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Cultura | 31 marzo 2025 | 18:30

"Essere Walser oggi non significa un ritorno al passato, non più riproducibile né auspicabile. La sfida nel nostro tempo è attualizzare i saperi storici"

Il 19 marzo scorso, a Formazza, è stata presentata la “Carta dei Valori Walser”, un documento nato dal lavoro delle comunità Walser italiane, oggi riunite nell'associazione Südwalserverein, con il quale viene elaborato un nuovo approccio al rispetto del territorio ed al rapporto tra turismo e comunità residenti. Dell’iniziativa, che tra le altre cose punta a garantire un'esperienza indimenticabile ai visitatori/ospiti ed un futuro sostenibile all'ambiente montano e ai suoi abitanti, ne abbiamo parlato con il curatore, Riccardo Carnovalini

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il 19 marzo scorso, a Formazza, è stata presentata la “Carta dei Valori Walser”, un documento nato dal lavoro delle comunità Walser italiane, oggi riunite nell'associazione Südwalserverein, con il quale viene elaborato un nuovo approccio al rispetto del territorio ed al rapporto tra turismo e comunità residenti. Dell’iniziativa, che tra le altre cose punta a garantire un'esperienza indimenticabile ai visitatori/ospiti e un futuro sostenibile all'ambiente montano e ai suoi abitanti, ne abbiamo parlato con il curatore, Riccardo Carnovalini.

 

 

Innanzitutto: cosa significa essere Walser oggi, in particolar modo rispetto alla realtà che le montagne italiane stanno affrontando?

 

Non significa un ritorno al passato, oggi non più riproducibile né auspicabile. Dovrebbe essere la capacità e la forza per guardare avanti non dimenticando il ricco patrimonio di conoscenze, abilità, valori e saggezza che questa civiltà di confine ci tramanda dal medioevo, a cominciare dalla sostenibilità ambientale. La sfida nel nostro tempo è attualizzare i saperi storici, riconoscendo i limiti ambientali e cercando un equilibrio fra consumi e conservazione delle risorse, alla luce dei sempre più evidenti cambiamenti climatici. Il cambiamento climatico richiede cambiamenti, ma quando si parte da una base culturale solida i risultati possono essere più certi.


Alcuni rappresentanti delle comunità walser presenti a Formazza il 19 marzo.

Come nasce la “Carta dei Valori Walser”, e soprattutto perché si è manifestato il bisogno che nascesse?

 

La Carta ricade nella seconda fase delle attività previste in un progetto sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo; la prima riguardava soprattutto il grande sentiero Walser (www.walserweg.it). Oltre a occasione per non disperdere conoscenze e saperi di questo popolo, si è trasformata in una straordinaria opportunità per far lavorare insieme tutte le comunità Walser, che da molti anni possiedono associazioni culturali occupate in identità, lingua e storia. Non era mai successo, però, che le associazioni si unissero e lavorassero a un progetto comune, facendo rete fra di loro: un po’ per la notevole distanza ambientale, non lineare ma viaria (in certi casi si fa prima a raggiungere i paesi coi sentieri dei colli piuttosto che con le tortuose e sconvenienti strade delle auto) e un po’ perché ogni associazione pensava alla propria piccola comunità. Questo progetto ha portato non solo alla realizzazione della Carta ma anche alla nascita di un’associazione delle associazioni, la Sudwalserverein.

La Carta, che è un codice etico per riflettere e prendere iniziative concrete, è il frutto di un lungo e complesso lavoro, in presenza e online, di raccolta idee, stesura, revisione e messa a punto per rappresentare la visione e le istanze delle dodici Comunità.


I relatori intervenuti nel corso della presentazione della Carta.

Quali sono i punti fondamentali con e sui quali da curatore, con un lavoro di sintesi tra le istanze espresse tra le comunità walser che hanno partecipato al lavoro di stesura sicuramente tanto ostico quanto affascinante, ha deciso di elaborare la Carta?

 

Fra i tanti punti emersi negli incontri con le Comunità, ne segnalo sette divenuti fondamentali nel decalogo in cui si articola la Carta.

Il senso di comunità, cioè la solidarietà storica dei Walser a condividere e scambiare le risorse quando scarseggiavano, dimostrando che per adattarsi in un ambiente difficile è indispensabile unirsi: è il troppo dimenticato proverbio “l’unione fa la forza”. Ogni alpeggio veniva gestito insieme anche se ogni famiglia aveva le sue mucche; la proprietà privata, pur riconosciuta, veniva amministrata in maniera consortile; nella costruzione della casa partecipavano tutte le famiglie, donando lavoro e capacità tecniche.

Il senso del bello, dell’armonia coi luoghi, a cominciare dall’abitazione: un capolavoro di efficienza, di conforto e con accorgimenti per risparmiare energia, come il focolare chiuso.

Il paesaggio storico, filo conduttore della Carta perché esito dell’armonizzazione fra esigenze umane e ambiente alpino.

La toponomastica, come lingua, voce narrante e memoria collettiva dei luoghi, e sedimentazione del sapere su quei luoghi da parte di chi li ha colonizzati e vissuti.

Le economie locali, basate su filiere circolari e corte, ottimizzando risorse naturali, agricole e forestali. Grazie a un’intuizione di Pietro Bolongaro di Rima, l’abbiamo chiamata economia di pace. Di pace fra gli uomini e fra l’uomo e la terra, fondata su principi di eticità e parità di genere, di reciprocità e fraternità, antitetica allo sfruttamento di manodopera sottopagata. Un’agricoltura e un allevamento capace di recuperare e proporre le tecniche agricole del passato: impegnative lavorazioni senza macchine, fatte a mano in terreni piccoli e frammentati, coltivazioni di varietà antiche di patate, uso di fertilizzanti organici, allevamenti bovini e ovini salendo a 2.500 metri di altitudine per l’alpeggio estivo.

Infine, il turismo lento considerato come un’accoglienza educante autentica, ricercata da un numero sempre maggiore di cittadini quando sale in montagna.


Salecchio Superiore in Valle Antigorio. © Riccardo Carnovalini.

La Carta mette in dialogo diretto le comunità dei territori walser e i loro ospiti, rompendo la relativa dicotomia e mettendo in atto quell’equilibrio che da tempo la sociologia del turismo invoca per il bene delle montagne. Quanto è importante questo “botta e risposta” che la Carta presenta e che effetti concreti dovrebbe (e si vorrebbe) suscitare?

 

L’ospite che accoglie e l’ospite che viene accolto sono i due versanti della stessa montagna, entrambi hanno un ruolo decisivo per le sorti dei territori. Chi li visita e li cammina lentamente, recuperando udito, olfatto, tatto e capacità d’osservazione (n.d.r. non basta camminare!), può far evolvere la conoscenza in amore dei territori, in sentimento. Chi li abita, conosce i luoghi, li mantiene col lavoro, sa narrarli sentendoli intimamente propri, e accoglie i viandanti, offre in cambio della visita quell’economia di pace che citavo prima. Ambiente, cultura ed economia convivono armoniosamente quando c’è questo scambio virtuoso. È il bene comune perseguito dall’ecologia integrale dell’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco sulla cura della casa comune. Curiosità, che è la tensione più fertile dell’umanità, viene dal latino cura. Curiosità e cura sono gli ingredienti base della ricetta dei valori che la Carta propone. La curiosità dell’ospite nella scoperta del paesaggio storico; la cura, amorevole e secolare, dei Walser nel costruirlo e mantenerlo con fatica, da veri custodi in grado di trasmettere anche la spiritualità della montagna.


Vcduta del borgo di Campello Monti, in Valstrona. © Riccardo Carnovalini.

Un altro equilibrio verso cui la Carta tende e cerca di elaborare, attraverso i valori espressi, è quello tra passato, presente e futuro. Come può un’identità storica “pesante” come quella walser essere coniugata al divenire della realtà e al futuro che anche sui monti sempre più velocemente si fa presente?

 

La cultura Walser rimane la linea guida e l’insegnamento tramandato dagli avi per il presente e il futuro. Il lungo cammino dei Walser ci insegna un modello di transizione ecologica e sostenibilità ambientale, fra consumi moderati, conservazione e condivisione delle risorse. Continuano a essere necessarie buone pratiche insieme a nuove strategie per il ripopolamento delle Alpi e le nuove migrazioni. Un’attenzione, questa, verso i nuovi abitanti, perché i Walser erano migranti arrivati dall’Alto Vallese (Walser è la contrazione del tedesco Walliser, cioè vallesano, abitante del Canton Vallese) per vivere a quote dove nessuno prima era riuscito a farcela. Oggi occorrono flessibilità produttiva e adeguate scelte anche rispetto al turismo, che non deve portare in montagna bisogni puramente cittadini, come comodità e consumo, ma deve proporsi come una conseguenza delle economie locali, e non essere un punto di partenza o d’arrivo.


Abitante stanziale del nucleo di Piane, in Valle Vogna. © Riccardo Carnovalini.

Posta la specificità della cultura walser, anche rispetto alla montagna contemporanea nonché dal suo punto di vista di grande e profondo conoscitore delle nostre Alpi, quanto la Carta può fungere da modello esemplare per altri territori montani che non possono vantare un altrettanto forte patrimonio culturale identitario?

 

Il modello Walser, pur avendo settecento anni, può essere ancora, pur con le necessarie modernizzazioni a cui facevo riferimento prima, fonte di buona ispirazione per altri territori montani. I valori su cui si è fondato questo popolo di frontiera che camminava senza confini, usando i colli anziché i fondovalle (la cultura veniva dall’alto!) come ponte di collegamento col mondo, sono esportabili e di grande interesse per abitanti e visitatori. Adattamento, resistenza, frugalità, rispetto, collaborazione, cooperazione, solidarietà, familiarità, accoglienza, responsabilità, consapevolezza, conoscenza, creatività, qualità, durevolezza, bellezza, salvaguardia, sostenibilità. Questi i valori da coltivare e da esportare, tanto potenti da rendere ogni luogo, persino i non luoghi, meritevole di essere abitato e visitato.

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