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Storie | 30 agosto 2026 | 19:00

In 12 portarono la carrozzeria della Jeep sulle spalle; il motore fu affidato ai muli: doveva servire allo sci estivo sul ghiacciaio, ma, dopo tutta quella fatica, praticamente non si mosse mai

Percorse appena trenta metri. A comprarla furono i primi maestri di sci e le guide coinvolte nel progetto. Quasi sessant'anni dopo è ancora lassù, nella zona dei laghi del Rutor (sopra La Thuile), testimone del passaggio dalle miniere al turismo e di un rapporto con la neve che oggi sta cambiando

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

È rossa, è una Jeep Willys americana della guerra e si trova da quasi sessant'anni nella zona dei laghi del Rutor, sopra La Thuile. A guardarla oggi è difficile immaginare il viaggio necessario per portarla fin lassù. Anche perché quella Jeep non ha percorso tornanti, non ha affrontato piste sterrate e non è arrivata in quota grazie a qualche ardito conducente. 

 

È salita a pezzi.  La carrozzeria sulle spalle di dodici uomini, il motore affidato ai muli. 

 

Ancora più singolare è scoprire che, dopo tutta quella fatica, la Jeep praticamente non si mosse mai. Una trentina di metri in tutto, secondo il ricordo di chi conosce bene la vicenda. Poi i continui problemi al motore e l'abbandono del progetto per il quale era stata portata lassù. 

 

Oggi è ancora ricoverata in una baracca nella zona dei laghi. Non è dunque il classico relitto arrugginito lasciato per decenni alle intemperie dell'alta montagna. La carrozzeria conserva il colore rosso con il quale era stata ridipinta all'epoca e il mezzo è diventato, quasi involontariamente, una testimonianza di una fase molto particolare della storia di La Thuile. 

 

A ricostruirla, interpellati da L'Altramontagna, sono Pino Alliod – Giuseppe all'anagrafe – e Bruno Boscardin. I loro ricordi riportano alla fine del 1967 o, più probabilmente, al 1968. E la data non è un dettaglio. 

La Thuile dopo la miniera 

La Jeep arriva sul Rutor proprio mentre La Thuile sta cambiando profondamente. Per decenni l'attività mineraria aveva rappresentato una componente fondamentale dell'economia locale. La chiusura definitiva delle miniere, nel 1966, segnò quindi molto più della cessazione di un'attività produttiva: significò la fine di un sistema economico e sociale che aveva coinvolto generazioni di abitanti. 

 

Ma mentre una stagione si chiudeva, un'altra era già cominciata. Lo sci era presente a La Thuile da tempo e gli impianti avevano iniziato a modificare  progressivamente il rapporto del paese con la montagna. Negli anni Sessanta, però, questa trasformazione accelera. Il turismo legato alla neve comincia a rappresentare una concreta alternativa economica alla miniera. 

 

In questo clima si inserisce l'iniziativa di alcuni dei primi maestri di sci e delle guide alpine di La Thuile e La Balme.

 

I primi corsi, ricordano Alliod e Boscardin, si organizzavano alla fine degli anni Sessanta. Uno dei più entusiasti era Franco Moretti. L'idea era semplice quanto ambiziosa: se d'inverno lo sci stava diventando il nuovo motore turistico di La Thuile, perché fermarsi con l'arrivo dell'estate? 

 

Più in alto c'era il Rutor. E sul Rutor c'era il ghiacciaio. 

 

L'idea dello sci estivo sul Rutor 

Alla fine degli anni Sessanta le condizioni del ghiacciaio erano naturalmente molto diverse da quelle attuali. La presenza della neve e del ghiaccio in quota permetteva di immaginare un utilizzo estivo dell'area e maestri e guide provarono concretamente a organizzarlo. 

 

Non rimase soltanto un'idea. Sul ghiacciaio venne installato un argano con il quale fu realizzata quella che Alliod e Boscardin ricordano come una “manovia”: un sistema di risalita estremamente semplice, una sorta di skilift  artigianale pensato per riportare gli sciatori verso monte e consentire di ripetere le discese. 

 

Il progetto si scontrava però con la geografia del luogo. Il rifugio Deffeyes e il Rutor non erano raggiungibili con una normale strada. Si era pensato a un collegamento da Plan Praz, ma quella strada non era stata realizzata. Per raggiungere il rifugio si continuava quindi a salire dalla Joux. Dal Deffeyes verso la zona superiore era stato invece aperto un tracciato. Non con escavatori o altri mezzi meccanici. "Pala e picco", ricordano. 

 

Un lavoro manuale che aveva permesso di creare un passaggio dal rifugio verso la zona dei laghi, dove oggi si trova ancora la Jeep. 

 

Per rendere più funzionale il collegamento serviva però un mezzo. Fu così che entrò in scena la Willys.

 

Una Jeep americana per il ghiacciaio 

Il mezzo era una Jeep Willys americana del dopoguerra. Proveniva da Saint-Pierre, dove apparteneva a un uomo che trattava questo genere di veicoli. A comprarla furono i primi maestri di sci e le guide coinvolte nel progetto. 

 

La scelta di una Jeep aveva una sua logica. Era un mezzo semplice, robusto, nato per affrontare terreni difficili e ben diverso dalle normali automobili dell'epoca.

 

Il problema era che neppure una Willys poteva salire dove una strada non esisteva. E così venne presa una decisione decisamente più impegnativa: portarla sul Rutor smontata. Il motore venne separato dalla carrozzeria. Quest'ultima fu assicurata a due lunghe pertiche, in modo da distribuire il peso fra gli uomini incaricati del trasporto. Ne servirono dodici. Sei si sistemarono davanti e sei dietro. Sollevarono la carrozzeria e partirono a piedi dalla Joux. Da lì raggiunsero il rifugio Deffeyes. 

 

Già oggi, salendo lungo il normale sentiero escursionistico, basta pensare a una carrozzeria trasportata sulle spalle per rendersi conto della particolarità dell'impresa. Ma al rifugio il viaggio non era ancora terminato. Gli uomini continuarono lungo il percorso realizzato verso la zona dei laghi, fino al luogo nel quale la Jeep avrebbe dovuto essere utilizzata. 

 

Il motore richiedeva invece un sistema diverso. Era un blocco unico, pesante e poco maneggevole. Per portarlo in quota furono impiegati i muli. Carrozzeria da una parte, motore dall'altra: la Jeep raggiunse così il Rutor senza aver percorso neppure un metro sulle proprie ruoteUna volta in quota venne rimontata. 

 

Trenta metri dopo tutta quella fatica 

A quel punto avrebbe dovuto iniziare il lavoro per il quale era stata acquistata. L'intenzione era utilizzare la Jeep per andare avanti e indietro lungo il percorso realizzato in quota, a supporto dell'attività sul ghiacciaio. Ma cominciarono quasi immediatamente i problemi. "Ce n'era sempre una con il motore", ricorda Bruno Boscardin. 

 

La Willys non era affidabile e il problema divenne tanto serio da costringere a compiere l'operazione inversa. Il motore fu nuovamente smontato. Dopo essere stato faticosamente portato sul Rutor, dovette quindi tornare a valle. Venne riparato e, terminato l'intervento, affrontò ancora una volta il viaggio verso l'alto. Ma neppure la riparazione risolse definitivamente la situazione. Il motore continuava a dare problemi. 

 

Il risultato fu quasi grottesco se confrontato con lo sforzo necessario per portare il mezzo lassù: la Jeep percorse complessivamente una trentina di metri. Non riuscì praticamente mai a trasportare nessuno. 

 

Era stata acquistata, smontata, caricata sulle spalle di dodici uomini, trasportata dalla Joux al Deffeyes e poi ancora più in alto; il motore aveva viaggiato con i muli, era stato montato, smontato,  riportato a valle, riparato e riportato sul Rutor.  Per trenta metri. 

 

Sul ghiacciaio, però, si sciò davvero 

Sarebbe però sbagliato pensare che l'intero progetto dello sci estivo fosse rimasto fermo insieme alla Jeep. La manovia funzionò per un periodo e l'anno successivo venne effettivamente organizzata una scuola di sci sul ghiacciaio. Pino Alliod ricorda soprattutto il clima che accompagnò quell'esperienza: "Comunque, quell'anno che sono andati a sciare sul ghiacciaio c'è stata una grande festa. C'era la messa alla cappella". 

 

È un particolare importante perché restituisce la dimensione che l'iniziativa aveva assunto nella comunità. Non si trattava soltanto dell'esperimento privato di qualche appassionato che voleva fare due curve sulla neve estiva. C'era l'idea di organizzare qualcosa. 

 

La manovia, il tracciato aperto a pala e picco, l'acquisto della Jeep, il trasporto del mezzo e infine il periodo di scuola di sci facevano parte dello stesso tentativo: utilizzare il Rutor per estendere le  possibilità turistiche di La Thuile. 

 

La Jeep fallì il proprio compito. Anche la manovia venne successivamente dismessa e lo sci estivo sul Rutor non ebbe il futuro immaginato. Ma quel tentativo racconta molto bene l'epoca nella quale nacque. 

 

Dalla miniera alla neve 

Tra la chiusura delle miniere e l'avventura della Jeep passano appena un paio d'anni. È difficile non mettere in relazione le due cose. La Thuile di allora era una comunità che aveva bisogno di individuare nuove prospettive economiche. Il turismo invernale le avrebbe effettivamente trovate e nei decenni successivi lo sviluppo degli impianti avrebbe trasformato il paese in una delle principali località sciistiche della Valle d'Aosta. 

 

La piccola storia della Jeep permette però di osservare quella trasformazione quando il risultato non era ancora scontato. Oggi sembra normale associare La Thuile allo sci. Alla fine degli anni Sessanta quella nuova identità era ancora in costruzione. E si sperimentava. 

 

Si costruivano collegamenti, si organizzavano corsi, si pensava a nuovi impianti. Si guardava  perfino al ghiacciaio come alla possibilità di andare oltre i limiti della stagione invernale. 

 

In quel contesto dodici uomini che salgono dalla Joux portando una carrozzeria sulle spalle appaiono meno come protagonisti di una stravagante impresa e più come l'immagine di un paese che stava cercando concretamente un nuovo futuro economico. 

 

Quando il problema era raggiungere la neve 

Quasi sessant'anni dopo, quella storia assume inevitabilmente anche un altro significato. Alla fine degli anni Sessanta il problema era raggiungere il ghiacciaio. La neve estiva era lassù. Bisognava trovare il modo di arrivarci, trasportare persone e materiali, creare un sistema di risalita. Tanto da considerare ragionevole smontare un'automobile e portarla in montagna a forza di braccia e muli. 

 

Oggi la situazione sulle Alpi si è in parte rovesciata. I mezzi per raggiungere l'alta quota sono enormemente più efficienti. Esistono funivie, cabinovie, strade di servizio, battipista e infrastrutture che gli uomini della Jeep del Rutor difficilmente avrebbero potuto immaginare. 

 

È diventata però meno certa la materia prima sulla quale si fondava quell'idea: neve e ghiaccio. I ghiacciai alpini hanno perso superficie e massa e lo sci estivo è progressivamente entrato in difficoltà in diverse località dove per decenni era stato considerato normale. 

 

Nell'estate 2026 il tema è tornato di grande attualità anche a Cervinia, dove la situazione della neve  sul ghiacciaio ha portato alla chiusura degli impianti dedicati allo sci estivo. 

 

A mostrarne gli effetti è stata anche Federica Brignone. In un video pubblicato sui social, la campionessa valdostana ha mostrato le condizioni trovate in quota, riportando l'attenzione sullo stato del ghiacciaio e sulle difficoltà sempre maggiori di praticare sci durante l'estate. Il paragone con ciò che avveniva sul Rutor alla fine degli anni Sessanta non potrebbe essere più netto.

 

Allora c'era il ghiacciaio, ma mancavano i mezzi per raggiungerlo. Oggi abbiamo i mezzi per arrivare molto più facilmente sui ghiacciai, ma sono i ghiacciai stessi a  essere profondamente cambiati. 

Un pezzo della storia di La Thuile 

La Jeep rossa, intanto, è rimasta dov'era. È ancora nella sua baracca nella zona dei laghi del Rutor, protetta dalle intemperie. Non ha compiuto il lavoro per il quale dodici uomini avevano fatto tanta fatica a portarla lassù, ma proprio per questo la sua presenza è diventata qualcosa di diverso. 

 

Per Bruno Boscardin meriterebbe oggi di essere recuperata: "Quella Jeep sarebbe da portare a La Thuile e farne un pezzo da museo perché è un pezzo di storia  importante".  L'idea non è priva di senso. Perché la Willys rossa non racconta soltanto una delle tante strane storie che si incontrano sulle  montagne. La sua vicenda coincide con un passaggio decisivo per La Thuile: la conclusione  dell'economia mineraria e la crescita di quella turistica. 

 

È la testimonianza materiale di un momento in cui maestri di sci e guide alpine provarono a spingersi ancora oltre, immaginando di trasformare il Rutor in un luogo dove continuare a sciare anche durante l'estate. 

 

Il progetto non funzionò come previsto. La manovia scomparve. La scuola di sci estivo ebbe vita breve. La Jeep, dopo un viaggio enorme, percorse una trentina di metri. 

Ma il turismo legato allo sci, quello sì, avrebbe cambiato La Thuile. 

 

Ed è forse questo a rendere oggi particolarmente interessante quella Jeep rossa chiusa dentro una baracca sopra il Deffeyes: è rimasta ferma esattamente nel luogo e nel momento storico in cui un paese stava passando dalla miniera alla neve. 

 

Una neve che allora sembrava una risorsa sulla quale costruire il futuro e che oggi, quasi  sessant'anni dopo, è diventata a sua volta una delle grandi incognite di quel futuro.

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