"Ho passato la vita in pianura e non avevo mai capito perché mi sentissi sempre addosso la sensazione di essere dove non volevo stare". In che modo la montagna entra in risonanza con il nostro io?

Da questo interrogativo si apre "L'arte dell’essenziale", del filosofo Paolo Costa: è un'escursione filosofica che risponde al perché, cercando il senso del nostro esistere, guardiamo alle terre alte, caricandole di valori spirituali. Tra le minacce di mercificazione e il rischio di una sacralizzazione mal riposta, l'indagine parte da un'esperienza personale per interrogare il nostro senso di incompletezza

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Ho passato la vita in pianura e non avevo mai capito perché mi sentissi sempre addosso la sensazione di essere dove non volevo stare. A pensarci, era un po’ come se un giorno sì e un giorno no dovessi stringere i denti per compensare quello che l’ambiente circostante mi toglieva. Da quando mi sono avvicinato ai monti ho invece l’impressione opposta: quando mi sento mancare le energie mi basta alzare gli occhi e so sempre dove andarle a pescare"
È da questo pensiero, suggeritogli da un amico, che Paolo Costa ha iniziato a pensare che la condizione di liberante pensosità che vive ogni volta chi sale in montagna (chi in montagna non ci vive) potesse essere oggetto di indagine filosofica.
Paolo Costa è infatti filosofo e ricercatore alla Fondazione Bruno Kessler di Trento, e nel 2023 ha pubblicato un libro proprio su questo tema: L’arte dell’essenziale.
"Quando si cammina in montagna - suggerisce l’autore - serve un po’ di tempo per scrollarsi di dosso quel rimuginare compulsivo e autocentrato che tutti conosciamo e che non porta da nessuna parte. All’inizio, l’inessenziale resiste. Poi, di colpo, un ricordo carico di significato sbuca non si sa da dove e un’emozione nuova prende il sopravvento. L’intensità di questo sentimento stende una tonalità emotiva enigmatica su ogni cosa. Da quel punto in avanti i pensieri prendono direzioni impreviste e il bisogno di capire prevale su ogni altro interesse conoscitivo. La fatica scompare, o meglio smette di essere solo fatica e diventa un nuovo punto di equilibrio tra sé e il mondo".
Le abituali riflessioni di Paolo Costa sulla condizione umana, con i suoi risvolti etici e politici, intrecciate alla sua origine familiare - da una laterale della Val Zoldana, nelle Dolomiti bellunesi -, gli ha fatto intuire che la montagna era per molte persone diventata un oggetto di "attenzione spirituale".
Il punto, oggi d’esperienza comune, è che le persone vedono, nell'andare in montagna e nel legame con alcuni di questi luoghi, una risposta possibile a quei bisogni che nella nostra società ormai sono un po' marginali. "Molte persone, oggigiorno, sentono che c'è qualcosa nella loro vita oggi che non risponde più ai loro bisogni più autentici, quelli che hanno a che fare con la loro identità, e allora lo cercano in mondi altri".
Sospendendo per un attimo il giudizio, allora, noteremmo che il crescente interesse per certi stili di vita, la sempre maggiore frequentazione (e idealizzazione) delle terre alte, il successo di casi editoriali come Le otto montagne di Paolo Cagnetti, portano prova di questa ricerca di senso proiettata verso l’alto. Poco conta allora che sia sostenuta dall’idealizzazione dell’ignoto o da fortunate campagne di marketing: quest’esigenza è reale perché esiste, e dunque merita di essere studiata.
Ciò non toglie che il discorso sia delicato. Specialmente oggi, con le odierne tecniche di comunicazione e il loro potenziale di diffusione, il confine tra la riflessione filosofica e i guru dispensatori di aforismi è facilmente fraintendibile.
"Se facciamo attenzione all'aggettivo spirituale, si aprono di fronte a noi i suoi due estremi: il mistico e il ciarlatano. Nel mondo accademico e culturale c'è tanta paura di passare per cialtroni, e questa è una fortissima inibizione. Però quando il movente è così forte, soprattutto dopo una certa età, vale la pena lasciare emergere le domande che sentiamo veramente nostre".
La filosofia richiede uno sforzo mentale che è simile a quello di quando vai in montagna: si sa che quando si comincia a camminare è il momento più difficile, poi si prende il ritmo. È quel che si dice "spezzare il fiato". Ebbene, Paolo Costa invita il lettore sin da subito a trovare il proprio ritmo, chiedendosi: "Che esperienza della realtà facciamo in montagna? Che attrito abbiamo col mondo?".
Andare in montagna – secondo l’autore - comporta la sensazione di un passaggio di soglia. "C'è qualcosa che assomiglia ad una seconda nascita. Partendo dunque dal senso di realtà, mi sono chiesto: In che modo stare tra i monti ci spinge a chiederci cosa è veramente importante per noi, e quindi a fare una gerarchia?". Attraverso la propria esperienza di escursionista, ha insomma approfondito cosa fosse, in montagna, a sollecitare così i suoi sensi, a galvanizzare la sua attenzione esercitandola nella maniera più allenante.
La montagna, come riflettevamo in questo articolo a partire dal volume di Aime e Papotti, è stata spesso rappresentata come l’Altro, l’esotico a portata di mano. Sebbene questo comporti una semplificazione importante, un elemento di alterità rimane innegabile – per chi viene da fuori – e lo percepiamo nell’esperienza della realtà. "La nostra attenzione è attivata proprio dai differenziali, ciò che non riconosciamo come familiare. Il punto è riuscire ad abitare le scissioni: per controllare le nostre esistenze abbiamo bisogno di riconoscerci come individui, dunque separati dal mondo e dagli altri. È l'opposizione cartesiana tra la mente e la natura. Ma non dobbiamo cadere nel sostituire l’astrazione con l’esperienza concreta: l'ideale sarebbe riuscire a trovare un modo rispettoso di riconoscere l'alterità della montagna, ma come un'alterità che è anche interna a noi".
La montagna suscita incanto, una sorta di senso della meraviglia che porta nell’animo una forte esaltazione, quasi mistica si direbbe. Ecco perché certe questioni sono così facili a scivolare nelle mistificazioni. Però attenzione: misticismo e mistificazione non sono affatto la stessa cosa. La filosofia, allora, cerca di trovare l’equilibrio tra il senso della meraviglia e il nostro bisogno di riportarla più a terra, di viverla concretamente.
Un altro concetto centrale nell’escursione filosofica de "L’arte dell’essenziale" è quello di diagonalità. "Sono partito anch'io da questa parola d'ordine tutti pensiamo la montagna: verticalità. Del resto siamo animali dalla postura eretta: siamo abituati a guardare verso la cima. Un giorno, durante un’escursione, guardando le vallate che si aprivano di fronte a me, mi sono reso conto che fin da bambino la cosa che mi affascinava di più nel paesaggio montano non era affatto la cima, ma il reticolato di linee diagonali dei versanti e dei crinali. Credo sia l'aspetto più poetico della montagna: come se ci fosse una risonanza morfologica che abbia creato queste linee che si richiamano l'un l'altra".
Qui l'interesse del filosofo per la condizione umana si è subito galvanizzato: "mi sembra che tanti aspetti dell'esperienza umana si spieghino meglio se ragioniamo sulla diagonalità piuttosto che sulla verticalità. Il nostro senso di inadeguatezza, il bisogno di diventare persone migliori, la nostra capacità di cambiare. Credo siano cose che si ritrovano nel modo in cui camminiamo in montagna, nel modo in cui per arrivare da un punto all'altro dobbiamo pianificare e anche attivare l'immaginazione intorno a queste linee diagonali, persino nella postura del piede, che è il modo in cui prendiamo contatto col mondo".
Le altre categorie importanti che il filosofo usa nel corso della trattazione hanno proprio a che fare con le esperienze polarizzate che si fanno in montagna. "Una è quella dell'abbondanza, che ha molto a che fare con il senso di pienezza che si può provare in montagna, che è una pienezza prima di tutto sensoriale, pienezza dell'attivazione fisica del corpo, senso anche di sentirsi a casa nel mondo: quella che ho chiamato ‘risonanza’. E poi c’è l'aspetto opposto. Quando per qualche motivo la montagna diventa, invece che un oggetto amabile, un oggetto che ti suscita odio, rifiuto: quando superi la foglia della fatica e non ne puoi più, uno spaesamento simile a quello che alcuni hanno nel deserto. L’ho chiamata ‘inadeguatezza’, e mi è sempre sembrato un accesso alla verità della condizione umana che significa anche riconoscere il bisogno che hai degli altri, ammettere che l'autarchia è ridicola in montagna".
A questo punto, occorre tentare una riflessione sul futuro della montagna, e sul ruolo che essa potrebbe assumere nella ricerca di un senso che in fondo tutti perseguiamo. Tra le minacce di mercificazione e il rischio (per certi versi opposto, per altri complementare) di una sacralizzazione mal riposta, la questione diventa complicata.
"Il futuro della montagna (che in fondo è una metonimia per il futuro dell’intero pianeta) ci costringe a ragionare su delle soluzioni di compromesso, il che è tutt’altro che scontato per l’epoca moderna. È nata questa civiltà così prometeica, così capace di cambiare il mondo, - che ha tantissimi meriti -però ci mette anche di fronte a delle responsabilità enormi".
"La grande sfida del futuro è immaginare modi di abitare e vivere la montagna che siano - io credo - più ricchi in termini di valori forti. Ne parlo in termini di sacralità, ma non necessariamente in senso religioso: nel senso dell'importanza non negoziabile che diamo a certe cose. Al centro dell'abitare un luogo, del sentirsi a casa e del vivere in generale, non ci sono solo gli interessi, non solo regole esterne a cui bisogna adattarsi a volte anche opportunisticamente, ma anche (e soprattutto) valori che dobbiamo riconoscere e che ci fanno riconoscere in essi".
A volte – ricorda il filosofo - le cose più semplici e più banali sono proprio quelle che più facilmente si perdono di vista, allora abbiamo bisogno di qualcuno che ce le ricordi. "Devo dire che la montagna ha questa capacità di richiamarci all'essenziale, e l'essenziale è che ci sono valori chiave attorno ai quali costruiamo la nostra persona, per cui si formano le nostre identità, che sono molto preziosi e dobbiamo mantenerli vivi".













