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Cultura | 25 novembre 2025 | 12:00

"Credo che l'arte debba santificare la natura". Maurice Denis, il pittore francese che ripercorse in bicicletta i luoghi di San Francesco

"È necessario che io sia pittore cristiano, che celebri tutti questi miracoli del cristianesimo". Fu pittore cristiano, certo, ma fu anche e soprattutto pittore del proprio tempo. L'anniversario della nascita, 25 novembre del 1870, ci spinge su alcuni episodi della sua biografia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

La montagna per Maurice Denis non è un rilievo da copiare, è un punto rialzato che conduce lo sguardo verso il cielo. Un punto che offre all’artista francese la possibilità di rafforzare, col valore simbolico delle immagini, un sentimento religioso che egli sente profondo. Il profilo di questi monti, posti quasi sempre nella fascia alta della composizione, entra nelle tele - e non potrebbe essere altrimenti - soprattutto quando il pittore si allontana da Parigi.

 

L’Italia sarà la meta preferita dei suoi viaggi. Vi arriva la prima volta all’età di venticinque anni nel 1895: vede Milano, Venezia, Firenze, l’Umbria. Passano appena due anni e vi torna, per un più lungo soggiorno a Fiesole, durante il quale impara l’italiano e incontra l’arte del Beato Angelico. Al rientro, progetta già la ripartenza, questa volta in compagnia di André Gide, nel 1898 scende lungo la penisola, alla scoperta di Roma. Un viaggio che si rivelerà entusiasmante, tanto è vero che entrambi sentono la necessità di tornarvi nel 1904. Si unirà a loro Sérusier, l’apripista dei pittori Nabis, la cui temperatura timbrica deve averli convinti ad allungare l’itinerario, così da raggiungere Napoli e l’Italia meridionale.

Una strana coppia André Gide e Maurice Denis, dall’indole creativa differente, eppure legatissimi: infatti, si stimarono, si frequentarono, collaborarono in alcune iniziative e viaggiarono assieme, appunto. Quasi coetanei (lo scrittore era più vecchio di appena un anno), la vita dei due troverà un resistente collante nell’educazione religiosa ricevuta in famiglia. Non meno, però, l’aver respirato da giovani, a poca distanza uno dall’altro, le brezze finali del simbolismo, sulla scia di Mallarmée (Gide), di Puvis de Chavannes e di Odilon Redon (Denis). Entrambi, inoltre, tennero per molti anni un diario, un "Journal" (Gide dal ’39, Denis per tutta la vita), leggendo i quali non si percepisce solo l’intimità di una vita rivelata attraverso una serie di confidenze, bensì la progettualità di un pensiero che si va articolando. Più che diari, sono stanze, veri e propri laboratori creativi.

  

Suggestionato da Roma, Gide vi ambienterà uno dei suoi capolavori I sotterranei del Vaticano, romanzo noir-surreale, nella cui trama aspetti scopertamente fantasiosi s’intrecciano alla realtà. Lusso questo che Denis in pittura non si prese mai. Alle tumultuose accelerazioni, ai colpi di scena, alle tempeste interiori, ai cambi di passo improvvisi, egli preferisce cadenze assai più regolari. Rapito da una sorta di melodico solfeggio, riproduce con la propria arte quel suono interiore, pacificato e lontano.

Qualche sua frase: "Credo che l’arte debba santificare la natura; credo che la visione senza lo Spirito sia vana" oppure "bisogna cercare prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, ovvero l’espressione della nostra anima nella bellezza". Una sorta di vocazione, dunque. Tanto più che, appena quindicenne, scriveva: "È necessario che io sia pittore cristiano, che celebri tutti questi miracoli del cristianesimo".

   

Fu pittore cristiano, certo, ma fu anche e soprattutto pittore del proprio tempo. Fu Nabis, e come tutti i Nabis, nati tra il 1860 e il 1870, egli subì il fascino dall’arte decorativa, filtrata attraverso Gauguin, per una maggiore idealizzazione e semplificazione del soggetto. Ecco il perché di quella linea sinuosa e definita. Ecco l’inizio di un dialogo diverso con l’arte orientale e, per contrasto, con l’essenzialità dell’arte primitiva, sia pur addolcita dall’arabesco. Denis e compagni, forse senza volerlo, si avvicinano ai raggiungimenti espressivi presenti nei pittori della Secessione. Alla tela si va preferendo il muro, il manifesto, l’illustrazione. Un pensiero che collega l’arte all’arte applicata, nel momento in cui si trasferisce nei paraventi, nelle carte da parati o, persino, nelle marionette. Alla fine, in forma molto evidente, questi elementi si compatteranno, dando vita all’Art Nouveau.

Maurice Denis, il "nabi delle belle immagini", come venne soprannominato, talvolta pare frenato proprio da un "garbo" eccessivo, per esibire uno stato di serenità "angelica" e permanente. In molte altre occasioni, però, le sue opere toccano vertici di assoluto rilievo, confermandone l’influente ruolo su molta pittura successiva. Anche nel nostro paese fu osservato con estrema attenzione: il sapiente uso della decorazione e certi tagli compositivi portano subito, in congiunzione con Klimt, a Casorati o a Galileo Chini, per fare solo due nomi.

 

Va ora recuperato un passaggio biografico. Almeno uno, tra tanti dimenticati (aver tralasciato il riferimento a Cezanne è una colpa non da poco): nel 1910 Maurice Denis decide di tornare in Italia, affrontando quello che si rivelerà il più poetico dei suoi viaggi. Col proposito di illustrarne i Fioretti, in bicicletta ripercorre i luoghi che furono di San Francesco: i medesimi paesi, le medesime colline, la pianura vista dall’alto, con le cime dell’Appennino in lontananza.

Successivamente, nel 1913 si recherà nel sud della Francia, nel 1916 a Ginevra, dove sua moglie Marthe è ricoverata (morirà nel 1919), nel 1921 nell’Africa del Nord (Algeria e Tunisia), nel 1922 si sposa per la seconda volta con Elisabeth Graterolle e se ne va in Costa Azzurra, passano pochi mesi e sarà a Venezia, dove la Biennale gli dedica una retrospettiva. Nel 1926 stipa ancora i bagagli e percorre le strade olandesi, nel 1927 sarà la volta del Canada e degli Stati Uniti, ma non finisce qui, nel ’29, finalmente, vien da dire, si reca in Terra Santa. Al rientro fa tappa in Egitto, in Turchia, in Grecia e, dato che c’è, passa ancora per l’Italia. Nel 1934 rivede la sua amata Roma, dove è incaricato di organizzare una mostra di arte sacra. Nel 1936 e nel 1937 è ancora qui da noi, questa volta per il VI centenario della morte di Giotto.

 

Sin tanto che, questo missionario dell’arte, nato il 25 novembre del 1870, non venne preso di mira dalla sorte che decise di farlo morire non lontano da casa, all’Hopital Cochin, ricoverato dopo essere stato investito da un autocarro, mentre attraversava un boulevard parigino. Un momento di distrazione, uno dei pochissimi nella vita di Denis, un uomo sempre molto attento.

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