"È un odore che trafigge, di piante sventrate. Girato un tornante, mi sono trovato davanti a una devastazione totale". Merino Mattiuzzi: le memorie e le responsabilità di un "custode"

Nel 2022 è stato premiato dal Cai perché "profondo conoscitore e guida del bosco della val di Zoldo sconvolto dalla tempesta Vaia", oggi accompagna le scolaresche tra le sue montagne. Ai bambini insegna a preservare quel senso di meraviglia, dal quale soltanto può germogliare il rispetto nei confronti dell’ambiente

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Tre anni fa veniva indetta la prima edizione del Premio Custodi delle terre alte, coordinata dal Gruppo di ricerca Terre Alte del Club Alpino Italiano. Con quest’onorificenza, il Cai si proponeva di “riconoscere il valore della presenza umana in montagna quale fattore di cura, manutenzione e valorizzazione dell’eredità storica, culturale e ambientale delle terre alte abitate”.
Cinque premiati al massimo per ogni anno: si sarebbe dovuto trattare di figure che rientrassero nelle caratteristiche previste nel bando; distintesi in uno dei particolari ambiti agro-artigianali, artistici e culturali citati; che fossero segnalate dalle sezioni Cai locali al Gruppo Terre Alte.
Nel 2022, tra le cinque “testimonianze umane esemplari” vi fu Merino Mattiuzzi, classe 1950 di Zoppe’ di Cadore. Candidato dalla Sezione Cai di Val di Zoldo, Mattiuzzi è stato premiato come “profondo conoscitore e guida del bosco di val di Zoldo sconvolto dalla tempesta Vaia”.

Oggi Merino, non smette di essere un punto di riferimento per i valligiani e la sua figura, forse per la barba lunga e la voce profonda, tende quasi a scivolare nella leggenda.
“Ho 75 anni e, ora che sono in pensione, non mi resta molto da fare. Mi rimane soltanto la possibilità di trasmettere qualcosa ai bambini. Ho una baita lì nel bosco, a Zoppe’, sulla strada che porta verso il rifugio Talamini. È un posto fantastico, e io mi dedico anima e cuore ai più piccoli. Quando vengono le scolaresche a trovarmi, cerco di trasmettere loro quel poco che sono riuscito ad apprendere nella mia vita: quei piccoli segreti che non si trovano scritti sui libri, ma che si tramandano da generazione in generazione”.
A tre anni dalla premiazione, L’Altramontagna ha intrattenuto una piacevole conversazione con Merino che ci ha raccontato di boschi i cui alberi hanno un nome, del risveglio il giorno dopo la tempesta Vaia e di come il rispetto per il bosco passi attraverso la meraviglia.

Che valore ha per te il bosco? Cosa ti lega agli alberi che ne fanno parte?
Io vedo l’albero come un essere mio pari; per me è come un fratello maggiore. Si è instaurato un rapporto d’amicizia. Non riesco a vederlo solo come materia da portare in segheria o da far diventare travi o legna. Per me è un essere vivente che merita tutto il rispetto, come lo meritano tutti gli esseri viventi, uomini o animali che siano. Anche se non può parlare ed è costretto a rimanere fermo nello stesso punto dove è nato, l’albero ha dentro di sé una personalità incredibile. Io queste cose le ho vissute, ci credo e cerco di trasmetterle. Non sono cose eclatanti, non di abbracciare gli alberi o riempirli di baci. Però io con l’albero ho un rapporto vero e sincero, di amicizia. Quando gli sono vicino, percepisco se sta bene, se sta male. Hanno bisogno anche loro della compagnia, così come noi abbiamo bisogno di loro. Il giorno che non ci saranno più alberi, per noi sarà finita. Il mio bosco poi non è particolarmente illustre, come quelli del Trentino dove ci sono abeti di risonanza per fare i violini. Ma io ci sono molto affezionato. C’è un po’ di tutto: larici, abeti, qualche faggio, frassini. Non è un bosco "pulito", ordinato, come in altre zone. Siamo a 1.600 metri, quindi le caratteristiche sono queste. Ma proprio questa varietà è un valore aggiunto.
Gli ultimi giorni di ottobre 2018 è arrivata la tempesta Vaia. Ci racconteresti quei momenti?
Quella notte ero agitato, sentivo il tetto della mia casa muoversi, e temevo che da un momento all’altro potesse volare via. Quando è arrivata l’alba, ho guardato la montagna di fronte: a occhio sembrava non ci fossero grossi danni. Mi sono detto: “Forse è stata solo una mia impressione”. Mi vesto, esco, e cerco di raggiungere l’altro bosco, quello che ho alle spalle. Ma una frana mi impedisce di passare in auto. Proseguo a piedi. A un certo punto, sento un odore forte di resina. E quello è sempre un brutto segnale: è un odore che ti trafigge, vuol dire che ci sono piante spezzate, sventrate. Girato un tornante, mi sono trovato davanti a una devastazione totale. Tutto il bosco a terra. Mi viene ancora il nodo in gola solo a pensarci. Vado avanti, perché la mia baita è a un chilometro da lì. E man mano che proseguo, vedo che la tempesta non ha colpito ovunque, ma a zone. Zone completamente rase al suolo, altre risparmiate, come se fosse passata una frusta gigante che ha colpito qui sì e lì no. Speravo che il mio bosco vicino alla baita fosse stato risparmiato. E invece no. Anche il mio albero più bello, un abete rosse di nome Geronimo, era stato colpito. Quando ho costruito la baita, nel 1985, lui aveva sette o otto anni. Era piccolino, e avevo paura di danneggiarlo durante i lavori; invece è cresciuto con una bellezza incredibile. Nessun altro della sua specie aveva quella presenza. Ora ne è rimasta solo una parte, ma continua a trasmettere una forza e una personalità incredibili.

Come hai reagito alla catastrofe? Che impatto ha avuto su di te?
La tempesta Vaia è stata lo spartiacque della mia vita. Mi ha completamente distrutto. Per me era impensabile che in montagna, dove abito io, potesse arrivare una tempesta tropicale. Abbiamo sempre avuto danni da neve e vento, ma una tempesta tropicale, con raffiche a 200 km all’ora, non l’avevo mai nemmeno immaginata. Vaia ha fatto danni enormi, ha distrutto il bosco. E come se non bastasse, dopo è arrivato anche il bostrico. Dopo Vaia, ho cercato di recuperare qualche pezzo del legname spezzato. Non aveva più valore commerciale, ma io ne ho raccolto alcune parti rotte, perché faccio una pittura particolare, usando lo stuzzicadenti e il mordente per legno. Ho trasformato quei pezzi in soprammobili, piccoli oggetti, ho cercato di ridargli un senso, una dignità. Fossi stato vent’anni più giovane, magari sarei rientrato anch’io nel bosco con la motosega e i trattori, per recuperare legname. Ma la salute e l’età non me lo permettono. Però quei pezzi che ho recuperato li ho valorizzati a modo mio. Non sono solo legno, sono testimoni di qualcosa che c’era e che è andato perduto.
Siamo noi ad aver bisogno del bosco o il bosco ad aver bisogno di noi?
Noi dipendiamo dal bosco completamente. Anche i nostri fratelli animali dipendono dal bosco. Perché ci dà tutto: legno per costruire, frutti da mangiare, ripulisce l’aria. Ogni albero è una fonte infinita di doni: ciliegie, mele, pesche, pere; potremmo andare avanti per ore. La cosa bella è che gli alberi si aiutano anche tra loro. I forti aiutano i deboli, anche la scienza lo sta confermando. Cosa che tra noi esseri umani, purtroppo, succede molto meno. Un ruolo però lo abbiamo anche noi. Quando ero bambino, il bosco era coltivato: ci entravano tutti, donne, bambini, boscaioli. Si puliva, si raccoglieva, si conosceva. Era parte della vita. Oggi non è più così. Allora il bosco dava lavoro all’80% della popolazione. C’era la produzione del carbone di legna, che serviva a fondere il ferro. Zoppè di Cadore, nel Quattrocento, è nato come paese di carbonai, legati alla Serenissima. Servivano legname, carbone, pece… ma insieme allo sfruttamento, c’era cura e custodia. Io credo che il segreto stia nella meraviglia. Una volta ho parlato con dei dottori forestali tedeschi convinti di conoscere tutto dell’albero; io invece credo che non si possa mai arrivare alla piena comprensione, rimane sempre un qualcosa che sfugge alla nostra comprensione, un mistero. Essere coscienti di questo è forse l’unica premessa indispensabile per avere rispetto.

Se la chiave è la meraviglia, allora i bambini sono i primi a cui rivolgersi. Da “custode”, come si trasmette il rispetto ai più giovani?
Mi hanno chiamato "guardiano”, ma io preferisco definirmi custode del bosco. Perché, vedi, un guardiano infligge sanzioni, controlla che il bosco non venga aggredito in maniera selvaggia. Il custode, invece, è più come un angelo custode. Cerca di tenere vivi i ricordi, quelli che ho ricevuto da bambino da mio nonno, che mi portava nel bosco. E ora che sono diventato vecchio, cerco anch’io di trasmettere quelle cose. Non so molto, non ho nessun titolo accademico. Però vedo che i bambini mi seguono volentieri, e per me invecchiare serenamente è questo: dare qualcosa di semplice e sincero. Ai bambini parlo della bellezza, del silenzio, dell’amicizia con un albero, del miracolo della natura. Anche se non è scritto nei libri. Anche se sono solo piccoli segreti tramandati dal nonno, da una generazione all’altra. E adesso, da me. Una cosa dico sempre ai bambini: “Se guardi un albero e vedi solo un albero, non hai visto un albero. Se guardi un albero e vedi un miracolo, allora sì, hai visto un albero”. È una frase semplice, ma vera. Perché l’albero è così complesso, così pieno di vita, che l’uomo non riesce a capirlo. A volte ai bambini viene da incidere le cortecce per lasciare le iniziali; allora io chiedo loro di pensare un attimo prima di farlo: se provate a considerarlo vivo, allora vi fermerete. E, ti assicuro, i bambini ascoltano.
Immagine di apertura da Cai Agordo













