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Idee | 21 luglio 2025 | 06:00

I tre larici millenari della Val d'Ultimo, le conifere più antiche d'Europa: grandi patriarchi fieri e nobili, come sentinelle di ricordi estinti

"Forse è bene ricordarsi che se alcuni esemplari sono riusciti ad andare così in là con gli anni ciò non è dipeso solo da loro stessi: la ragione della loro longevità non va cercata nella particolare tenacia contro le traversie della vita che li ha fatti resistere al passaggio degli anni. Il fortunato destino di un esemplare longevo è dipeso soprattutto dall’uomo. Che, semplicemente, non lo ha tagliato. Perché?". Dal libro 'La montagna che vogliamo'

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Non mi piace il termine «natura monumentale» o, ancora peggio, «alberi monumentali». Monumento è qualcosa di fisso, di immutabile. Cosa c’è di più lontano di un monumento dalla natura? Per gli alberi, come per tutto ciò che è animato, la vita è un continuo adattarsi al presente. La natura corre, muta, si protende in avanti; il monumento celebra la memoria, si protende all’indietro.

 

Ma che importa?, poi mi dico. «Naturdenkmal, monumenti naturali», come indica il cartello conficcato tra le radici, ci sta bene ugualmente sotto questi colossi arborei. Ho di fronte i tre famosi larici millenari della Val d’Ultimo. Sono le tre conifere più antiche d’Europa. Appaiono smisuratamente più alti degli alberi che li circondano. La corteccia è segnata da crateri, gibbosità, secrezioni. I rami sono braccia ossificate che nei secoli si stanno dissolvendo, mentre dentro di loro c’è ancora materia pulsante di vita.

 

Ma sì, non importa, mi dico mentre passo la mano su questa vita che si perpetua da duemila anni, un po’ monumento in effetti lo sono davvero. Al tempo degli antichi Romani erano semi, con la loro aura di prodigio che tutti i semi hanno. Duemila anni, e ancora conservano energia che li spinge verso il futuro.

 

Forse è bene ricordarsi che se alcuni esemplari sono riusciti ad andare così in là con gli anni ciò non è dipeso solo da loro stessi: la ragione della loro longevità non va cercata nella particolare tenacia contro le traversie della vita che li ha fatti resistere al passaggio degli anni. Il fortunato destino di un esemplare longevo è dipeso soprattutto dall’uomo. Che, semplicemente, non lo ha tagliato. Perché? Magari quel dato albero aveva messo radici in un luogo difficile da raggiungere, oppure sorgeva in un punto significativo della montagna e ha svolto funzione di riferimento indicando il confine tra due proprietà, oppure presidiava un bivio – «giunto al vecchio albero prendi a destra…» –, o magari svettava accanto a una fonte, così da renderla individuabile anche da lontano.

 

L’antica funzione pratica degli alberi vegliardi spesso è stata cancellata dal tempo: non esiste più il confine tra le due proprietà, il bivio tra i due sentieri è sparito, la fonte è andata perduta. Le cose se ne vanno, i motivi per esistere cessano, ma i grandi patriarchi rimangono fieri e nobili, come sentinelle di ricordi estinti.

 

Anche questi tre immensi larici hanno svolto un compito preciso. A dircelo è il toponimo dei masi qui sotto: Außerlhan. Dove Lahn significa valanga in dialetto locale. Proteggere dalla valanga è stata dunque la loro funzione nei secoli. Nessuno sa se in futuro, quando anche noi saremo stati inghiottiti dall’oblio, i tre vegliardi della Val d’Ultimo saranno ancora lì a espletare il loro compito. O magari, se sotto i colpi del cambiamento climatico, anche la neve sparirà annullando il motivo per cui sono stati risparmiati, esattamente come è avvenuto per gli altri giganti che un tempo indicavano bivi e fonti andate perdute. Di certo un esile brivido di vita li coglierà per altre primavere. E altri rossi e altri gialli che non vedremo accenderanno d’autunno le loro foglie appuntite.

 

Articolo tratto dal libro La montagna che vogliamo di Marco Albino Ferrari

Immagine di apertura: i larici millenari della Val d'Ultimo, foto di Geisler Martin (wikimedia) e, a destra, Marco Albino Ferrari sul luogo

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