Le piante comunicano? La teoria oggetto di un ampio dibattito scientifico raccontata dal docufilm "Il codice del bosco"

Il lavoro sarà proposto nella serata di domenica 29 giugno al lago di Molveno nell'ambito della rassegna Superpark. Il filmmaker Paolo Ceretto sarà ospite di una delle passeggiate d’autore in val d’Ambiez, assieme al personale del Parco

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ci teniamo a sottolineare, per massima correttezza rispetto ai nostri lettori, che le teorie su cui si basa il docufilm descritto in questo articolo sono tutt'oggi oggetto di un ampio dibattito scientifico. La comunità scientifica non ha infatti ancora pienamente accettato alcune di queste teorie e, soprattutto, ha spesso criticato l'interpretazione umanizzante del comportamento vegetale che ne deriva, non priva di rischi legati alla percezione e, di conseguenza, anche alla gestione e alla conservazione della natura.
Paolo Ceretto è filmmaker, autore e regista di documentari e dal 2016 insegna sceneggiatura e regia presso lo Ied, Istituto Europeo di Design di Torino, dove è nato nel 1979. Nel 2006 ha diretto il suo primo documentario internazionale, Space Hackers.
Nel 2025 ha presentato al Filmfestival della Montagna di Trento Il Codice del bosco, un docufilm diretto con Alessandro Bernard, prodotto da Zenit Arti Audiovisive in collaborazione con Mic e realizzato con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Doc Film Fund, nei cinema dal 5 maggio.
Il film sarà proposto anche nella serata di Superpark, l’iniziativa estiva del Parco Naturale Adamello Brenta realizzata in collaborazione con Superflùo, domenica 29 giugno al lago di Molveno. Sempre domenica, ma al mattino, Ceretto sarà ospite di una delle “passeggiate d’autore” in val d’Ambiez, assieme al personale del Parco.

La val d’Ambiez è un angolo spettacolare e poco conosciuto delle Dolomiti di Brenta, che sono parte a loro volta delle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità Unesco. La valle, che nella sua parte superiore ha un tipico aspetto glaciale, è ricca di biodiversità e presenta anche un luogo di particolare interesse geologico, il Cimitero dei Fossili, a pochi minuti di distanza dal Rifugio Al Cacciatore: parliamo di un giacimento di rocce che portano impressa l’impronta di molluschi del genere Megalodon, databili 195 milioni di anni fa, che testimonia la presenza in questa parte delle Alpi del mare tropicale da cui sono nate le Dolomiti.
Ceretto, la prima domanda è d’obbligo: come è nato questo film?
Il film che ho girato con Alessandro Bernard è nato da un interesse sul tema dell’intelligenza delle piante. Ad ispirarlo sono stati gli studi di Stefano Mancuso, neuroscienziato e saggista che ha avanzato la teoria che le piante abbiano un sistema di comunicazione. Abbiamo sempre cercato storie, anche del passato, che fossero legate alla scienza e alla tecnologia, e che affrontassero queste questioni “di confine” consentendoci di passare dalla sfera scientifica a temi filosofici più ampi. Parlare dell’intelligenza delle piante può significare anche riflettere sull’uomo.
Un po’ come accade con l’intelligenza artificiale, quando non è banalizzata.
Secondo noi vedere nella natura qualcosa di senziente, che può anche comunicare, genera un cambio di paradigma. Perciò, sì, da una parte c’è l’intelligenza artificiale, dall’altra, però possiamo avere questa consapevolezza dell’esistenza di un’altra intelligenza, naturale. Non in contrapposizione, ma come una sorta di bilanciamento.
Come siete passati dallo spunto iniziale al docufilm?
Stefano Mancuso ci ha parlato dei suoi esperimenti, e poi ci ha introdotto al lavoro di un altro ricercatore, Alessandro Chiolerio, un fisico che a tratti sembra un alchimista, e che usa tecnologia e biologia per captare e misurare i segnali elettrici dalle piante. Sono esperimenti che solitamente vengono fatti in laboratorio e in condizioni controllate. Un pioniere è lo scienziato inglese Andrew Adamatzky, che studia come i funghi possono comunicare fra loro. Ma con Chiolerio, ci siamo addentrati in un’altra ipotesi: studiare queste cose in campo aperto. E l’attenzione si è focalizzata sulla Val di Fiemme.
Quindi siete arrivati in val di Fiemme. Che era stata duramente colpita dalla tempesta Vaia.
Sì. È stato scelto appositamente un luogo non “incontaminato”, dove c’era stata una catastrofe. Questo aveva le sue giustificazioni di carattere scientifico, legate ad esempio agli effetti prodotti dall’aggressione del bostrico sulle piante danneggiate, ma dal nostro punto di vista di documentaristi aveva anche una giustificazione più prettamente artistica. Ci sembrava che qui potessimo mostrare una natura diversa. Meno “disneyana” di quello che si vede solitamente, e per quanto questi siano posti di straordinaria bellezza. Volevamo mostrare un bosco diverso, che avesse una sua identità, una sua storia, anche di sofferenza.

Com’è stato girare sul campo?
Innanzitutto va detto che sul piano filmico era una sorta di salto nel buio. Di solito se si fa un film a sfondo scientifico si lavora su un progetto riuscito, una grande scoperta, come quelle che emergono dagli esperimenti condotti in luoghi come il CERN. Qui andavamo a raccontare un esperimento mentre si stava realizzando, senza garanzie sui suoi esiti. Inoltre, la ricerca è durata circa due anni e mezzo, e noi l’abbiamo documentata nelle sue varie fasi. È stato insomma un lavoro molto lungo. Dalla sua prima ideazione alla sua realizzazione sono passati quasi 8 anni.
Senza togliere allo spettatore l’effetto sorpresa provocato dalla visione del film, ci può accennare come si sviluppano queste ricerche?
Abbiamo ad esempio una serie di alberi collegati a dei chip costruiti appositamente per l’esperimento, che registrano 24 ore su 24 le variazioni del potenziale bioelettrico delle piante, osservando se e quando avvengono e in corrispondenza di quali sollecitazioni: la luce, ad esempio, il sole che nasce e tramonta, ma anche rumori, suoni. Non la musica vera e propria, come negli anni 70, quando si pensava che fare “ascoltare” della musica classica alle piante potesse far loro bene. Piuttosto, si trattava di vedere se in corrispondenza di determinati stimoli sonori, come il rumore generato dal bostrico nel corso del suo lavoro di parassita, catturato con strumentazione molto sofisticata, si producessero reazioni registrabili nelle piante.
Quali altre persone hanno partecipato alla ricerca?
Essenziale è stato il contributo di Monica Gagliano, italiana, ma residente in Australia, un’esperta della comunicazione delle piante. Lei ha dimostrato che le piante in qualche modo reagiscono alle fonti sonore. Ad esempio, lavorando con le piante di fagiolo, ha visto che le radici si allungavano in direzione del suono dell’acqua che scorre.
Sul piano cinematografico è stato difficile rendere tutto questo?
Non troppo. L’approccio è quello del documentario osservativo. Noi ci siamo messi in “ascolto” di ciò che succedeva. Con l’andare del tempo però abbiamo allargato il nostro sguardo alla comunità che ci ospitava. In particolare abbiamo seguito i guardiaparco, siamo stati con loro nei vivai, abbiamo iniziato a raccontare la diffusione del bostrico. Il film racconta la scienza ma anche la gestione dell’ecosistema boschivo nel suo complesso.
Qualche momento particolarmente emozionante.
Abbiamo girato durante una eclissi, Alessandro voleva vedere se si registrava una certa reazione nelle piante. Vedrete cosa è successo nel film. Ma vorrei sottolineare una cosa: in questo lavoro abbiamo raccontato in primo luogo la scienza “normale”. L’attività scientifica non è fatta di grandi scoperte, quelle sono un evento eccezionale. È fatta di tentativi, routine, pazienza, metodicità. Anche noia.
Che spazio c’è per raccontare la scienza oggi nel mondo del cinema italiano?
Non c’è un grande filone scientifico in Italia, se prescindiamo da qualche star della divulgazione. Non ci sono neanche canali tv dedicati. Il settore è più sviluppato negli Stati Uniti, in Inghilterra e Francia. In parte è comprensibile: se fai un film in inglese hai un mercato potenzialmente mondiale. Ma volendo vedere il bicchiere mezzo pieno il fatto che non ci sia una grande tradizione apre una sfida appassionante, quella di inventarsi un modo per farlo, pe raccontare la scienza, in maniera diversa dal classico documentario con l’intervista allo scienziato.
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