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Cultura | 22 marzo 2025 | 12:00

"Dichiaro che comincio a vergognarmi di essere uomo". Osvaldo Licini: non solo attraverso l’arte rese attuale la sua presenza

Le sue parole oggi risuonano in tutta la loro terribilità: maledettamente perfette per descrivere la commedia senza trama dei nostri giorni. Una commedia il cui copione pare essere stato scritto per realizzare un folle proposito autodistruttivo. L'artista nacque il 22 marzo 1894: l'anniversario offre l'occasione per ricordarlo

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Non ha che quattordici anni Osvaldo Licini quando si iscrive all’Accademia di Bologna, giungendovi da Monte Vidon Corrado, paese appoggiato sulle colline marchigiane a 429 metri di altitudine. Un pugno di case in provincia di Fermo, oggi abitate da circa settecento residenti, la metà di quanti erano il 22 marzo 1894, giorno in cui l’artista nacque.

 

A Bologna, i suoi maestri sono gli stessi di Giorgio Morandi, quattro anni più vecchio di lui. Caratteri decisi e appuntiti entrambi, eppure in quel periodo si frequenteranno, tanto è vero che Licini gli regalò un suo Autoritratto. Nelle stesse vie porticate, incontra anche Mario Tozzi, di un anno più giovane, il quale, successivamente, in una lettera del 1970, ne ricorderà in particolare “gli occhi da puledro impazzito”. Con Tozzi poi si ritroverà a Parigi, quando Licini vi giunse nel 1919, ospite della madre, “parigina” già da molti anni, essendosi trasferita pochi mesi dopo la nascita del figlio, per dirigere una casa di moda. Quel viaggio gli permise anche di incontrare la sorella Esmeralda, nata nel 1896 e a quel tempo danseuse all’Opéra.

 

Dopo Bologna e prima di Parigi, dal 1914 al 1919, per motivi non solo artistici, risulterà importante il soggiorno fiorentino. Quando vi giunge, attratto dalla scultura, Licini prende al volo la possibilità di iscriversi al corso di Domenico Trentacoste, stimato maestro di numerosi scultori (Marino Marini, ad esempio). Dodici anni prima, un altro pittore affascinato dai volumi e dalla materia, sostò a Firenze per frequentare la Scuola libera di Nudo: Amedeo Modigliani. Una singolare coincidenza, pensando che a Parigi i due, dopo essersi conosciuti al Café de la Rotonde, a Montparnasse - locale frequentato anche da Picasso, Cocteau, Kisling e da molti altri - divennero amici.

Al suo arrivo a Firenze, viene accolto da un vento culturale diverso, inebriante, alzato da Soffici e Papini: ideali forti, accesi dibattiti, riviste d’avanguardia. Sedotto dalla propaganda interventista, Licini decide di partire volontario per combattere nella Prima guerra mondiale, sin tanto che una ferita alla gamba, grave al punto da renderlo per sempre claudicante, lo costringe al rientro. Ricoverato all’ospedale militare di Firenze, inizia per lui una lunga convalescenza, ed è in quel periodo che conosce Beatrice Müller, giovane svizzera entrata come volontaria nella Croce Rossa Internazionale: ne nascerà un rapporto intenso, segnato, nel 1917, dalla nascita del figlio Paolo.

 

Alcuni passaggi biografici possiamo dire di conoscerli proprio grazie al figlio. Come quando, pensando alla madre, scrive: “Con mio padre ebbe una relazione breve e intensa, si separarono per motivi che non ho mai voluto conoscere. Dopo il ’45, però, continuarono a frequentarsi”. Memorie, le sue, spesso trasformate in delicato racconto. In forma letteraria, ad esempio, descrive un episodio accaduto a tarda ora, mentre con la madre rientravano verso casa, dopo essere stati al Teatro comunale, per assistere ad uno spettacolo di danza: “Era una serata molto fredda. Rincasammo verso l’una di notte. Tornando vedemmo muoversi una tremula luce nel buio. Ci spaventammo e ci avvicinammo con prudenza. Quando fummo vicini sentimmo la voce di Osvaldo, che ci aveva riconosciuti e ci veniva incontro. Aveva fatto un difficile viaggio dalle Marche, ed era rimasto ad aspettarci. Gli chiesi perché non si fosse fatto ospitare dalla famiglia di contadini che abitava nella Villa, invece di restare ad attendere da solo”. Quanto disse Licini in quell’occasione consente di cogliere una parte importante della sua poetica: “Ma io non sono stato solo, rispose mio padre. E poi, indicando la luna disse: Io sono stato con lei per tutto il tempo che vi ho aspettato, ho ascoltato le sue parole”.

Meno di cinquanta chilometri separano Recanati da Monte Vidon Corrado (rientrato da Parigi, nel 1926, vi tornerà). In alcuni tra i suoi dipinti più suggestivi, quella medesima luna è presente: sospesa in alto, al centro, altre volte ai lati del dipinto, stretta ora nel verde, ora nel blu intenso e quasi notturno di un cielo divenuto ruvida parete: l’ “Amalasunta”, col suo pallore, mostra a chi la guarda il nudo profilo di un volto stupito, lievemente imbarazzato, forse anche interrogante, ironico e curioso. Come se in quel luogo: nello spazio delimitato della tela, in quel soffitto, in quel cielo, in quella stanza notturna, il pittore avesse acceso all’improvviso una luce, non solo per coglierci di sorpresa e catturare la nostra attenzione, ma per avvicinare se stesso alla fonte delle proprie emozioni. Quelli che trova, non sono mondi lontani, bensì immagini sfilacciate di sogni inafferrabili e in parte cancellati. Le cancellature, infatti, spesso fanno parte del dipinto, ancor più presenti nei suoi disegni.

 

Superati gli inizi, strettamente legati alla figurazione, superato il fervore futurista, superata la stagione più astratta degli anni ’30, nella quale pur affermerà: “Dimostreremo che la geometria può diventare sentimento”, ecco arrivare il momento più alto di Licini. Ora la poesia non è presente solo con Leopardi, c’è Dino Campana, ci sono i francesi: Rimbaud e Baudelaire su tutti, ma anche L’Azur di Mallarmé, poi Lautréamont, Verlaine.

 

Pur individuando le fonti capaci di irrobustire la sua ricerca espressiva, egli manterrà l’originalità del proprio temperamento. Paul Klee, ad esempio, gli conferma che un artista può sviluppare, senza ingigantire le dimensioni del dipinto, l’intero suo universo interiore. Se a Firenze vede Paolo Uccello, a Parigi entra ed esce dal Louvre. Non meno, riflette sui contemporanei, Modigliani e Derain: osservandoli il suo animo respira. A folgorarlo, però, saranno Cezanne, Van Gogh, Matisse. Il nome di Matisse, tra tutti, andrebbe ripetuto due volte.

Fuori dalla figurazione e dentro all’astrattismo, fuori dall’astrattismo e dentro ad una sua figurazione. Per Osvaldo Licini sarà sempre così, anche quando con la tavolozza si è terrà lontano dalle capitali dell’arte: antiretorico e spiazzante. Egli stesso si definirà: “Errante, erotico, eretico”.  Una figura difficile da collocare e che oggi più che mai conviene tenersi stretta, utile per contrastare le insopportabili e dannose sicurezze che il mondo dell’arte sventola, per assecondare i desideri e l’ingordigia del mercato.

Non solo attraverso l’arte egli rende attuale la sua presenza: dal forte impegno sociale e politico (dal 1946 al 1956 fu Sindaco di Monte Vidon Corrado), Licini nel momento in cui nel 1940 sente avvicinarsi il nuovo conflitto mondiale, scrive a Giuseppe Marchiori: “Abbasso l’uomo. Dichiaro che comincio a vergognarmi di essere uomo, di recitare ancora questa commedia”. Parole che oggi risuonano in tutta la loro terribilità: maledettamente perfette per descrivere la commedia senza trama dei nostri giorni. Una commedia il cui copione pare essere stato scritto per realizzare un folle proposito autodistruttivo.

Osvaldo Licini morirà nell’ottobre del 1958, appena pochi mesi dopo aver vinto il Primo Premio alla XXIX Biennale di Venezia. Riuscirà a vedere la mostra di Pisanello a Verona. Giuseppe Marchiori, il critico che forse meglio ne interpretò la pittura, ricordandolo scrisse: “Fu l’ultima grande emozione artistica di quell’anno troppo intenso per la sua vita di solitario”.

Aiuta a delinearne ancor meglio la figura, un toccante ricordo del figlio Paolo: “Mia madre scrisse alla Galleria del Milione per avere l’indirizzo di mio padre, e io partii. Andai in treno fino ad Ancona, e da lì presi un locale che mi portò a circa cinque chilometri dal paese. A piedi, mi incamminai per Monte Vidon, accompagnato dagli sguardi sospetti delle persone. Era tempo di guerra, il sospetto era uno stato psicologico comune, e poi in quel villaggio gli stranieri erano merce rara.

Quando mancavano ancora diversi chilometri, chiesi ad un contadino se conosceva Osvaldo Licini. ‘Tutti in paese conoscono il professore’ mi rispose. Quando finalmente arrivai in paese, mi accorsi che quasi tutti gli abitanti uscivano di chiesa, dove si era appena conclusa una funzione religiosa. Le persone andavano tutte nella stessa direzione e mi accorsi che salutavano un uomo che, solo, andava nella direzione opposta: un uomo che camminava con un bastone. Sentii che quell’uomo era mio padre. Gli andai incontro e, con un filo di voce, lo salutai. Mi guardò con un’aria incerta, e mi chiese chi fossi.

Mi presentai: ‘Sono Paolo Müller’. Dopo un attimo di smarrimento mi chiese: ‘Come sta Beatrice?’. Poi mi guardò dritto negli occhi e mi strinse forte il braccio. Non so quanto tempo restammo immobili a fissarci. Mi accorsi soltanto che intorno a noi si era raccolta un bel po’ di gente, che ci guardava, muta e stupita.

Mio padre allora disse: ‘Vieni’. Mi portò a casa sua e, presentandomi a sua moglie, le chiese se mi conosceva. ‘Guardalo bene’ disse. Nanny, dopo attimi che mi sembrarono lunghissimi, esclamò: ‘Dio mio, è come eri tu quando ti ho conosciuto’”.

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