tanta, quindi bisogna trovare quella via di mezzo tra un’offerta minima, poiché ci si trova pur sempre in un rifugio, e offrire comunque il massimo delle nostre possibilità, magari facendo capire agli avventori che non è un ristorante in quota. Poi ci sono gli altri gestori, con cui c'è un bel rapporto; mi hanno aiutato tantissimo, soprattutto a trovare i contatti di rappresentanti dei vari fornitori. Sono stati tutti carinissimi, mi sono sentita davvero accolta.
Quali difficoltà sono emerse in questi giorni di apertura?
Sai quando dicono “se fai il lavoro che ti piace, non lavorerai mai in vita tua”; ecco, in questo momento, le difficoltà io proprio non le vedo. Certo, una volta mi si sono impallati i pannelli solari e sono stata sette ore al telefono con l'ingegnere, ma poi tutto bene, abbiamo risolto. La difficoltà sarà gestire le brutte giornate, l'acqua, i rifornimenti. Sono due orette e mezza dal Fabrezza a piedi, con la macchina sarà un'ora e mezza, non si può scendere tutte le mattine. È per quello che faccio io stessa il pane. Ci vuole costanza e organizzazione. Per ora è andata bene, vediamo quando ci sarà più gente. Sono positiva, noi siamo pronti. Poi si farà il possibile, di sicuro non si accontenterà tutti, ma noi ci metteremo d'impegno: se lo capiscono, bene; se non lo capiscono, non è un problema. Faremo del nostro meglio e speriamo che venga apprezzato.
La montagna sembra essere sempre più “un paese per vecchi”. Sembra che viverci e lavorarci sia fuori dalla portata delle nuove generazioni. Tu cosa ne pensi?
Io sto benissimo in quota, a dire il vero ne ho anche persa. 2200 metri non è poi così malaccio: vuoi mettere rispetto alla città? Qua siamo al fresco e ci manteniamo giovani, la pelle sarà super bella. Certo, ci sarà il capello bianco per lo stress, ma non fa nulla. Io sono sempre andata in montagna, sono cresciuta in baita, mia nonna mi ha sempre portata in montagna. Ho avuto un bellissimo approccio grazie a “Montagna Ragazzi”, un’iniziativa organizzata dal Cai di Clusone, al quale era iscritta mia nonna. Così io e i miei cugini abbiamo avuto un bell’insegnamento su come si vive il rifugio e la montagna. Per me la montagna è gratitudine e io la ringrazierò sempre.

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere















