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Storie | 10 febbraio 2026 | 18:00

"Quando mi sono rotto la schiena, vedere i miei amici sciare era l'unica cosa che mi faceva piangere. Tornarci è stato pazzesco". A quattro anni dall'incidente, riprende a fare scialpinismo

A seguito di un incidente alpinistico, il 3 luglio 2022 Giovanni Ludovico Montagnani ha riportato una grave paralisi. Le speranze che riuscisse nuovamente a stare in piedi sulle sue gambe erano quasi nulle. Anni di riabilitazione e cinquecento metri di dislivello dopo, è tornato a scendere sulle piste innevate. "Ho sognato di sciare più che di camminare di nuovo. Quindi ora vi beccate due minuti di me che faccio scialpinismo" (VIDEO)

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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"Ho sognato questo momento ogni giorno per quattro anni, e mi sembrava così lontano o impossibile. Poi è arrivato".

 

Il 3 luglio 2022, Giovanni Ludovico Montagnani, esperto alpinista e scialpinista, allora trentaduenne, è precipitato per 40 metri mentre scalava la Diretta 78 del Mittelrück, sul confine ossolano tra Italia e Svizzera. Vivo per miracolo, riporta una grave paralisi: nella caduta la sua schiena si è spezzata all’altezza della prima vertebra lombare. All’ospedale, la diagnosi non sembra lasciare spazio alle speranze: "Difficilmente – dicono i medici – tornerà a camminare".

 

Da allora, Giovanni non ha mai smesso di dedicare anima e corpo al percorso riabilitativo. Dopo i primi mesi in una struttura dedicata, ha deciso di continuare in autonomia, ottenendo di mese in mese progressi straordinari. In neanche un anno passa da una paralisi quasi totale al camminare sulle proprie gambe con l’ausilio delle stampelle.

 

Domenica 8 gennaio 2026, con un video sulla sua pagina Instagram, Giovanni ha pensato fosse il momento di celebrare il suo nuovo traguardo: "Quasi quattro anni fa mi sono rotto la schiena. Sono stato un paio d’anni in sedia a rotelle. Ho sognato di sciare più che di camminare di nuovo. Quindi ora vi beccate due minuti di me che faccio scialpinismo".

 

 

 

 

 

 

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Cinquecento metri di dislivello in salita, con il supporto di un esoscheletro e qualche difficoltà nelle inversioni. E poi la discesa: prima a tentoni, spazzando in posizione di ‘carving’, e man mano sempre più veloce.

 

"Io non ricordo mai i sogni, di notte per me è sempre buio pesto, tranne quando sogno di sciare. Era così anche da prima dell’incidente. Vedere quel sogno materializzarsi dopo quasi quattro anni è stato fortissimo".

 

Le piste salgono in maniera piuttosto graduale: Giovanni sale con cautela, ma vede che ce la fa, così va avanti con crescente sicurezza. Alla fine arriva al rifugio che, nonostante le piste fossero chiuse, era pieno di gente salita con ciaspole e sci. "Questa è la prova che, se si offre un buon servizio, la montagna può essere vissuta in tanti modi", commenta Giovanni.

 

"Sai qual è stata la cosa più strana?" continua. "Veniva più naturale spingere gli sci che camminare. Il movimento dello scialpinismo mi riesce molto più spontaneo rispetto alla normale camminata".

 

La salita è stata un vero piacere, racconta, mentre in discesa doveva per forza mettersi di traverso e scendere a ‘raspone’ (con gli sci paralleli tra loro e perpendicolari alla discesa). "Non riesco a fare lo spazzaneve perché le lamine rimangono intrappolate: non avendo il controllo totale del piede, non riesco a liberarle per far girare bene lo sci. Sul ripido, quindi, non provo nemmeno a curvare; quella sicurezza è ancora lontana".

 

"Devo risolvere alcuni deficit di forza e problemi tecnici, specialmente per quanto riguarda il piede paralizzato che ‘sbacchetta’ troppo lateralmente. Dovrò studiare con il tecnico ortopedico un sistema di ancoraggio migliore dello scarpone allo stinco, non solo al piede". Da ingegnere adotta un approccio severo e pragmatico anche nell’autoanalisi, ma l’imperfezione non toglie nulla al suo traguardo: "Alla fine, almeno su queste piste morbidissime, riuscivo a sciare in un modo che nessuno avrebbe mai detto che mi ero rotto la schiena".

 

Il suo entusiasmo e la sua gioia sono palpabili e sincere, tanto che viene da chiedergli come si spiega tutto questo desiderio di tornare in montagna dopo un simile incidente. Come è possibile che non vi sia qualche forma di rifiuto in seguito a quel trauma?

 

Il perché, forse, non lo sa bene nemmeno lui, ma una cosa è sicura: non sente alcun rifiuto, anzi. "L’estate scorsa, nel giorno del terzo anniversario dell’incidente, io e mia moglie siamo saliti a guardare la parete: se fossi stato sano per sole cinque ore, avrei voluto andare di nuovo a scalare. La montagna è una droga per cui servirebbe un’opera di disintossicazione ben più potente di quello che mi è successo".

 

E a casa come la prendono questa tua ‘dipendenza’? "La mia famiglia lo sa: non mi si può voler bene senza capire questo mio bisogno, è parte integrante di me".

 

Infatti, ora che ha avuto la conferma di aver intrapreso la giusta direzione, non ha alcuna intenzione di fermarsi. Anzi, i progetti proliferano l’uno sull’altro. "Tornare al Colle del Lys è un'immagine che ho fissa in testa. Poi ultimamente sto accarezzando l’idea del Monte Bianco: non ci avevo mai pensato prima dell’incidente, ma ora sì. Il mio desiderio più profondo, ad ogni modo, è tornare in Val Torrone e Val Porcellizzo. Quando mi sono rotto la schiena, il primo pensiero doloroso è stato quello di non poter più tornare lì, in quei posti dove sento una connessione profonda con la montagna".

 

"Dopo l’incidente, quando pensavo che sarei rimasto in sedia a rotelle per tutta la vita, vedere i miei amici sciare era l’unica cosa che mi faceva piangere. Non provavo invidia per altro, solo per quello. Mi ero messo il cuore in pace, convinto che non avrei più potuto farlo. Tornarci è stato pazzesco".

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