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Idee | 05 agosto 2025 | 06:00

"Benvenuti nell’area wilderness più grande d’Italia". Un segnale stradale da cui sorge una domanda: quanto contano i confini quando si parla di natura?

Dovremmo concepire i parchi non più come isole autoreferenziali, ma come reti estese sul territorio. Reti di cui ogni parco è un nodo di congiunzione, mentre i fili sono ampi corridoi ecologici per permette le migrazioni di specie animali. I confini di un’area protetta dovrebbero essere permeabili verso l’esterno, così che i parchi possano uscire da loro stessi esportando conoscenze, cultura ambientale, buone pratiche

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sulla strada che da Fondotoce sale verso il paese microbo di Cicogna, capitale putativa del Parco Nazionale della Val Grande, mi imbatto in un segnale stradale: «Benvenuti nell’area wilderness più grande d’Italia». E poco più in là, oltre il confine, entro nel parco. Ecco, il confine, mi chiedo nel momento esatto che lo supero; ha ancora senso parlare oggi di “confine” riferito alla protezione ambientale? Tutti gli ambienti sono collegati tra loro, ciò che accade “fuori” influenza anche ciò che è “dentro” al confine. E allora, che senso possiamo dare ai confini?

 

Dalle zone di massima protezione di un parco (quelle indentificate come “A”) alla periferia degradata di una grande città c’è un'innegabile continuità. Gli inquinanti vagano liberi, la fauna migra, ogni cosa è connessa. Nelle profondità dei ghiacciai troviamo polveri sottili che vengono prodotte lontanissime dalle montagne. Niente le separa dal resto.

 

Se vogliamo reagire all’aggravarsi dei problemi del pianeta, dovremmo allora assumere una visione sempre più olistica della Terra, la più contemporanea e consapevole, in cui “tutto si tiene”. Tutto collabora allo stesso destino e niente è separato dal resto. I confini di un parco significano sempre meno. I confini in generale significano poco quando si parla di natura.

 

In un’eventuale riforma della Legge Quadro del 1991, dovremmo concepire i parchi non più come isole autoreferenziali, ma come reti estese sul territorio. Reti di cui ogni parco è un nodo di congiunzione, mentre i fili sono ampi corridoi ecologici per permette le migrazioni di specie animali. I confini di un’area protetta dovrebbero essere permeabili verso l’esterno, così che i parchi possano uscire da loro stessi esportando conoscenze, cultura ambientale, buone pratiche (così sostiene un ascoltato conservazionista ambientale come Enzo Valbonesi, vedi intervista). I parchi potrebbero assumere la funzione di “fare scuola” meglio di altri soggetti, e promuovere le tante professioni verdi, come contadini e allevatori del biologico, forestali, boscaioli, naturalisti, ma anche architetti, artigiani, insegnanti (così afferma anche Cesare Lasen, del Comitato scientifico de L’AltraMontagna).

 

Dalla fondazione di Yellowstone, il più antico parco del mondo (1872) è passato un secolo e mezzo di protezione ambientale. Oggi le aree protette sono ovunque. Eppure il pianeta è sempre più malato. I parchi come li abbiamo immaginati fino ad adesso non bastano più. Potremmo raddoppiarli, triplicarli… decuplicarli. I grandi problemi ambientali rimarrebbero. I parchi non sono la soluzione, ma sono il cuore da cui partire per invertire la rotta, pensando che sul pianeta ogni cosa è collegata.

 

Articolo tratto dal libro La montagna che vogliamo di Marco Albino Ferrari

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