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Cultura | 02 aprile 2026 | 18:00

Sull'Altopiano dei Sette Comuni si cacciava uno stambecco che oggi non esiste più. Non sopravvisse ai cambiamenti climatici e alla pressione umana

Un cranio e molti altri resti ottimamente conservati di questo animale ormai estinto sono stati ritrovati nella piana di Marcesina. "Questo luogo di riparo roccioso rappresenta uno dei più importanti siti del Paleolitico finale in Europa, frequentato ripetutamente durante l'estate per circa mille anni da gruppi umani di cacciatori-raccoglitori, proprio per la caccia specializzata allo stambecco"

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A Riparo Dalmeri, sito archeologico nella piana di Marcesina, nell'Altopiano dei Sette Comuni, 13mila anni fa si cacciava abitualmente un tipo di stambecco a noi sconosciuto. Si tratta un ramo genetico finora ignoro della cosiddetta "capra del re", che oggi è completamente estinto.

 

A svelarci l'esistenza di questi esemplari è un nuovo studio multidisciplinare, guidato da ricercatrici e ricercatori dell’Università di Bologna, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e del Muse - Museo delle Scienze di Trento. I ricercatori hanno ricostruito la storia evolutiva e il rapporto con l’ambiente di questa popolazione di stambecco alpino (Capra ibex) vissuta più di 13mila anni fa nelle montagne al confine tra Veneto e Trentino. Il lavoro infatti ha riguardato alcuni resti di stambecco rinvenuti nel sito a 1.240 metri di quota sull’Altopiano dei Sette Comuni, ai margini settentrionali della piana della Marcesina, nel Trentino meridionale.

Questo luogo di riparo roccioso rappresenta uno dei più importanti siti del Paleolitico finale in Europa, frequentato ripetutamente durante l’estate per circa mille anni da gruppi umani di cacciatori-raccoglitori, proprio per la caccia specializzata allo stambecco. Questo sito, indagato dalle ricercatrici e ricercatori del Muse per circa 20 anni sotto la guida di Giampaolo Dalmeri, ha restituito anche eccezionali evidenze relative al comportamento simbolico di queste comunità umane grazie al ritrovamento di più di 250 pietre dipinte in ocra rossa.

 

"Riparo Dalmeri rappresenta un sito chiave per comprendere le dinamiche della caccia allo stambecco nelle Alpi durante il Paleolitico superiore, grazie all’impressionante quantità di resti di questa specie rinvenuti nel sito e al loro eccezionale stato di conservazione", spiega Rossella Duches, archeologa del Muse. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports, combina per la prima volta datazioni al radiocarbonio, analisi isotopiche, paleoproteomica e paleogenetica, offrendo uno spaccato unico e di assoluto rilievo sull’ecologia e la storia di questa specie simbolo delle Alpi.

"Grazie alla ricostruzione delle più antiche sequenze di dna mai rinvenute per questa specie, siamo in grado di dimostrare come gli stambecchi di Riparo Dalmeri rappresentino un ramo genetico oggi estinto, isolato nelle Alpi Nord-Orientali durante l’ultima glaciazione", spiega Francesco Fontani del Bones Lab (Dipartimento di Beni Culturali, Università di Bologna).

 

"Questo gruppo locale probabilmente non sopravvisse ai rapidi cambiamenti climatici e all’aumento della pressione umana che caratterizzarono la fine del Pleistocene".

 

Il confronto con i genomi moderni di Capra ibex rivela che la popolazione che gravitava intorno a Riparo Dalmeri apparteneva a un ceppo mitocondriale distinto da quello degli stambecchi attuali, sfuggiti nell’ultimo secolo a un’estinzione di massa dovuta alla caccia estensiva e sopravvissuti solo grazie a una piccola popolazione rifugio del Gran Paradiso.

Le analisi isotopiche indicano come gli stambecchi di Riparo Dalmeri fossero animali prevalentemente stanziali, nonostante la costante presenza umana. Le variazioni nei valori di ossigeno registrate dal team di ricerca rivelano un aumento della stagionalità climatica durante l’ultima fase di frequentazione del sito, in corrispondenza del brusco raffreddamento che caratterizza il periodo del Dryas recente (circa 12.900-11.700 anni fa).

 

"Grazie all’integrazione di dati genetici, isotopici e proteomici, abbiamo potuto fare inferenze sui cambiamenti climatici che si stavano verificando alle soglie dell’Olocene, e identificare differenze nella dieta e nell’uso dell’habitat tra maschi e femmine, mai osservate prima in resti così antichi", aggiunge Elena Armaroli del MeGic Lab (Dipartimento di Scienze Chimiche e Geologiche, Università di Modena e Reggio Emilia), co-primo nome del lavoro. "Questi risultati ci aiutano a capire come gli animali si adattavano – o non riuscivano più ad adattarsi – a un ambiente in rapido cambiamento".

"Riparo Dalmeri è un sito chiave per comprendere l’intreccio e la complessa coesistenza tra l’uomo e lo stambecco nelle Alpi - conclude Matteo Romandini, ricercatore dell’Università di Bologna e autore senior dello studio -. "Il nostro lavoro dimostra come la combinazione di tecniche archeologiche e biomolecolari possa illuminare non solo il passato, ma anche le sfide di conservazione che oggi questa specie affronta di fronte al riscaldamento globale. Oltre a gettare nuova luce sulla coesistenza tra uomini e stambecchi nel Paleolitico, i nostri risultati possono offrire un modello utile per studiare l’impatto dei cambiamenti climatici e delle attività umane sulla biodiversità".

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