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Storie | 15 febbraio 2026 | 06:00

Un rifugio di italiani, in territorio francese: il Club alpino francese lo cedette al Cai al prezzo di un franco. Il gestore: "Ad arrivare qui è sempre il meglio delle due nazionalità"

Si trova in una valle che geograficamente sfocia sull'Italia. A breve distanza, sulla Parete dei Militi, nel 1985 venne organizzata la prima edizione di Sport Roccia: il battesimo dell'arrampicata sportiva. Da allora, Riccardo Novo gestisce la struttura, di cui è diventato proprietario nel 2006. Oggi, a un passo dal ritiro, ci racconta i suoi quarant'anni al Terzo Alpini

scritto da Samuele Doria
Festival AltraMontagna

Ai confini del dipartimento delle Hautes-Alpes, appartenente al comune di Nevache, la Valle Stretta è un piccolo pezzo d’Italia in territorio francese. Divenne francese dopo il trattato di Parigi del 1947, lo stesso per il quale l’Italia passò alla Francia il col di Tenda e la Brigue, nelle Alpi Marittime. Nonostante questo, i terreni comunali vennero successivamente "resi" al comune di Bardonecchia. Ancora oggi, tutti i terreni privati appartengono a italiani.

 

Il rifugio Terzo Alpini, in Valle Stretta, fu fatto costruire dal Club Alpino Italiano di Torino, nel 1930. Con il Trattato del 1947 passò quindi nelle mani del Club Alpino Francese di Briançon, che, però, lo volle restituire al Cai di Torino nel 1970, al prezzo simbolico di un franco.

 

Dal 2006 è stato venduto alla famiglia Novo. "Il Cai italiano non riusciva ad avere delle sovvenzioni per ristrutturarlo - ci spiega Riccardo Novo, gestore e proprietario del Terzo Alpini - per cui, dopo una negoziazione che durata un po' di anni, hanno deciso di venderlo". Adesso è un rifugio privato di italiani, in territorio francese, in una valle che geograficamente sfocia sull'Italia.

 

"Quando vado a Nevache mi dicono: ‘È arrivato l'italiano’; scendo a Bardonecchia e sento: ‘Ecco che arriva il francese’. La cosa bella di stare in un rifugio transnazionale è che ad arrivare su è sempre il meglio delle due nazionalità".

 

"Io sono italiano residente all'estero, e con la mia famiglia siamo gli unici abitanti della Valle", continua Riccardo. "Gli altri sono quelli che vengono ogni tanto per le seconde case. Tenete presente che la Valle d'inverno è isolata, si sale con le motoslitte, o sci ai piedi. Non c'è corrente elettrica, non c'è una rete fognaria, un acquedotto: il Rifugio è totalmente autonomo".

Risalendo la Valle Stretta cartina alla mano, è possibile notare come tutte le cime abbiano dei nomi biblici. Si dice che fu un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa a battezzare queste vette in ricordo della Palestina. La piccola cappella in cima al M. Tabor è meta tuttora di pellegrinaggi. Nel 1860 gli abitanti di Melezet fecero un voto contro una grave epidemia, e ora, tutti gli anni, salgono alla cima in processione lungo la via crucis.

 

Il Rifugio Terzo Alpini fa anche parte dell’altavia "Tour del Tabor", che prevede dieci tappe in Francia e cinque in Italia, ed è frequentato soprattutto da francesi. "I francesi hanno molto la cultura dell'escursione itinerante", ci spiega il gestore. "Loro fanno un trekking da rifugio a rifugio: passano da noi, si fermano a dormire, il mattino ripartono e raggiungono un altro rifugio".

 

Gli italiani, al contrario, preferiscono la gita in giornata. "Molti vengono a fare la passeggiata fino al rifugio, alcuni solo per mangiarsi la polenta", scherza Novo. "D'estate c'è chi viene per fare delle gite, o chi semplicemente per buttarsi su un prato e rilassarsi. Qui ci sono gite per tutte le gambe: dalla classica al Lago Verde, che sono 40 minuti dal rifugio, altre da un'ora e un quarto fino a cinque ore".

"Sono arrivato nell'86 per le prime gare di arrampicata di Sport Roccia". Erano proprio gli inizi dell’arrampicata sportiva - racconta Riccardo - lì alla parete dei Militi, che è sotto al rifugio e ci si arrampica tutt’oggi. "Sono arrivato lì per vedere le gare, e ho conosciuto il vecchio gestore del rifugio, mi ha chiesto di venire ad aiutarlo e poi sono andato a lavorare lì".

 

Il mestiere di gestore, però, non lascia spazio all’improvvisazione. "Ho capito subito che per gestire un rifugio bisognava essere multitasking, così ho fatto il corso per diventare accompagnatore e sono entrato nel soccorso alpino. Fuori stagione andavo a cercare di fare il manovale da muratore, piuttosto che da elettricista o fabbro, così da farmi un minimo di conoscenze artigianali. E poi sono partito con questa avventura".

 

"Nel 1996 ho conosciuto mia moglie, nel 1997 ci siamo sposati, lei ha abbandonato il lavoro in ospedale ed è venuta a gestire il rifugio con me". Nel 2001 e 2006 sono arrivati i loro due figli. Allora vivevano tutto l’anno in Valle Stretta, e per portare il figlio maggiore a scuola, Francesco, si partiva con la motoslitta alle 7 del mattino per andare all'asilo a Bardonecchia. "Sei chilometri di motoslitta al freddo, e poi macchina fino a Bardonecchia per andare all'asilo; e stessa cosa al ritorno. Insomma, era abbastanza dura".

 

Più tardi, hanno preso anche una casa a Bardonecchia dove passare le mezze stagioni, così che fosse più semplice con i figli. "Mio figlio è un grande sciatore e maestro di sci, e mia figlia arrampica. Sono contento che abbiano approfittato del luogo dove sono cresciuti, però da piccoli hanno bisogno di vedere altri bambini e cose diverse dalla neve. Diciamo che le scelte dei padri non devono ricadere sulle teste dei figli".

 

"Oggi, dopo tanti anni di lavoro quassù, io e mia moglie siamo ormai verso fine carriera e stiamo cercando di venderlo".

Quando nel 2006 ne ha acquisito la proprietà, Riccardo lavorava al rifugio già da vent’anni e l’ha visto cambiare molto da quel lontano 1986. "Una volta erano rifugi nel vero senso della parola: nessun comfort né riscaldamento, bagno all’aperto, coperte di fustagno. Di certo il cibo non era così invitante".

 

"Con la privatizzazione delle strutture, e la possibilità di investimenti da parte dei privati, ci sono dei rifugi che sono diventati dei ristoranti.  Non è un giudizio, è una constatazione. E i rifugi del Cai hanno faticato ad adeguarsi a questo cambiamento, perché comunque, quando ero ragazzo in rifugio, sovente i gruppi arrivavano portandosi la minestra e il vino da casa, e tu stavi a guardare loro che mangiavano. Insomma, non si tirava fuori la pagnotta per tutto l'anno, ecco. Oggi invece è un mestiere completo, nel senso che io vivo di questo tutto l'anno e sono tanti i rifugi così".

 

L’epidemia di Covid-19, poi, ha dato ulteriore slancio a questo cambiamento, diffondendo la cultura dell’outdoor laddove prima non aveva mai attecchito. "Con le piste di Bardonecchia chiuse, la gente faceva la gita: venivano su al rifugio a mangiare l'asporto sui tavoli esterni. C'è stato un avvicinamento verso tutte le valli un po’ isolate, non solo la mia. All’improvviso tutti a cercare racchette, sci e ramponcini".

Allora, dice Riccardo, ci si chiedeva cosa sarebbe successo dopo: oggi sembra di poter dire che l'esplosione non si sia spenta, e rimanga a far sentire i suoi vantaggi e le sue complessità. "L’aumento di flusso nelle valli si è mantenuto, sia d'estate che d'inverno; il che è ottimo per noi rifugisti. Di contro, c'è da dire che io erano ormai vent'anni che non dicevo più alla gente di riportare i rifiuti a valle, mentre adesso siamo ritornati a fare pedagogia su questo genere di cose. C'è da fare di nuovo un po' di educazione al comportamento in montagna".

 

Significa forse questo, chiediamo noi, fare il rifugista? Riccardo Novo non mostra esitazione a rispondere, a sessantacinque anni conosce bene il mestiere e la sua Valle Stretta.

 

"Ciò che posso offrire come gestore sono le mie conoscenze: io penso ancora che, prima di mangiare bene, in un rifugio devi poter fare affidamento nei consigli di un gestore, soprattutto in inverno. Il gestore è una figura di riferimento: alla sera, quando vado a chiedere le colazioni, tutti tirano fuori la carta e mi chiedono informazioni. ‘Posso passare di qua?’, ‘Secondo te è sicuro?’, ‘Com’è il pericolo valanghe?’. Credo che un gestore di rifugio che non sia in grado di dare informazioni al pubblico sulla sua valle offra un servizio insufficiente, e ultimamente succede sempre di più. Credo sia stata travisata un po’ quella che è l'etica del rifugio: non è solo ristorazione, ma molto di più".

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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