Marmotte di plastica (rigenerata) nei rifugi. Scoppia la polemica e il Cai di Biella replica: "Non impattano sull'ambiente montano, sono inserite in contesti già fortemente antropizzati"

"Credo possano avere un impatto maggiore le tante panchine di plastica esposte davanti ai rifugi, eppure nessuno se ne lamenta". L’iniziativa di arte contemporanea ha coinvolto quattro rifugi tra Piemonte e Val d’Aosta, ce ne parla il presidente del Cai Biella Andrea Formagnana

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La sezione Cai di Biella detiene in gestione quattro rifugi che, di recente, sono stati raggiunti dalle marmotte: animali che generalmente risultano simpatici a qualunque appassionato di montagna; tuttavia, questa volta, la situazione è più complessa. La loro presenza, infatti, ha sollevato diverse proteste: non è chiaro se il dissenso sia dovuto al motivo che le marmotte in questione sono alte un metro e venticinque (all'incirca come un bambino), se a provocare sconcerto siano i loro colori sgargianti o il fatto che sono interamente di plastica (rigenerata).
L’iniziativa, promossa dal Cai di Biella, in collaborazione con il collettivo Cracking Art, ha collocato le opere nei rifugi biellesi (il rifugio Delfo Agostino Coda in Valle dell’Elvo, a 2280 metri, e rifugio Rivetti in Valle Cervo, a 2150 metri) e in quelli valdostani della sezione (il rifugio Vittorio Sella nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, a 2584 metri, e il rifugio Quintino Sella al Felik, sul Monte Rosa). Nel caso del rifugio Quintino Sella al Felik, trovandosi a 3800 metri, la marmotta è stata posizionata all’interno del rifugio. Si tratta dunque di quattro opere, più una custodita nella sede di Biella.
Il Presidente della sezione Cai di Biella, Andrea Formagnana, ha accolto con rammarico le critiche riservate all’iniziativa. Rimane tuttavia convinto che, se le persone fossero a conoscenza delle ragioni che stanno dietro al progetto, non potrebbero che esserne a favore. Per questo motivo, si è confrontato con noi sull’iniziativa e sul dibattito da essa innescato.

Ci racconterebbe brevemente l’iniziativa? Quali realtà vi hanno preso parte?
L’iniziativa nasce in quanto Biella è sede di un collettivo artistico internazionale, la Cracking Art, famoso ormai per produrre questi animali colorati, molto pop. Animali grandi, fuori scala, coloratissimi; tra i quali, da quest’anno, vi è anche la marmotta. Questo perché, proprio dallo scorso anno, dal ghiacciaio del Lyskam era emersa una marmotta preistorica risalente almeno a seimila anni fa. Questo collettivo ha creato queste marmotte coloratissime, che sono state esposte al Castello di Saint Pierre, in Val d’Aosta, a cavallo tra marzo e aprile (lì c’è la sede del museo che esponeva i resti della marmotta del Lyskam). Venendo a conoscenza di quest’iniziativa ho pensato a come sarebbe stato bello portare queste marmotte nei nostri rifugi. Noi, come Cai di Biella, siamo al secondo anno di quest’iniziativa che si chiama Soul of the mountain, ‘L’anima della montagna’. Già comprendeva una rassegna cinematografica, incontri con scrittori e musica nei rifugi, quest’anno abbiamo pensato di aggiungervi l’arte contemporanea. In realtà, quello dell’arte contemporanea, è un vezzo che va avanti già da qualche anno. Io credo molto nel linguaggio artistico per raccontare il nostro tempo e quali sono i cambiamenti cui andiamo incontro.
Qual è il messaggio che si è inteso trasmettere?
Secondo me, queste marmotte colorate raccontano del nostro tempo, del difficile rapporto che possiamo avere con la plastica. Questo materiale è qualcosa che noi oggi vediamo come molto negativo; però, allo stesso tempo, è anche l’elemento che ha permesso all’umanità, nell’ultimo secolo, di fare dei salti di progresso straordinari: pensiamo solo alle confezioni che permettono la non contaminazione degli alimenti. E poi queste marmotte, che sono di plastica rigenerata (quindi plastica che viene tolta dal ciclo della plastica), sono fatte in modo che, nel momento in cui iniziassero a deteriorarsi, possano essere rifuse e quindi la plastica inizia ad essere riutilizzata ancora, quasi all’infinito. Questo, inoltre, ci dovrebbe far riflettere anche sulla plastica che inconsciamente portiamo in montagna, perché non è affatto facile esserne consapevoli: tante volte la maglietta di cotone sintetico, magari quando la si lava, lascia cadere nanoparticelle nelle acque. Insomma, penso siano tanti e diversi i concetti che queste marmotte possono portare in superficie. Mi piace pensare a queste marmotte come delle ‘sentinelle del tempo’: che vengono, dai seimila anni fa di quella del Lyskam ad oggi, per lanciarci un fischio, un monito a far qualcosa. La crisi climatica ormai mostra i suoi effetti agli occhi di tutti. Ecco, questo credo sia un messaggio simpatico, irriverente, che meritava di essere portato.

Perché proprio la marmotta?
La prima marmotta che ho portato su in sede l’ho voluta mettere in dialogo con il busto di Quintino Sella: mi è piaciuto immaginare questo dialogo, così surreale ma allo stesso tempo non così fuori tema. Quintino Sella era una persona ben cosciente di come la tecnologia, la tecnica, la cultura e la scienza potessero essere importanti per la montagna: aveva questa visione della tecnologia, di uomo alleato con la natura. Ecco, questo mi sembra essere il significato simbolico della marmotta, anche nel suo valore archetipico. Queste opere mi hanno riportato con il pensiero al leggendario ciclo di Fanes, delle Dolomiti ladine. Vi era, secondo la leggenda, questo antico e prospero popolo alleato con le marmotte; ma quando un re bellicoso e avido fece dimenticare al popolo questo legame, il regno crollò su sé stesso. Soltanto alla fine, quando tutto sembra perduto, il popolo ricorda questa antica alleanza con le marmotte, e chiede loro di riaccogliergli. La leggenda dice che, ancora oggi, il solstizio d’estate, si apre la porta sul Lago di Braies dalla quale esce la regina di Fanes, che rimane ad aspettare il momento in cui quest’alleanza tornerà a trionfare. In attesa del rinnovato legame tra uomo e natura.
Da cosa nascono le polemiche? Se le aspettava?
Io sono rimasto perplesso dalle critiche che sono arrivate. Vi è stato chi ha detto che il Cai spende soldi inutilmente. Non è così: grazie alla collaborazione con Cracking Art, le opere sono a costo zero. Per quanto riguarda il loro impatto ambientale, si tratta di plastica che non si degrada, è plastica rigenerata e vengono posizionate nelle aree antistanti o interne ai rifugi, dunque in contesti già fortemente antropizzati. Qualora iniziassero a degradare sarebbero naturalmente subito ritirate, e nella stagione invernale non saranno esposte agli agenti atmosferici. Credo possano avere un impatto maggiore le tante panchine di plastica esposte davanti ai rifugi, eppure nessuno se ne lamenta.

Non pensa che in opere dal così forte impatto estetico ci sia effettivamente un intento provocatorio? Che un po’ vogliano scandalizzare?
Secondo me le critiche sono tutte legittime. Posso capire la critica dal punto di vista estetico, immaginavo invece che venisse compreso più facilmente il messaggio ambientale che ci sta dietro. Tra le critiche più assurde vi è chi dice ‘bisognava farle in legno o in pietra’. Beh, ma non avrebbero avuto lo stesso impatto comunicativo: sarebbe stata l’ennesima bella opera di artigianato che però non andava a toccare i temi che noi abbiamo voluto affrontare. Io credo che oggi siamo a un punto di nevrosi che non riusciamo a capire che la tecnologia e i materiali, di per sé, sono neutri: tutto dipende da come lì usi, è qui che sta il passaggio da comprendere. Io cerco sempre di stare molto lontano dalle ideologie e dagli -ismi, perché credo tendano a portare fuori fuoco il problema, a guardare il dito mentre ti indica la luna.
C’è qualche considerazione che vuoi lasciare a coloro che si sono mostrati scettici?
Quello che più mi infastidisce è che tante critiche sono arrivate da chi aveva appena visto le fotografie, senza aver approfondito gli intenti e il messaggio che ci sta dietro. Secondo me, se uno si interessasse alle motivazioni dell’iniziativa non potrebbe che condividere. E poi credo ci sia proprio bisogno anche di prendersi un po’ meno sul serio, sapersi fare una risata, riconquistare un certo grado di ironia: viviamo in un periodo, tra pandemia e guerre, veramente pesante. C’è un amico che ha scritto un bellissimo romanzo che si intitola “Maccaia”. È un termine ligure che sta ad indicare quella cappa di umidità quando il mare è completamente fermo, quando c’è bonaccia: ecco, siamo immersi in quest’atmosfera. L’invito dunque è di tornare a tirar fuori la vela e riconquistare il mare aperto con un pizzico di ironia e di gioia di vivere.













