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Storie | 13 giugno 2025 | 12:00

Trasformare la lana in concime: la soluzione a un enorme problema

"Nessuno ne parla, ma quello della lana è un problema grosso. Visitando gli allevamenti ovini tra Veneto, Friuli e Austria spesso gli allevatori mi raccontavano che non sapevano dove sistemare la lana dopo la tosatura e non ricevevano risposta alle richieste d’aiuto". Così ci spiega Chiara Spigarelli, fondatrice della start up Agrivello

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

La lana è un rifiuto. Lo è perché la maggior parte delle pecore italiane, animali allevati per il latte e la carne, non hanno una lana di pregio, competitiva su mercato. E poi, comunque, di lana ne indossiamo davvero poca. Così il vello degli otto milioni di ovini che pascolano nel nostro Paese diventa un problema.

 

“Perché gli inceneritori che lo recuperano sono pochissimi, la lana è ignifuga e brucia molto lentamente. E poi ha dei volumi enormi”, spiega Chiara Spigarelli, fondatrice della start up Agrivello, nata dal lavoro di ricerca di Chiara condotto con il Dipartimento di Scienze agroalimentari dell’Università di Udine e supportato da Fondazione Friuli, Azienda Sanitaria Universitaria del Friuli Centrale e del Consorzio delle Valli e delle Dolomiti Friulane.

 

Chiara è laureata in scienze delle produzioni animali e ha alle spalle un dottorato di ricerca sul tema della lana. Proprio dalla ricerca scientifica è nata l’idea di creare un pellet di lana innovativo, un fertilizzante naturale capace di garantire sostenibilità ambientale, ma anche sociale ed economica, capace di fornire una soluzione sostenibile a supporto dell’intera filiera della lana. Trasformando la lana sporca (e non è un dettaglio) in un concime a lento rilascio, che nutre il terreno per cinque mesi, prevenendone l’acidificazione e favorendo il risparmio idrico, visto che la lana assorbe l’acqua quando disponibile, sino a raggiungere il 350% del suo peso, e poi la cede, lentamente.

 

“Ho scoperto il tema della lana per caso, durante il dottorato di ricerca. Nessuno ne parla, ma quello della lana è un problema grosso. Dovevo visitare degli allevamenti ovini tra Veneto, Friuli e Austria e spesso gli allevatori mi raccontavano che non sapevano dove sistemare la lana dopo la tosatura, anche perché spesso non ricevevano risposta alle richieste d’aiuto. In pratica, se non hai lana di qualità, la soluzione più semplice e sotterrarla o bruciarla, anche se è illegale. Gli inceneritori che la ritirano sono pochi, nell’area dove mi muovevo io ce n’era solo uno a Vicenza”, spiega Chiara. A peggiorare il tutto c’è il volume: tosare 20 pecore significa ritrovarsi con 20 enormi sacchi pieni di lana.

 

“Ho fatto parecchie ricerca prima di partire con il progetto Agrivello”, continua Chiara. “Ci sono piccole filiere che recuperano la lana in Italia, ma solo per le razze che hanno un vello pregiato. E poi, gran parte dei maglioni e dei prodotti in lana che indossiamo sono sintetici, o in tessuto misto sintetico, perché costa meno. E anche quando vediamo l’etichetta “pura lana vergine” abbinato al “made in Italy”, si tratta spesso di lana della Nuova Zelanda, lavorata poi in Italia” , aggiunge.

Constatato, quindi, questo enorme buco nero nella gestione della lana, Chiara ha iniziato a studiare. “Abbiamo fatto per un anno e mezzo delle prove, all’università, per verificare le reali capacità della lana di nutrire il terreno e poi abbiamo avviato l’iter per creare Agrivello. Per due anni, però, siamo rimasti incagliati sui regolamenti che prevedevano che la lana fosse pulita, lavata. C’era un vuoto legislativo, che alla fine è stato colmato e siamo potuti partire, con la nostra lana “sporca” da pellettare”, spiega Chiara Spigarelli.

 

Il primo sacchetto di pellet di lana Agrivello è stato venduto a marzo del 2023 e da subito c’è stata una stretta collaborazione con gli allevatori di ovini di Friuli e Veneto orientale. “Trovare la materia prima non è un problema, anzi. Il problema, all’inizio, era avere dei sacchi dove ci fosse solamente lana. Abbiamo faticato un po’ a far capire che andava conferito solo il vello, senza vetro, pezzi di mattoni, fil di ferro. Ora abbiamo un rapporto di fiducia con ognuno degli allevatori con cui collaboriamo: recuperiamo noi la lana sia da chi ha 200 pecore come da chi ne ha cinque e si è creato un rapporto di collaborazione e fiducia”, aggiunge Chiara Spigarelli.

 

La difficoltà più grande, in realtà, è far capire ai possibili acquirenti che utilizzare la lana per fare un fertilizzante non significa sprecare, anzi. “In pochissimi sanno che la lana è spessissimo un rifiuto, quindi va raccontato e vanno spiegati tutti i passaggi”, aggiunge Chiara. Quindi Agrivello si presenta alle fiere di settore, ad eventi legati al giardinaggio e all’outdoor. Raccontando che la lana rilascia il proprio azoto pian piano e che questo aiuta a sviluppare la parte verde delle piante. E poi che l’acqua piovana viene trattenuta dalla lana, quindi serve innaffiare meno. E se i pellet di lana non si interrano, vanno benissimo anche per tenere le lumache lontane dall’orto.

 

“In realtà”, conclude Chiara Spigarelli, “di lana da recuperare ce ne sarebbe tantissima. E si potrebbe utilizzare davvero in molti modi. Un’idea? Le imbottiture, dall’arredo ai giochi. Perché utilizzare il sintetico se abbiamo della lana a costo bassissimo?”.

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