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Storia | 25 ottobre 2025 | 18:00

"Dovettero scalare la parete sapendo che in cima avrebbero trovato la morte ad aspettarli" (VIDEO). Ricostruito lo storico assalto del battaglione alpino Val Leogra sul Monte Cimone

"Dopo 109 anni, possiamo dire che la via di un attacco ai limiti dell’impossibile è stata ritrovata". Un reportage di ArchaeoReporter offre la ricostruzione di una delle imprese più straordinarie mai avvenute sulle Prealpi venete: il 23 luglio 1916 un centinaio di Alpini del Sesto Reggimento attaccarono gli austriaci scalando lo spigolo verticale nel versante sud-ovest. La prova di questo episodio della Grande Guerra viene fornita da qualche vecchio chiodo da roccia in ferro battuto

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“Questi chiodi ci raccontano che l’itinerario alpinistico seguito dagli Alpini del Valleogra è passato di qui”.

 

“Il ferro con cui sono fatti è materiale destinato a durare nel tempo e corrispondono alle attrezzature di inizio Novecento”. Lo spiega Nicola Cappellozza, archeologo e guida alpina, in un reportage dedicato alle ricerche archeologiche in corso sul Monte Cimone di Tonezza, nelle Prealpi venete. Il video è disponibile sulla pagina YouTube della testata specialistica ArchaeoReporter.

 

Partendo da una manciata di chiodi in ferro battuto, trovati a valle dello spigolo sud-ovest del Cimone; il reportage offre l’occasione di ripercorrere le fatiche del sesto battaglione alpino del Valleogra che, il 23 luglio 1916, ha compiuto una vera e propria impresa, bellica e alpinistica insieme, per raggiungere la cima dove ad aspettarli vi era la difesa nemica.  

 

“Nulla di specifico era registrato infatti nei documenti e l’unica testimonianza diretta di un reduce aveva visto la produzione di uno schizzo, poi pubblicato, ma molto generico. Ecco quindi che, dopo ricognizioni preliminari - che hanno visto partecipi anche due istruttori alpini del Bassano - dopo 109 anni, possiamo dire che la via di un attacco ai limiti dell’impossibile è stata ritrovata”.

 

La ricostruzione è il frutto delle competenze di Cappellozza, archeologo e guida alpina, a quelle di alpinisti di grande esperienza che hanno scalato la via, individuando il percorso affrontato dai soldati oltre cent’anni prima e i possibili punti di ancoraggio dove sarebbero probabilmente essere stati piantati i chiodi.

 

“Il 23 luglio 1916, l’operazione d’assalto del regio esercito italiano fu un’operazione combinata”, racconta Cappellozza. “Vennero impiegati reparti di fanteria appartenenti al 154esimo reggimento della Brigata Novara, e unità del sesto reggimento del Battaglione Alpini Val Leogra. Ai fanti della Novara venne assegnato il compito di salire il versante meno dirupato, mente agli alpini del Val Leogra venne dato l’incarico di salire - con una vera e propria impresa alpinistica - lo spigolo sud-ovest del Cimone. Questo per cercare di aggirare in modo tattico le difese austroungariche, concentrate su un versante tradizionalmente più accessibile dal punto di vista di un assalto”.

 

Quel giorno, il reparto esploratori del Battaglione “Val Leogra”, rocciatori esperti, aprirono la via, attrezzandola con un sistema di ancoraggi che consentisse al rimanente reparto di salire in equipaggiamento da battaglia; il tutto all’oscuro degli austriaci, schierati in difesa del versante opposto. “La storia militare della grande guerra, soprattutto quella combattuta qui nel fronte alpino, annovera moltissimi casi in cui vennero impiegati uomini che già nella vita conoscevano l’alpinismo”.

“Di fatto sono tre tiri di corda”. A descrivere la via dal punto di vista tecnico-alpinistico è l’alpinista Paolo Serraglio. “Il primo tratto comincia con dei gradoni, per poi andare su una specie di camino un po’ verticale di un certo impegno alpinistico, ed uscire quindi su una cresta in appoggio. Da lì si segue questo crinale erboso, molto aerea, con strapiombi a destra e sinistra, facile da salire, fino ad un altro punto di sosta dove la via comincia ad essere più verticale. Da lì ci siamo fermati a ridosso di uno spigolo, aggirato il quale c’è un altro canalino abbastanza impegnativo. Qui abbiamo piantato nella roccia uno dei chiodi che erano stati trovati a valle, come simbolo storico. Da qua in avanti si sale per qualche tratto ancora un po’ impegnativo, dopo di che la cresta si semplifica fino ad arrivare ad un bosco. Da lì, a piedi si arriva fino all’ossario sulla cima del Cimone”.

 

Dopo aver rintracciato la linea della via, infatti, gli alpinisti coinvolti hanno pensato fosse opportuno rendere omaggio alla memoria di quel giorno: e hanno deciso di farlo restituendo i chiodi alla parete dove furono piantati nel 1916. “Durante la salita preliminare abbiamo notato diversi punti dove avevano potuto essere stati infissi degli ancoraggi”, racconta di nuovo Cappellozza. “La roccia stessa ha caratteristiche di fragilità tale che permette la fuoriuscita di attrezzi che sono lì da oltre un secolo. Ora proviamo a ricollocarli, in modo che diventino un monumento di loro stessi”.

 

“Erano ragazzi che magari non avevano mai visto una montagna e mai scalato in vita loro”, riflette Serraglio, con l’amara considerazione che questi giovani furono costretti ad essere eroi. “Dovettero affrontare la parete, con la consapevolezza che lassù avrebbero trovato ad aspettarli la morte”.

 

A salire quel giorno fu un’intera compagnia, circa cento-cinquanta uomini che scalarono di nascosto una parete di roccia nuda, caricati di artiglieria pesantissima. Molti di essi, non ebbero poi modo di raccontarlo a nessuno. Ora sulla cima del monte il loro nome è scritto su delle lapidi.

 

Tutte queste considerazioni non possono che arricchire il valore di questa scoperta, che - racconta Nicola Cappellozza - si tratta in fondo di usare il metodo archeologico per un’operazione di ricostruzione paesaggistica. “Abbiamo cercato di riscoprire un passaggio antropizzato, ovvero un paesaggio creato dall’uomo in ambiente naturale. Abbiamo riscoperto, calandoci nella mentalità di allora, i punti cedevoli e i luoghi degli ancoraggi. Abbiamo ricollocato alcuni materiali al loro posto originale. In questo modo si ricostruisce un pezzo di storia, con filosofia e mentalità proprie dell’archeologia”.

 

Oggi, la zona del Monte Cimone appartiene all'Alta Via della Grande Guerra: una rete lunga duecento chilometri che collega i quattro sacrari della Prima guerra mondiale. Ne parlavamo in questo articolo.

 

La ricostruzione ha a che fare anche con aspetti di storia dell’alpinismo: il reportage si chiude, infatti, con una parentesi sicuramente gradita agli amanti della materia. “Se tutto andrà secondo gli auspici, in futuro si potrà trovare qui una piccola via ferrata; magari posizionata proprio dagli alpini in armi, magari proprio da quelli del Sesto”.

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