"Non è giusto scaldare il forno per un pane solo": un'usanza pasquale da riscoprire accendendo gli antichi forni a legna del paese

Ci sono gesti piccoli che nella loro semplicità racchiudono un significato più grande. Azioni che prendono vita dalla buona volontà di qualcuno e innescano un meccanismo virtuoso per la collettività. Riaccendere i vecchi forni a legna del paese per riprendere una tradizione pasquale radicata nella vita di un tempo, ma che stava svanendo nell’oblio: a Polpet (frazione di Ponte nelle Alpi, BL) torna l'iniziativa "Forni aperti". Il programma è presto detto: cinque forni a legna dislocati tra le diverse vie del paese sono stati accesi e messi a disposizione di chi vuole cucinare le tipiche focacce pasquali. È prevista anche una visita guidata: un’occasione per riscoprire un'usanza che ci parla di condivisione e spirito di comunità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Riaccendere i vecchi forni a legna del paese per riprendere una tradizione pasquale radicata nella vita di un tempo, che stava svanendo nell’oblio.
Ci sono azioni che nella loro semplicità racchiudono un significato più grande. Gesti piccoli, ma niente affatto scontati, che a ben vedere veicolano un potenziale simbolico considerevole, facendosi dimostrazione concreta di un sistema di valori. Iniziative che prendono vita dal basso, dalla buona volontà di qualcuno, e che innescano un meccanismo virtuoso per la comunità.
«Tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri», diceva Gustav Mahler. Custodire davvero una tradizione significa forse proprio prendersene cura, farla esistere nella contemporaneità, creare terreno fertile per tenerla in vita e per continuare a trasmetterla a chi è disposto ad accoglierla. Potremmo trovare diversi esempi illuminanti in tal senso. Uno, lampante, arriva da Polpet, frazione di Ponte nelle Alpi, centro abitato del bellunese che fa da cerniera tra la Valbelluna e le montagne circostanti.
Qui, sabato 12 aprile, si rinnova l’appuntamento con i “forni aperti”, giunto alla terza edizione. Il programma è molto semplice: cinque forni a legna dislocati tra le diverse vie del paese vengono messi a disposizione di chi vuole cucinare le fugazze, le focacce pasquali. È prevista anche una visita guidata: un’occasione per riscoprire questa usanza, attraverso una passeggiata che ha per tappe principali i forni storici del paese. A condurre il gruppo sarà Marisa Fanna, che da tempo si dedica alla ricerca di testimonianze storiche e a progetti di divulgazione, anche nell'ambito delle iniziative culturali promosse dall'Ecomuseo dalle Dolomiti al Piave.
“Un tempo c’erano più di venti forni a Polpet, oggi ne sono rimasti sette - otto e riusciamo a usarne cinque, tra quelli più antichi e quelli più recenti”, ci spiega Armando Collazuol, in rappresentanza del Comitato Frazionale di Polpet, che organizza l’evento.

L’idea è nata un po’ per caso: “Da più di vent’anni, a casa, utilizzo un forno a legna moderno. Un amico ha invece un forno che ha più di cento anni: il forno dei Zestèr, il cui nome fa riferimento all’arte (anche questa ormai perduta, ndr) della cesteria. Quel forno a legna era fermo da una vita e ho insistito tanto per rimetterlo in funzione: sono riuscito a farlo partire, è uno dei più vecchi di Polpet. È nato tutto da lì. Il primo anno lo abbiamo acceso, abbiamo cotto il pane e abbiamo coinvolto i ragazzi delle scuole”, ricorda Collazuol.
Poi l’iniziativa si è ampliata, riprendendo vigore: “Abbiamo pensato di coinvolgere gli abitanti, riaprendo tutti i forni ancora disponibili in paese e indicando una giornata per usarli, cucinando tutti assieme. Abbiamo ripreso una cosa che un tempo si faceva spesso, sia a Pasqua sia durante l’anno per cucinare il pane, quando ciascuno portava il proprio impasto e si condivideva l’uso del forno”.
L’idea è stata accolta con successo: quest’anno le prenotazioni hanno fatto registrare il tutto esaurito, i cinque forni sono al completo e cinquanta focacce aspettano di essere infornate.
“I forni vecchi sono stati accesi già mercoledì, perché prendano temperatura piano piano, altrimenti potrebbero rovinarsi. Si comincia con due o tre legnetti, poi si fa salire la temperatura affinché venerdì raggiunga i 300 gradi, poi inizia a calare e sabato è pronto. Il forno dev’essere pulito: si cucina infatti senza le braci all’interno”. C’è anche un altro aspetto che ha a che fare con la condivisione: quella delle ricette. Armando, ad esempio, ci racconta che ne ha cinque o sei, che trasferisce volentieri. Senza contare la degustazione delle focacce, aperta a tutti.
I “forni aperti” sono quelli di Armando, Collarin, Zilli e i due più antichi, Menegàz e Zestèr, quest'ultimo rimesso in funzione dopo oltre settant’anni di inattività.

All'inizio del Novecento, nel territorio di Ponte nelle Alpi, erano molti i forni a legna che servivano per cuocere il pane. Oltre ai due storici già citati c’erano quello dei Tomasi, di Ana Ciarina, dei Boiti (Tano Pucci), dei Mondi e dei Pison Felice a Livinal, dei Kot, tutti nomi che fanno riferimento ai proprietari o ai soprannomi di famiglia.
Nel 2023, per conoscere questo lato di storia locale e mettere letteralmente le mani in pasta facendo esperienza dell’antico mestiere della panificazione, la 1° C della scuola media di Canevoi ha aderito all'iniziativa di riaccendere i vecchi forni presenti nei cortili, nell’ambito del progetto didattico rivolto alle scuole del bellunese "Io vivo qui", a cura della Fondazione Giovanni Angelini e della Fondazione Dolomiti Unesco.
Ne è nata una pubblicazione, consultabile online qui e intitolata Il profumo del pane. Viaggio tra gli antichi forni di Polpet, in cui i ragazzi (guidati dai docenti Elisa Olivo e Federico Palazzin) hanno raccolto testimonianze preziose che permettono di ricostruire uno spaccato di vita che stava per finire nel dimenticatoio.
Si legge ad esempio: “Nel corso del Novecento, con l'evolversi del commercio, dai forni nei cortili si è passati all'apertura dei primi panifici. Fin dopo la Seconda guerra mondiale era normale impastare a casa e poi cuocere il pane nei forni del paese, che dovevano essere riscaldati due giorni prima per portarli a temperatura. Alcune famiglie ricavavano la farina ogni settimana, altre quando ne avevano, ma a Pasqua anche quelle più povere non rinunciavano a preparare il pan conzà (con aggiunta di uova, burro e un po’ di liquore per profumarlo). Il lievito casalingo se lo prestavano tra famiglie, perché non diventasse vecchio e quindi s'inacidisse.
I forni funzionavano perfino di notte e ciascuno aveva il suo turno prestabilito per cuocere le focacce. Intorno a Polpet si estendevano molti campi, coltivati a frumento, granoturco, orzo e segale. Tutti partecipavano alla raccolta, soprattutto le donne, che rivestivano un ruolo particolare nel lavoro agricolo. Allora si respirava un'aria vera di comunità. Quando si usava il forno di qualcun altro, per esempio, non si doveva pagare con il denaro, ma era gradito lasciare qualche pagnotta in omaggio. La gente condivideva le risorse e si aiutava a vicenda”.
I ragazzi hanno incluso nel libretto un detto, legato proprio al pane, che in dialetto recita così: “No l’è ben scaldar al forno par an pan solo”, cioè “non è giusto scaldare il forno per un pane solo”, che ci riporta ancora una volta all’idea di semplicità e condivisione connaturata spontaneamente in un’iniziativa come quella che si svolge questo sabato a Polpet.













