Il "dono" di una diga alla sua valle. Storia di Brentan, il villaggio idroelettrico modernista tra i monti della Val Bregaglia

Il castagneto secolare di Brentan a Castasegna, in Svizzera (Canton Grigioni), a poca distanza dal confine italiano, ospita uno degli interventi architettonico-urbanistici più interessanti e emblematici (ma di contro poco noti) realizzati nelle Alpi nel corso del Novecento: l’omonimo villaggio edificato nel 1959 dalla società municipale dell’energia di Zurigo che più a monte stava costruendo la grande diga dell’Albigna. Un raro ed esemplare caso di compensazione a vantaggio di un territorio la cui acqua veniva sfruttata per fini idroelettrici, che oggi rappresenta un elemento di pregio urbanistico ormai divenuto parte del patrimonio identitario-culturale dell’intera Val Bregaglia
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nella rilettura attuale di quella che si può considerare la grande epopea dell’industrializzazione idroelettrica delle Alpi, per la quale tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso furono realizzate centinaia di dighe con le relative opere atte al trasporto dell’acqua e alla produzione di energia elettrica, viene spesso evidenziata la contrapposizione tra l’importanza innegabile dei grandi manufatti idroelettrici per lo sviluppo non solo industriale dei paesi alpini, un aspetto certamente positivo, e il notevole impatto ambientale nei luoghi che ospitano i bacini artificiali, a volte situati ben oltre i 2000 metri, dal punto di vista dell’infrastrutturazione del territorio, della sommersione di interi nuclei abitati e dell’uso delle sue risorse idriche: un aspetto già all’epoca inesorabilmente critico e oggi, rispetto ad alcuni progetti di nuove dighe sui quali si dibatte (il più emblematico è quello del Vanoi, senza dubbio) considerato ancor più negativamente.
In effetti la gran parte dei progetti idroelettrici realizzati in quegli anni non prevedeva particolari forme di compensazioni a favore dei territori la cui acqua veniva sfruttata, se non quella indiretta e temporanea legata alla necessità di mano d’opera per la quale nei cantieri vennero impiegati migliaia di lavoratori dei territori montani limitrofi, e quella successiva derivante dalle concessioni idroelettriche pagate delle società dell’energia titolari delle derivazioni d’acqua. Tuttavia a questa situazione diffusa non mancarono eccezioni: una delle più significative in assoluto si trova in Svizzera a poche centinaia di metri dal confine italiano, in Val Bregaglia – uno dei territori di lingua italiana del Canton Grigioni.

In una delle sue vallate laterali, la Val d’Albigna, nel 1959 venne inaugurata l’omonima grande diga a gravità, uno degli sbarramenti più spettacolari delle Alpi centrali in forza della sua posizione, sul ciglio di uno scosceso versante roccioso alto quasi mille metri che negli inverni più freddi si addobba di alcune grandi colate di ghiaccio (mentre prima della costruzione della diga ospitava una delle cascate più alte d’Europa), e del suggestivo bacino lacustre, circondato da verticali pareti di granito alpinisticamente molto rinomate e nel quale fino a qualche tempo fa confluiva la lingua glaciale della Vedretta di Albigna.
Si racconta che il 24 ottobre del 1954, quando gli elettori di Zurigo - alla cui EWZ (Elektrizitätswerk der Stadt Zürich), la società municipale di distribuzione dell'energia, appartengono le infrastrutture idroelettriche dell'Albigna - approvarono il credito finanziario per la realizzazione della diga, le campane di tutte le chiese della Val Bregaglia suonarono a festa. I lavori alla diga offrivano nuove prospettive economiche alle comunità di una regione alpina periferica al tempo ancora legata all’economia sussistenziale di montagna, priva di attrezzature turistiche e a rischio di spopolamento; inoltre lo sbarramento sarebbe servito anche per eliminare il pericolo di inondazioni provocate proprio dalle piene del torrente Albigna, alimentato dalle acque di fusione dei ghiacciai della zona e dunque soggetto a piene improvvise e imprevedibili che periodicamente devastavano la vallata.

Tuttavia, oltre al pagamento dei canoni per le derivazioni d’acqua atte a produrre un’energia che poi sarebbe andata a favore delle utenze di Zurigo e non della Bregaglia, la EWZ decise di realizzare anche qualcosa che nel tempo, cioè al termine della fruizione da parte della stessa società, sarebbe diventato un patrimonio significativo per l’intera valle: i due villaggi residenziali di Vicosoprano e di Castasegna. Costruiti per offrire una nuova confortevole casa ai dipendenti della EWZ provenienti da fuori che desideravano svolgere professioni “moderne” in un ambiente rurale che all’epoca offriva soltanto soluzioni abitative spartanamente montane, sono oggi considerati uno dei più importanti progetti architettonici grigionesi del secondo Novecento e, in particolar modo, quello di Castasegna è salvaguardato dalla Società per la Cultura dei Grigioni nell’ambito del progetto “52 migliori edifici. Cultura edilizia Grigioni 1950–2000”.

L’insediamento “Brentan” di Castasegna venne progetto (come quello di Vicosoprano) dall'architetto Bruno Giacometti (1907–2012), figlio più giovane del pittore Giovanni Giacometti e fratello di Alberto, tra i più famosi artisti della storia, e fu realizzato tra il 1957 e il 1959 in contemporanea ai lavori della diga. Il nome “Brentan” viene dall’omonimo castagneto monumentale (considerato tra i più belli d’Europa e ben rappresentativo della secolare castanicoltura bregagliotta) che nella sua parte bassa ospita il villaggio. Giacometti, il cui contributo al rinnovamento architettonico della Bregaglia è significativo per come sviluppò i concetti del modernismo novecentesco in un contesto strettamente legato al territorio circostante e al suo paesaggio identitario, a Brentan scelse di ispirarsi agli insediamenti pianificati con griglia geometrica e case standardizzate tipiche dei quartieri operai urbani ma ponendo il villaggio in confronto diretto con la tradizione edile locale al fine di svilupparla attraverso nuove forme abitative e una strategia di sviluppo urbano fino ad allora sconosciuta tra quelle montagne.

Le dieci case unifamiliari indipendenti di Brentan sono posizionate e integrate regolarmente nel paesaggio, con grande attenzione agli alberi esistenti e alla conformazione del terreno. La loro disposizione attenta e “leggera” integra la citata pianificazione urbanistica tipica dei quartieri operai nel modello urbanistico tradizionale della Selva di Bregaglia, con i suoi edifici funzionali ampiamente sparsi, e allo stesso tempo esprime l'ideale moderno di una città verde, strutturata e aperta, grazie all’aspetto uniforme e all'orientamento identico degli edifici che sottolineano la loro coesione urbana, mentre le posizioni sfalsate creano viste e spazi esterni differenziati. Anche le dimensioni ridotte, l'aspetto sobrio e l'impiego di materiali locali quali castagno, larice e gneiss pongono gli edifici in armonia con l'ambiente circostante e evitano il rischio che appaiano come “copie” folcloristiche dell’architettura bregagliotta, anche grazie al design contemporaneo della planimetria, delle forme dell’edificio e delle facciate, basate sulle regole della sezione aurea.

Come già accennato, oggi l’insediamento di Vicosoprano e il villaggio di Brentan a Castasegna sono entrati a far parte del patrimonio edilizio locale e diventati un riferimento urbanistico ormai identitario per la zona, contribuendo in modo significativo al rinnovamento architettonico e allo sviluppo della Val Bregaglia. Visitati di frequente da studiosi e appassionati di architettura, rappresentano un modello virtuoso e esemplare nella considerazione del rapporto tra grande industria e territori montani ovvero tra usufrutto esclusivo delle risorse naturali delle montagne e necessità di riconoscere una doverosa compensazione, non solo economica ma pure in qualche modo culturale, alle comunità residenti su quelle montagne. Un equilibrio che, se fosse stato rispettato in tanti altri territori montani variamente infrastrutturati nei decenni scorsi, oggi ne farebbe dei luoghi ben più armoniosi e meno consumati di come appaiano.











