Cadde dopo aver scalato la Torre Winkler il solitaria. Anni più tardi gli portarono in dono il libro di vetta con la sua firma. Il nipote, dopo aver ripetuto la via, ci racconta la sua storia

"Non so perché sono andato lassù, non lo so davvero, immagino pensassi che lì avrei conosciuto finalmente mio nonno". Il libro nel cassetto era siglato "Torre Winkler, m.2800" e riportava le date 1956-1958. Da quelle pagine, nasce la vicenda di un giovane non ancora trentenne e del filo invisibile che lo lega al nonno materno, morto in montagna venti giorni prima della sua nascita

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Il libro del nonno era lì da sempre, chiuso in un cassetto in casa dello zio Luca. Perlomeno, era lì da quando Giacomo aveva memoria. In quasi trent'anni l'aveva visto tirar fuori giusto un paio di volte, per mostrarlo agli ospiti o a qualche vecchio amico di nonno Pio. Eppure, per qualche strana ragione, sentiva che dentro quelle pagine c'era tutto ciò che rimaneva del loro invisibile legame.
Era un piccolo formato, circa 10x15, con rilegatura di cartone e pagine ingiallite dal tempo. Sul frontespizio - sotto lo stemma austero della sezione trentina del Cai, la Sat - campeggiava una scritta in stampatello maiuscolo: "LIBRO DI VETTA".
Poco più in basso, scritto a penna da mano incerta: "Torre Winkler, m.2800".
Lo tengo tra le mani e sfoglio le pagine con una delicatezza ossessiva, seduto al tavolo affollato e chiassoso di amici. Jack - così mi è stato presentato Giacomo ormai un anno fa - siede di fronte a me e mi racconta la storia, nascosto a tratti da un bicchiere di birra. È come desolato di non riuscire a raccontarmi ogni minimo dettaglio di quella figura così brillante che era il nonno; senza accorgersi che, in ogni spazio di incertezza, dalla sua voce germogliano altre storie che concorrono a illuminare i tratti di quel personaggio. Io rimango muto: scarabocchio qualcosa nel mio quaderno, incapace di rispondere se non per qualche accenno di capo. "Nessuno - penso tra me - ti insegna mai a gestire le memorie degli altri".
Giacomo non aveva mai conosciuto il nonno, era morto in montagna venti giorni prima che lui nascesse, nel 1997. Quando era bambino, l'immagine di Pio si era plasmata nella sua mente grazie alle diverse fotografie che in casa lo ritraevano. Me ne ha portata qualcuna.
Pio Bertamini, visto così, sembra uno dei grandi dell'alpinismo, quei lontani e antichi eroi che furono protagonisti dell'epoca d'oro del sesto grado. È accovacciato in cima a chissà quale torrione dolomitico con lo sguardo rivolto all'orizzonte e il berretto che porta ne evidenzia i tratti severi: il naso affilato, il taglio deciso del mento e il portamento tutto pare siano spaccati a colpi di scalpello dalla viva roccia.

"La foto – mi spiega il nipote – è stata scattata pochi giorni prima di quel drammatico incidente del 1956". Ci siamo: era questa la storia che gli avevo chiesto di raccontarmi. È la storia di quel vecchio libro di vetta.
Siamo sulle Torri del Vajolet, sette guglie di dolomia alte 200 metri al centro del Gruppo del Catinaccio, tra Val di Fassa, Val d'Ega e Val di Tires. La Torre Winkler - quella oggetto del nostro racconto - è la quarta per altitudine. La via normale alla cima, aperta in solitaria da Georg Winkler nel 1887, a soli 18 anni, è considerata la più difficile e fisica delle normali alle tre torri meridionali. La scalata si sviluppa per 170 metri lungo la celebre "Fessura Winkler", una lunga frattura nella roccia che termina con un minaccioso strapiombo: proprio questo è riconosciuto come il primo passaggio di V grado scalato nelle Dolomiti.
Il 25 settembre del 1956, Pio Bertamini - nato a Bolognano di Arco nel 1929 - tentò di ripetere l'ascesa alla normale della Winkler, anche lui in solitaria.

A voler essere precisi, non sarebbe dovuto essere solo quel giorno. Da tempo aveva programmato l'uscita in cordata con un amico. Ad appena un giorno dalla partenza, però, il telegrafo gli recapitò un messaggio: "Devo rinunciare all'ascesa di domani su Torre Winkler. Credo abbandonerò l'arrampicata, è troppo pericolosa". Così, quel martedì 25 settembre, Pio partì da solo.
Io lo so dal racconto di Jack, lui l'ha sentito raccontare dalla madre e dallo zio, che a loro volta l'han sentito direttamente dal protagonista. Ma la prova tangibile di questa ascesa, quella che annulla improvvisamente il tempo materializzando le nostre fantasie, è una pagina di quel famoso libro di vetta. Anzi meno: sono appena quattro righe scritte a matita.
25-9-56
Bertamini Pio – V.U.
S.A.T. - TRENTO
bella salita, da solo

Quasi settant'anni dopo, il 25 agosto 2026 - il giorno prima della nostra chiacchierata -, Giacomo sta scalando la via del nonno lungo la Fessura Winkler. "Sulla guida c'era scritto: 'La fessura si presenta cupa'. Vi posso assicurare - sorride Jack - che vista da sotto è cupa eccome".
È insieme a Matteo, un amico di lunga data: quel genere di persona di cui, chissà perché, sai dal primo incontro che di uno così ti puoi fidare. Arrampicatori entrambi, scalano con una certa sicurezza, mascherando l'ansia per gli sleghi importanti e per i chiodi sempre più evanescenti.
Era da tempo che il nipote pensava di riportare il libro lassù: forse era stanco di vederlo chiuso in un cassetto o, più probabilmente, sentiva di avere un debito nei confronti della storia familiare. Al mio rimuginare, ha risposto lui stesso poco dopo: "Non lo so perché, non lo so davvero, immagino pensassi che lassù avrei conosciuto finalmente mio nonno".
Dopo qualche ora, Jack e Teo sono in cima alla torre. Sulla guglia di fronte, la Torre Delago, una coppia di polacchi arriva in cima nello stesso momento. Decidono di scattare loro qualche foto e i polacchi ricambiano il favore. Andandosene, i due avrebbero lasciato un biglietto con il numero di telefono al rifugio: è tramite quel bigliettino che riusciranno a scambiarsi le reciproche foto.
"Ad ogni sosta, ogni traverso un po' esposto, ogni passaggio impegnativo mi chiedevo come li avesse affrontati il nonno", pensa Jack ad alta voce. Chiacchierando, proviamo a fantasticarci un po' insieme: dopotutto è abbastanza intuibile dalle foto.
Nel 1956, Pio deve aver senz'altro indossato gli scarponi a suola rigida: tutt'altro modo di scalare rispetto alle pedule di oggi. Probabilmente avrà anche avuto con sé chiodi di acciaio dolce e staffe per la progressione artificiale. E poi la corda: quello era il periodo in cui cominciarono a comparire le prime corde di nylon, ma per un amatore non dev'essere stato facile ottenerle, infatti – almeno nelle foto di pochi giorni prima – aveva con sé ancora quella di canapa. Quindi maglione di lana e pantaloni alla zuava, altro che goretex.
Ci fermiamo qui. In fondo, è bello anche così: non saper ricostruire proprio tutto nei minimi dettagli e rimanere rapiti al pensiero di quanto dev'essere stato avventuroso quell'itinerario settant'anni fa. "Ad ogni modo - scherza Giacomo - non avrei fatto a cambio, specie considerato com'è andata a finire".
Scendendo dalla Torre Winkler in quel settembre del '56, il giovane Pio Bertamini precipitò infatti per diversi metri. Persi i sensi, rimase svenuto ai piedi della torre per chissà quante ore, prima di riuscire a trascinarsi fino al Rifugio Re Alberto I, svenendo nuovamente di fronte alla porta. Aveva le corde avvolte attorno al corpo: segno che aveva terminato incolume la parte di discesa verticale. Inoltre, le corde avevano attutito il colpo, senza però riuscire ad evitare che si rompesse la fronte. Lo soccorsero con una barella fatta di due bastoni e un telo, tirata dal davanti e lasciata strisciare dietro, trasportandolo così fino al rifugio Vajolet, da dove fu portato d'urgenza all'Ospedale di Cavalese. Secondo i medici, aveva riportato un grave trauma cranico.

Al tempo, Pio non aveva ancora figli. Da non molto aveva iniziato a frequentare la donna che sarebbe diventata la nonna del mio narratore. Furono lei e la madre, dunque, a raccontare ai figli di Pio, Flavia e Luca, quei giorni terribili in cui facevano su e giù dall'ospedale per andare a trovare il giovane infermo. Di quei lontani ricordi, oggi non rimane molto. Si dice però che sarebbe rimasto in ospedale per un paio mesi e che, per immobilizzargli il collo, gli avevano circondato la testa di sacchi di sabbia.
Quando iniziò a riprendersi, la madre di Pio gli fece promettere che da allora non avrebbe mai più scalato, e il giovane, ancora costretto a letto, non poté far altro che obbedire. Più avanti, una volta tornato in salute, lui stesso avrebbe ironizzato sull'incidente raccontando di aver sentito sulla schiena tutti i sassi dall'Alberto I al rifugio Vajolet, mentre veniva trascinato dai soccorritori.
Due anni dopo, i volontari della Sat – forse come regalo per l'avvenuta guarigione, o forse per schernire il compagno – gli portarono in dono proprio il libro di vetta della Torre Winkler 1956-1958. Un libro pieno di annotazioni, molte in tedesco, tutte scritte con calligrafia così desueta da leggersi a malapena; lo stesso che Pio aveva annotato a matita poco prima dell'incidente. Da allora, il libro sarebbe diventato uno dei più preziosi cimeli di famiglia, e settant'anni dopo – contro ogni previsione – sarebbe capitato di nuovo sulla cima delle Torri del Vajolet.
"Mi ero immaginato – mi confessa Jack tornando alla loro ascesa – di trovare un nuovo libro di vetta sulla cima. Così avrei potuto scriverci qualcosa: non so bene cosa, magari un'annotazione della scalata, un ricordo di mio nonno… sai, cose così". Invece, arrivati in cima, il libro non c'era. Il perché glielo avrebbe spiegato la titolare del rifugio Alberto I al loro rientro: "Non mettiamo più i libri di vetta sulla Torre perché tanto, ogni due per tre, qualcuno lascia la cassetta aperta e finisce che si distruggono sotto pioggia e intemperie".
La donna, mentre parlava, sfogliava avanti e indietro le pagine di quell'antico cimelio di famiglia come fosse la rubrica del telefono. "Ei aspetta, questo lo conosco: è l'ex gestore dell'Antermoia. Ormai avrà quasi novant'anni. Ti dispiace se gli mando la foto?".
La storia del libro finisce qui, almeno per quanto ne sappiamo. Dopo che ci siamo salutati uscendo dal locale, Jack aveva racchiuso il libro, assieme alle foto, nei molteplici sacchetti in cui lo custodiva gelosamente, e ormai – c'è da credere – sarà già tornato nel vecchio cassetto della casa di zio Luca, ad aspettare una nuova occasione per raccontare la storia di Pio Bertamini.
"Non l'ho mai conosciuto - ripete Jack quasi a scusarsi - ma è sempre stato una presenza silenziosa e pervasiva in casa nostra". Posso immaginarlo. Dopo tutto questo rileggere gli appunti, sfogliare le foto del diario e tentare di mettere insieme i pezzi della storia, ho subìto io stesso il fascino della sua figura. Pertanto, concludo l'articolo mettendo insieme qualche informazione biografica.
Dopo la guerra, non avendo terminato le scuole medie, Pio frequentò le serali per ottenere la licenza e - proseguendo gli studi - iniziò a lavorare nella polizia municipale. Quel "V.U." - scritto vicino alla firma nel libro - starebbe proprio per ad indicare il suo ruolo sociale: "vigile urbano". Dopo l'incidente però, la novella moglie – non amando vederlo in divisa – lo convinse presto a cambiare mestiere. Iniziò a lavorare al Comune di Trento, il luogo dove avrebbe vissuto tutto il resto della vita, diventando segretario, responsabile alla cultura e andò in pensione nel 1992 come direttore del personale.

Negli anni, Pio si spese molto per la cittadinanza. Fu tra i fondatori del villaggio Sos di Trento, per l'accoglienza di bambini in condizioni di disagio, e partecipò alla trasformazione dell'ex ospedale Santa Chiara nell'Auditorium omonimo, che oggi ospita alcuni dei maggiori eventi culturali del capoluogo. Morì in Val di Cece l'11 agosto del 1997 durante una gita in montagna col figlio Luca, lo zio di Giacomo. Sono passati trent'anni da allora e Jack, questo mese, compirà ventinove anni.
Dopo aver saputo dell'assenza del libro sulla cima, lo avevo pregato di lasciare a me qualche parola in ricordo del nonno. Sarebbe andata bene qualsiasi cosa: mi sembrava l'unico modo per concludere un'intervista di questo genere. Lui tergiversava, non ne voleva sapere.
In cassa, mentre mi accingevo a pagare, mi è stato allungato un biglietto:
25-9-26
Ghobert Giacomo Niccolò
S.A.T. - TRENTO
Segatta Matteo
S.A.T. - POVO
bella salita, in compagnia












