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Storia | 09 ottobre 2025 | 12:00

Quando l'uomo risvegliò una paleofrana inserendo un corpo estraneo in un ambiente trascurato (fino a quando non fu troppo tardi). Geologia del disastro del Vajont

Tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso, non era prassi valutare la stabilità dell’intero bacino coinvolto: si ritenevano sufficienti le indagini rivolte alla solidità delle imposte (cioè le spalle della diga). Fu proprio la tragedia del 1963 a imporre, a livello mondiale, un profondo cambio di paradigma

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La tragedia del Vajont è uno degli eventi di dissesto idrogeologico più noti, raccontati e ricordati della storia contemporanea, in Italia e nel mondo. Se il ruolo umano in questa catastrofe è stato indagato in profondità e ampiamente divulgato, lo stesso non si può dire per gli aspetti geologici che ne furono all’origine.

 

Numerosi studiosi si dedicarono all’analisi del bacino del Vajont e del Monte Toc. Un elemento stonato di tali ricerche è senz’altro il fatto che la maggior parte di esse venne compiuta quando la diga era ormai quasi ultimata. Inizialmente l’attenzione fu infatti rivolta quasi esclusivamente alle zone dove avrebbero poggiato le spalle della diga - le cosiddette imposte -, mentre il resto del bacino che avrebbe ospitato l’enorme invaso artificiale rimase in gran parte ignorato e poco conosciuto. Quando si iniziò a lavorare al progetto del Grande Vajont, tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso, non era prassi valutare la stabilità dell’intero bacino coinvolto: si ritenevano sufficienti le indagini rivolte alla solidità delle imposte. Fu proprio la tragedia del 1963 a imporre, a livello mondiale, un profondo cambio di paradigma.


Carlo (a sinistra, 1893-1961) ed Edoardo Semenza (a destra, 1927-2002).

Il primo a intuire la reale pericolosità dell’area del Vajont fu il giovane geologo Edoardo Semenza, figlio di Carlo Semenza, l’ingegnere della SADE (Società Adriatica di Elettricità) che aveva progettato la diga e ne aveva seguito la realizzazione. Edoardo iniziò a studiare la stabilità del bacino nel 1959, quando ormai l’opera era pressoché ultimata. A partire dai suoi studi, molti altri esperti visitarono la valle, prima e soprattutto dopo la tragedia del 1963. Ancora oggi numerosi ricercatori salgono lassù per osservare, con i propri occhi e con l’aiuto di strumenti moderni, l’enorme corpo di frana e le cicatrici ancora incise sui fianchi del Toc: due chilometri di versanti spogli, interrotti da una parete ripida e tagliente, dove, a sessantadue anni di distanza, nemmeno l’erba riesce a crescere.

 

Tuttavia, se la comunità scientifica ha a lungo indagato i meccanismi che portarono alla gigantesca frana e alla distruzione di migliaia di vite, di tali studi è arrivato molto poco al grande pubblico. La conoscenza del contesto geologico del Vajont resta tuttora scarsa al di fuori dell’ambito accademico, soprattutto se confrontata con quella - ben più diffusa - delle responsabilità e delle vicende umane. Nel sessantaduesimo anniversario del disastro, vale la pena provare a bilanciare, almeno in parte, questa asimmetria.


La frana di Pontesei del 22 marzo 1959. In basso a sinistra si scorge l’omonima diga, costruita sul torrente Maé, in Val di Zoldo.

La data che possiamo simbolicamente fissare come inizio delle ricerche sul Vajont è il 22 marzo 1959. Quel giorno una frana di circa due milioni di metri cubi si staccò dal versante settentrionale che sovrastava il piccolo bacino artificiale del lago di Pontesei, provocando la morte del guardiano della diga, Arcangelo Tiziani. Un evento oggi quasi dimenticato, ma che all’epoca destò grande preoccupazione nella dirigenza SADE: il contesto geologico di Pontesei era infatti molto simile a quello che circondava la diga del Vajont, allora quasi ultimata.

 

La SADE, responsabile di entrambi gli impianti, subito dopo l’evento incaricò uno dei più celebri geotecnici del tempo, l'austriaco Leopold Müller, di studiare la stabilità del bacino del Vajont.
A collaborare fu chiamato anche Edoardo Semenza. Forse la SADE ritenne che, coinvolgendo il figlio del progettista della diga, le valutazioni sarebbero state più concilianti e controllabili. Questa è una valutazione personale, non documentata direttamente dalle fonti consultate. A onor di verità, è comunque riconosciuto che Edoardo Semenza fosse uno dei massimi conoscitori della zona. Tuttavia, nemmeno nel suo libro (La Storia del Vajont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana, k-flash) spiegò perché proprio a lui fu affidato il delicato incarico.

 

Semenza affrontò il lavoro con rigore e meticolosità. Le sue indagini lo condussero presto a una scoperta importante: la parte inferiore del versante settentrionale del Monte Toc, che avrebbe costituito la sponda meridionale del futuro invaso, non era formata da roccia in posto, ma da una grande paleofrana. Attraverso rilievi accurati, il geologo comprese che il monte era già franato migliaia di anni prima, probabilmente alla fine dell’ultima epoca glaciale.


Il taccuino da campo con gli schizzi originali di Edoardo Semenza che mostrano la sua prima intuizione della presenza della paleofrana. I: la forra originale del torrente Vajont; II: la paleofrana del Toc riempie l’incisione, bloccando il corso del torrente. III: il Vajont trova una nuova strada all’interno della massa franata, creando una nuova incisione più a sud rispetto al solco originale, ormai riempito di detriti. Immagine tratta dal libro di Edoardo Semenza (La Storia del Vajont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana, k-flash).

Quell’antico crollo aveva riempito la valle del torrente Vajont, creando un paleo-lago in posizione simile a quella del futuro bacino artificiale. Nei millenni successivi, il torrente aveva nuovamente inciso il deposito di frana, facendo scomparire il lago e aprendo un nuovo solco vallivo. Certamente, il contesto che andava delineandosi non era ideale per costruire quella che, all’epoca, era la diga più grande del mondo. Del remoto crollo restavano tracce imponenti: uno spesso strato di detriti fratturati ricopriva la parte inferiore del versante del Toc, mentre lembi isolati di materiale simile si trovavano anche sul lato opposto della valle.

 

Semenza identificò inoltre lo strato roccioso responsabile della frana antica: la Formazione di Fonzaso, costituita da alternanze di calcari e argilliti disposti in sottili livelli. Questa formazione, fittamente stratificata e con strati immersi verso nord - ovvero nella stessa direzione della pendenza del monte Toc -, aveva favorito il distacco della paleofrana. Si trattava di una tipica struttura a franapoggio, dove le superfici di debolezza tra gli strati fungono da piani di scivolamento e favoriscono il dissesto.


A sinistra: la fine stratificazione della Formazione di Fonzaso, affiorante subito sopra i solidi calcari grigi dove vennero costruite le imposte della diga. A destra: schema che mostra la differenza tra versante a franapoggio e a reggipoggio. Il primo è più instabile, poiché le superfici di discontinuità tra uno strato e l’altro fungono anche da superfici di scivolamento.

Il quadro che emergeva dai rilievi di Edoardo Semenza non era rassicurante. Il geologo inviò le prime relazioni alla SADE già nel 1959, ma furono giudicate poco significative. Lo stesso Müller, inizialmente, non condivise le sue conclusioni, e anche Giorgio Dal Piaz, illustre geologo italiano allora quasi novantenne, espresse pareri meno preoccupati. Carlo Semenza, vista la mancanza di consenso tra gli esperti, decise di non sospendere i lavori e chiese ulteriori evidenze al figlio.

 

Tutto cambiò nell’autunno del 1960, quando sul Monte Toc comparve una frattura lunga quasi due chilometri, proprio in corrispondenza del limite superiore della paleofrana individuata da Edoardo. La spaccatura, nota come fessura perimetrale, iniziò ad allargarsi progressivamente, continuando a farlo nei tre anni successivi, fino alla fatidica data del 9 ottobre 1963.


La fessura perimetrale comparsa tra i pascoli e i boschi del Monte Toc nell’autunno del 1960. La fotografia è tratta dal libro di Edoardo Semenza (La Storia del Vajont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana).

Il 4 novembre 1960 un altro evento richiamò l’attenzione: una frana di circa un milione di metri cubi precipitò nell’invaso, già parzialmente riempito. Fu quello il segnale inequivocabile che qualcosa sul Toc stava davvero accadendo. Carlo Semenza dispose nuovi rilievi più accurati e fece installare una rete di monitoraggio. In breve fu evidente che la parte inferiore del Toc si era messa in moto. Secondo Edoardo, ciò che stava accadendo era la riattivazione dell’antica paleofrana, innescata dall’innalzamento del livello dell’acqua nell’invaso e dall’infiltrazione dell’acqua nelle massa rocciosa fratturata. Müller, insieme ad altri tecnici incaricati dalla SADE, ritenne invece che il movimento riguardasse una massa solo superficiale e che la criticità fosse limitata.

 

Tra il 1960 e il 1963 il livello dell’invaso venne abbassato e rialzato. In quegli anni morirono alcuni dei protagonisti di questa vicenda - Carlo Semenza e Giorgio Dal Piaz -, la SADE fu nazionalizzata e il monitoraggio del Toc proseguì. I dati mostrarono un’evidenza inconfutabile: il movimento aumentava quando l’acqua saliva e cessava quando il bacino veniva svuotato.

 

Il quadro divenne sempre più preoccupante. Anche Müller aveva infine cambiato parere, riconoscendo la correttezza delle intuizioni di Edoardo Semenza. Propose alcune soluzioni per limitare i danni e riportare la massa della paleofrana in condizioni di equilibrio, ma non furono attuate. Al netto di ciò è importante ricordare che nessuno suggerì di fermare i lavori. Non lo fecero i tecnici e l’amministrazione SADE desiderosi di collaudare rapidamente l’impianto per venderlo all’ENEL - e tantomeno i consulenti esterni, compresi Müller e Semenza.

 

Nell’ottobre del 1963, poco prima del crollo, il Toc si muoveva verso valle di decine di centimetri al giorno. Tuttavia, il parere dominante era che un eventuale collasso sarebbe avvenuto in modo graduale, senza produrre conseguenze gravi. Sappiamo quanto tali previsioni fossero errate e nefaste.

 

La sera del 9 ottobre 1963, dalla fessura perimetrale partì verso il basso una porzione immensa della montagna. In pochi secondi la sua velocità sfiorò i 100 chilometri orari. La massa riempì l’invaso e scalzò l’acqua oltre la diga, scatenando un’onda di proporzioni inimmaginabili che si abbatté sulla valle del Piave. In pochi secondi, duemila persone persero la vita.

 

Fin dal giorno successivo alla tragedia, gli studi sul Vajont proseguirono e anzi subirono un impulso che ancora oggi non è esaurito. I primi a elaborare un’analisi completa della dinamica del crollo furono i geologi americani Hendron e Patton, inviati in Italia dal governo statunitense per comprendere le cause del disastro e prevenire simili errori in futuro. Nel 1985 pubblicarono il loro rapporto, anche con la collaborazione di Edoardo Semenza.

Secondo le loro evidenze, gli strati argillosi della Formazione di Fonzaso furono determinanti, confermando l’ipotesi di Semenza: agirono come uno strato impermeabile all’interno di una massa altrimenti molto permeabile a causa della fratturazione e della natura prettamente calcarea delle rocce coinvolte. Gli strati argillosi impedirono all’acqua di circolare liberamente all’interno della paleofrana. L’acqua restò intrappolata in due acquiferi distinti, aumentando la pressione interstiziale fino a valori critici. L’acqua proveniva sia dall’invaso, sia dalle precipitazioni raccolte dalla parte alta del Toc. Quando la pressione raggiunse il punto di rottura, l’intera struttura si mise in movimento lungo l’antica superficie di scivolamento della paleofrana, collassando nell’invaso.

 

Da allora la frana del Vajont continua a essere studiata, e ogni anno vengono pubblicati nuovi lavori che approfondiscono ulteriormente i numerosi aspetti del catastrofico evento. Si sviluppano modelli sempre più accurati per riprodurre il movimento della frana, si analizzano le proprietà delle formazioni rocciose coinvolte, si testano e perfezionano le ipotesi già formulate. Oltre alla ricerca, la tragedia del Vajont rappresentò uno spartiacque: definì un “prima” e un “dopo” nella costruzione degli invasi artificiali e nello sfruttamento dell’energia idroelettrica. La legislazione, le procedure di studio, le autorizzazioni: tutto cambiò dopo il 9 ottobre 1963.

 

Chiunque conosca, anche solo in parte, la storia del Vajont non può non percepire la tragicamente scarsa percezione del rischio che contraddistinse l’operato della SADE e di chi gestì la costruzione e il collaudo dell’impianto. Pur riconoscendo che all’epoca le conoscenze e le metodologie di indagine fossero acerbe, non si può in alcun modo giustificare la mancanza di buon senso e la condotta di chi antepose la realizzazione dell’impianto e il suo rapido collaudo alla sicurezza e alla tutela della vita umana.

 

La frana del Vajont del 1963 affonda le sue radici in processi naturali risalenti alla deglaciazione, ma fu la mano dell’uomo a trasformare quelle antiche vicende geologiche in una tragedia epocale. Se la natura impiegò millenni per costruire un equilibrio fragile, bastarono pochi anni per infrangerlo, con le conseguenze che tutti conosciamo.

 

Ancora oggi, nella valle segnata dal disastro, aleggia una duplice consapevolezza: sappiamo creare opere geniali e, allo stesso tempo, disastri immani. La diga del Vajont fu un capolavoro ingegneristico, capace di resistere a sollecitazioni di gran lunga superiori a quelle previste, ma anche un obbrobrio concettuale: un corpo estraneo, calato in un ambiente che venne evidentemente trascurato e ignorato fino a quando non fu troppo tardi.

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