Ha tenuto a bada i suoi istinti più bruti e si è affidato a un piano razionale: la notte luminosa di Isaac Del Toro

Ha attaccato a 10 chilometri dall'arrivo, sul tratto più impegnativo dello strappo de Le Motte, portandosi dietro il solo Carapaz. Insieme, il primo e il futuro secondo della generale piombavano così sull'unico superstite della fuga: Romain Bardet. L'importanza della notte per il ciclismo

Nella Casa estrema (1928), il resoconto di un anno trascorso in un cottage sulle dune di Cape Cod, lo scrittore e naturalista statunitense Henry Beston dedica lunghe riflessioni all'importanza della notte. «I popoli moderni hanno paura della notte, forse?», si chiede. «Impariamo a rivivere la notte e a mettere da parte la volgare paura che nutriamo nei suoi confronti. [...] Perché di notte per un attimo riusciamo a vederci piccoli in un mare di stelle, pellegrini della mortalità in viaggio da un orizzonte a un altro attraverso spazio e tempo eterni».
Nel ciclismo su strada, disciplina diurna per eccellenza, la notte conserva un ruolo forse meno universale ma comunque imprescindibile. Le notti prima delle tappe di montagna - gli esami di un grande giro - determinano l'esito di una corsa non meno della competizione in programma di giorno. La notte è fondamentale e lo sanno anche i bambini, che nell'oscurità delle loro stanzette sognano il momento in cui qualche ora dopo un ciclista li renderà felici:

Ma lo sanno soprattutto i corridori, che affidano alla notte tutte le loro ambizioni, le loro speranze, i loro timori. E una parola, un obiettivo, l'unico che davvero conta nelle ore che separano una faticaccia dalla successiva, quando s'addormentano in una camera d'albergo diversa da quella del giorno prima e da quella del giorno dopo: recupero. Nel dopogara della diciassettesima tappa, Isaac Del Toro ha dichiarato che la notte prima della San Michele all'Adige - Bormio è stata la migliore del suo Giro. «Non avevo mai dormito così bene finora», ha detto raggiante, dopo aver conquistato la sua prima vittoria in un grande giro e irrobustito la sua maglia rosa.
Maturità, t'avessi preso prima, recita il rimpianto-chiave della notte prima degli esami più famosa della cultura pop italiana. Un rimpianto che Del Toro non avrà in questo Giro, dato che la sua maturità l'ha conseguita nel giro di appena ventiquattr'ore: tanto è durato il mini-romanzo di formazione della maglia rosa, un diploma rapido in "gestione del passaggio critico di un grande giro" che il messicano ha completato a tempo di record, tra la mini crisi di ieri sul San Valentino e l'immediato riscatto di oggi verso Bormio. In mezzo, the best sleep: una notte che ha rimesso carburante nelle sue gambette agili e affinato la sua già eccellente conduzione di gara.
Sul Mortirolo, Del Toro ha scelto di controllare. Ha tenuto a bada i suoi istinti più bruti e si è affidato a un piano razionale. Ha lasciato che Pellizzari e Carapaz attaccassero, che accumulassero una ventina di secondi di vantaggio e che, mentre lui se ne stava tranquillo a sfruttare fino all'ultima stilla il sudore dei suoi compagni di squadra, s'illudessero di poter bissare il colpaccio del giorno prima. Quando però anche Simon Yates ha cercato quatto quatto di metterselo alle spalle, el Torito si è alzato sui pedali e in un battere di ciglia si è riportato sullo scalatore inglese, rivelando quel che lui sapeva ma i suoi avversari ancora no: aveva trascorso la miglior notte, e questo era un altro giorno.

Il seguito del piano di Del Toro è presto esposto: utilizzare la compattezza della sua UAE per chiudere nel fondovalle su Carapaz e Pellizzari (ripresi in località Le Prese) e poi prepararsi a dare sfoggio nel finale della sua ritrovata esplosività. A stuzzicare l'appetito della maglia rosa contribuivano la Q36.5 e la Movistar, le due squadre che con un furioso quanto ultra ottimista inseguimento azzeravano quasi del tutto le chance dei fuggitivi di giornata con l'obiettivo di favorire i rispettivi leader (Pidcock e Rubio): adesso in palio c'era anche la vittoria di tappa.
Ingolosito oltre i livelli di guardia, Del Toro ha attaccato a 10 chilometri dall'arrivo, sul tratto più impegnativo dello strappo de Le Motte, portandosi dietro il solo Carapaz. Insieme, il primo e il futuro secondo della generale piombavano così sull'unico superstite della fuga: Romain Bardet, 34 anni e mezzo, uno che ha prolungato la propria carriera di sei mesi appositamente per correre un'ultima volta il Giro d'Italia, una corsa che si pente di aver scoperto troppo tardi e con cui sente di avere un conto in sospeso. Prima di ritirarsi, Bardet vuole lasciare il segno al Giro. Ci ha provato andando in fuga, due volte prima di oggi (a Castelraimondo e Asiago), ci ha provato con azioni estemporanee (a Vicenza). Quando, a meno di 6 chilometri da Bormio, si è voltato e ha capito che l'avrebbero ripreso non si è perduto d'animo: l'arrivo era in discesa, e in gruppo pochi sanno andare in discesa meglio di lui.

E invece Del Toro è andato meglio di lui. Ha affrontato le ultime curve «come un bandito», avrebbe detto dopo l'arrivo Bardet. Ha preso cinque metri in una curva, e tanto è bastato. All'arrivo ha celebrato con un urlo e un inchino: «Per ringraziare tutte queste persone, ancora non capisco perché vengano ad applaudirmi». Non ha vinto il Giro d'Italia, anzi è ancora possibile o persino probabile che lo perda. Ma ha fatto quel che agli esseri umani nell'età dello sviluppo succede di notte: è cresciuto, ancora un po'.

IL PERSONAGGIO DEL GIORNO

Immarcescibile Virgilio di campioni su due ruote, dispensatore di consigli, supervisore, spalla, zio, cugino e fratello maggiore. Se il Giro 2025 è anche o soprattutto il coming of age di Isaac Del Toro, un ruolo di primo piano in questo romanzo di formazione se lo sta ritagliando ogni giorno di più il solito impagabile Rafal Majka.
(Tra le mansioni svolte oggi in ufficio: raccattare una borraccia per il proprio capitano a 16 chilometri dall'arrivo solo dopo essersi accertato che il limite per l'ultimo rifornimento fosse stato spostato dai canonici 20 chilometri dall'arrivo agli ultimi 10 chilometri.)

LE FRASI DEL GIORNO

«Giulio ieri ha fatto una tappa della madonna, però calma ragazzi.»
Francisco 'Patxi' Vila, ds della RedBull Bora, frenando gli entusiasmi ma un po' meno la lingua
«Ayuso è arrivato adesso, aveva la maglia nera.»
Davide Cassani, Raisport, descrivendo l'arrivo dopo 35 minuti dell'ex capitano della UAE (che è sceso tanto in classifica, però non è ancora ultimo)
«Del Toro è un corridore con una grande testa e una grande gioventù.»
Stefano Garzelli, Raisport, facendo un grande complimento
«Chi ti fa più paura tra Carapaz e Yates?»
«Tutti.»
Isaac Del Toro, UAE Emirates, dicendo "tutti" ma intendendo "nessuno"
IL POST DEL GIORNO

Sono nati entrambi del 2003, il che significa che non hanno tanti anni in più dei ragazzini del primo screenshot, quelli in attesa di borracce a bordo strada. Giulio Pellizzari e Isaac Del Toro adesso sono dall'altra parte della barricata, ma con le borracce quando possono continuano a giocarci.
LA POSTA DEL GIORNO

Questa rubrica ospita le missive che ci arrivano da amici, collaboratori e lettori presenti di persona - beati loro - sulle strade del Giro. Ad ascoltarne i suoni, interpretarne i colori, gli odori. È uno spazio aperto a tutte e tutti, basta inviare via mail una foto, un testo scritto, un video o un vocale all'indirizzo ciclismoliquido@gmail.com. Questo contributo ci è stato inviato da Mattia Baruffi:
Maggio è il mese del Giro. Dalla tappa vinta da Kiryienka al Monte Pora del 2008, quasi mai si è conclusa la Corsa Rosa senza che io vedessi una tappa. Si tratta di una sorta di dipendenza cui non posso più fare a meno. Quest'anno, per varie circostanze fortunate, l'incontro con questa mia passione è stato doppio: prima la volata di Viadana e oggi il passaggio della corsa sul Passo del Mortirolo. La prima sfida di giornata è stata con me stesso: scalare il Mortirolo "facile" con meno di 350 km nelle gambe in questo 2025? Follia? Il timore di non riuscirci è presto svanito, con la mia andatura regolare ho raggiunto la vetta del passo.
La seconda sfida riguardava un'altra persona, ovvero Romain Bardet: da qualche giorno mi balenava nella testa un'idea o una premonizione secondo cui il ciclista francese avrebbe scelto la giornata di oggi per salutare come si deve il Giro. Non vedevo l'ora di vederlo passare per primo nel punto in cui mi trovavo e speravo in una sua vittoria di tappa. Speranza infranta per via di una maglia rosa ritrovata, ma il secondo posto si può considerare un ottimo regalo, per me. Nel dubbio, quando mi è passato di fianco in salita, ho colto l'occasione per urlargli "Merci Romain", chissà se mi avrà sentito.
Il secondo contributo di oggi ce l'ha mandato Filippo Cauz dal Mortirolo:
Alla Curva del Mortirolo la tappa dura molte più ore di quanto non dica il Garibaldi. Sì, il Mortirolo di curve ne ha tante, a volte ampie, altre volte che si arrotolano in stretti tornanti, ma sono pochi i tratti del Mortirolo in cui la curva abbandona la sua definizione di geometria stradale e acquisisce un senso affettivo: in cui la Curva diventa compartecipazione, tifo, grida, amore. La Curva del Mortirolo è sotto un albergo che si chiama Belvedere e per comprendere la ragione basta alzare lo sguardo, dal massiccio dell'Adamello, lassù, al serpente di strada che sale, laggiù. Sulla schiena di quel serpente si arrampicano uno dietro l'altro ciclisti di ogni forma e colore, senza pause, sin dalla mattina.
I primi vanno più piano e sfoggiano un ventaglio di colori illimitato, gli ultimi sono scortati da staffette, ammiraglie, moto di tv e fotografi, e indossano colori più limitati e conosciuti. Cambia poco, per ciascuno c'è un urlo di incitamento. Poi, è chiaro, ognuno sceglie i suoi preferiti: c'è chi si scalda per i bambini che stantuffano verso la loro prima impresa ciclistica, chi aspetta i campioni che si stanno giocando la vittoria del Giro, chi tifa a prescindere per i fuggitivi, chi è giunto fin quassù per Mads Pedersen, nel luogo meno madspederseniano del Giro.
E poi, una curva sotto la Curva del Mortirolo, c'è un gruppo che è arrivato da un angolo lontano del mondo per sostenere una persona soltanto (ma non è vero, finiranno ugualmente per sostenere tutti). Le bandiere messicane sono posizionate a bordo strada, ma l'attesa della corsa si svolge ai tavoli del vicino albergo, già ben pasciuti di bottiglie e bicchieri ormai vuoti. Sono partiti in quindici da Ensenada, Baja California, per sostenere Isaac Del Toro. Un gruppo di amici, alcuni più che amici, come i genitori della maglia rosa e suo fratello Angel, vestito con un poncho con i colori della bandiera messicana. Tutti amici e tutti ciclisti, più o meno: «Diciamo di essere ciclisti quando beviamo», confessa uno di loro. Oggi tutti ciclisti, dunque.
La banda dei Toritos è sulle strade da ieri, ma ci tengono che si dica che sono in corsa da inizio Giro. Lo dicono ridendo, ma sotto sotto forse non vorrebbero che si pensi che sia stata la classifica a portarli qui quando in realtà era un viaggio già programmato, che segue la trasferta alla Vuelta dell'anno passato. Per quasi tutti è comunque la prima volta in Italia. Sono rimasti incantati dai paesaggi ma soprattutto dalla gente: «Sono tutti così carini e rispettosi della corsa». Di certo quello che hanno notato i Toritos è che questo Giro ha "otra vibra" rispetto al passato, che non è un'osservazione nemmeno così banale. La Curva del Mortirolo ha davvero un'otra vibra e non occorre aspettare la festa per Del Toro a fine tappa per accorgersene. La festa è andata avanti per ore già prima.
LA CANZONE DEL GIORNO

a cura di Filippo Cauz
Questa è la settimana del tutto per tutto al Giro, quella in cui i calcoli saltano per aria, lasciando spazio all'istinto. Ma l'istinto nel ciclismo rischia di bruciare anche la più buona delle intenzioni, così capita che ci si trovi a tenere ritmi alti, a cercare di mettere fatica e dubbi nelle gambe degli avversari senza prorompere nell'attacco letale. Anche oggi pomeriggio Richard Carapaz stava aspettando il compagno giusto per mettere a ferro e fuoco il Giro d'Italia. A 9 chilometri da Bormio, quel compagno si è rivelato essere il più inatteso: la maglia rosa Isaac Del Toro.
Il quarto album dei Teenage Fanclub, "Thirteen", arrivò nel ‘93 sulla scia di un acclamatissimo trittico d'esordio che stava riscrivendo il rapporto tra noise e pop. Doveva conquistare il mondo, ma era quasi tutto sbagliato. Ad aprirlo però c'era un gioiellino come Hang On, una sdolcinata litania edificata su una muraglia di chitarre che avrebbe anticipato buona parte del pop-rock a venire. Un brano che parla di attesa, di bisogno di qualcuno, del desiderio di divertirsi. E che forse anticipava anche il finale di questo Giro.
LE CLASSIFICHE

Ricapitoliamo, adesso. Isaac Del Toro consolida la sua maglia rosa portando il suo vantaggio sul secondo a 41 secondi. Secondo della classifica che è cambiato, ed è adesso Carapaz. Scende al terzo posto Simon Yates, a 51 secondi da Del Toro. Stabili nelle prestazioni e nelle posizioni sia Gee, quarto, che Caruso, quinto. Ancora non brillantissimo Bernal, che conserva però la sesta piazza. Recupera altre due posizioni Pellizzari, che adesso è 7°, mentre esce dalla top-10 Tiberi, andato in difficoltà sul Mortirolo e arrivato a Bormio con dieci minuti di ritardo.
Domani i big della classifica non saranno protagonisti. La Morbegno-Cesano Maderno riporterà (momentaneamente) il gruppo in pianura, dunque potrebbe essere un finale per velocisti. I tre gran premi della montagna piazzati nella prima metà del percorso tuttavia fanno assomigliare il profilo della tappa a un'occasione ideale per cacciatori di tappe e/o di riscatto.

LA MONTAGNA DEL GIORNO DOPO

a cura di Marco Albino Ferrari
Domani il Giro sfila sotto uno dei luoghi più significativi della geografia mentale dei lombardi, Le Grigne. Pur così vicine a Milano e perfettamente visibili dalla Pianura Padana, il massiccio di calcare argenteo che si affaccia sul Lario in realtà è stato sempre immaginato come un luogo remoto, un altrove afferrabile solo a costo di notevoli sforzi. Fra le tante testimonianze, le pagine del grande scalatore Riccardo Cassin o quelle di Andrea Oggioni e dei suoi compagni dei “Pell e Oss” di Monza a metà del Novecento ci parlano di domeniche epiche spingendo sui pedali di pesanti biciclette, zaino in spalla, con di fronte l’isolata piramide della Grignetta che andava lentamente ingigantendosi.
Così si raggiungevano le montagne. Erano altri tempi. A Lecco si arrivava anche in treno o in corriera, ma poi li attendeva il lungo avvicinamento ai Piani Resinelli, da dove infine si poteva entrare negli spazi aperti della montagna.
Poi, improvvisamente, le distanze mutarono. Avvenne tutto in una manciata di stagioni, con il Boom economico, agli inizi degli anni Sessanta. L’industria italiana si metteva in moto, e con essa un nuovo benessere. La motorizzazione di massa iniziò ad annullare le distanze e le Grigne presero a sorridere invitanti. A bordo di un'auto o di una Lambretta, le montagne a ridosso della pianura venivano incluse in un universo amico, quasi domestico.
E oggi? Paradosso dei tempi, rischiano di essere proprio le automobili, divenute in soprannumero, a rendere di nuovo difficile l’avvicinamento ai sentieri. Code, traffico, mancanza di parcheggi. E così domani, vedendo sfilare i corridori in bici, qualche vago sentore romantico ci farà tornare un po’ indietro (o forse in avanti) al tempo di Cassin e dei suoi vecchi compagni di scalate.
Viva le Grigne, con la bici!
LE FORESTE DEL GIORNO DOPO

a cura di FSC Italia
Quante foreste italiane sono in mano ai privati, e quante sono invece pubbliche? Immaginiamo già i “boh”, “ma che domanda è?” o, per gli amanti del trash nazional-popolare, il classico “La cipolla”.
Eppure questa domanda serve ad introdurre la Tappa 18 del nostro giro ciclistico-montanaro-forestale, la terza che tocca il territorio lombardo. Ebbene: secondo i dati dell’Inventario Forestale Italiano, poco più del 63% delle proprietà boschive in Italia è privato, mentre solo il 32% è pubblico - vi sorprenderà sapere che il gap tra queste due percentuali è rappresentato da terreni la cui proprietà è sconosciuta.
La frammentazione forestale in Italia rappresenta una delle principali criticità nella gestione responsabile del patrimonio boschivo: rende infatti difficile un'efficace pianificazione e manutenzione, l'applicazione di tecniche selvicolturali moderne e la prevenzione di rischi come incendi o attacchi parassitari.
Proprio in Lombardia esiste però un modello di gestione pubblica integrata: si tratta di ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all'Agricoltura e alle Foreste), che ha il compito di gestire e valorizzare il patrimonio agroforestale regionale, promuovendo la sostenibilità ambientale, la biodiversità e lo sviluppo delle aree rurali e montane. L’Ente è responsabile della gestione di 20 foreste regionali, che coprono una superficie complessiva di 23.337 ettari distribuiti in ben 39 comuni lombardi; nel 2020 è stato tra i promotori della Carta delle Foreste di Lombardia, documento che definisce i principi e gli impegni per una gestione sostenibile e durevole delle foreste e degli alpeggi demaniali regionali.
Vicino a Morbegno si trovano le Foreste Regionali “Val Masino” e “Val Gerola”, entrambe gestite da ERSAF e certificate FSC e PEFC dal 2009. In Val Masino, in località Bagni, è presente una sorgente di acqua termale, circondata da storici stabilimenti termali, in un contesto di prati pascoli e fustaie di abete rosso, abete bianco e faggio. Arrivando lungo la strada provinciale si incontra una faggeta maestosa, i cui alberi più vecchi hanno 250 anni. Nella foresta dei Bagni Masino si conducono dal 1990 indagini sulle condizioni fitosanitarie dei boschi, che hanno portato nel 1995 all’istituzione di un’area di monitoraggio che nel 2002 è entrata a far parte della Rete Italiana per le Ricerche Ecologiche di Lungo Termine (LTER). In Val Gerola troviamo invece uno degli alpeggi “modello” lombardi, ovvero l’Alpe Culino, che comprende anche agriturismo e ristoro agricolo con i prodotti d’alpe, come il famoso formaggio Bitto. Qui, in località Dosso Cavallo e Alpe Culino, si rinvengono gruppi di larici secolari.


A partire dal 9 maggio e per ogni tappa del Giro d'Italia 2025, Leonardo Piccione del magazine Bidon coordina un resoconto serale su L'AltraMontagna, per ricapitolare quanto accaduto nella Corsa rosa, ma anche le storie e dei territori che ruotano attorno ad essa. La redazione de L'AltraMontagna contribuirà quotidianamente con aneddoti e curiosità sui rilievi attraversati dal Giro, anche laddove la montagna (solo apparentemente) non esiste. Il tutto è possibile grazie a FSC Italia, che ci racconterà le foreste certificate in giro per la penisola: modelli di sostenibilità e mete da visitare. Dal 9 maggio al 1 giugno brindiamo ogni sera al ciclismo e alla montagna con... Un altro Giro!














