"Volevano salire apposta per vedere il Buddha che avevamo messo in vetta". Poi qualcuno lo gettò dal dirupo. Vent'anni fa, una statua panciuta fece scandalo tra le montagne

Persino Reinhold Messner è intervenuto nella polemica divampata dopo l'iniziativa: "Né croci né Buddha. Bisogna finirla con lo sfruttamento delle cime perché le montagne sono già un simbolo del divino". Qualcuno adorò quella statua, qualcun altro la odiò, ma da allora il Buddha del Pizzo Badile è diventato un'icona. Ne parliamo con Luca Maspes, l'alpinista a cui venne per primo l'idea di portarlo in cima

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Cosa ci dev’essere in cima a una montagna?". Le risposte sono molteplici, ed ognuno, in base alla propria sensibilità, avrà maturato un’idea a riguardo. Chi, più votato al culto della wilderness, risponderà semplicemente "nulla", e chi invece - più timorato - avrà piacere di incontrare al suo arrivo in vetta la forma familiare della croce.
Del resto, fu nientemeno che Papa Leone XIII, alla fine dell’Ottocento, a invitare i fedeli cattolici a erigere croci e monumenti a Cristo Redentore sulle cime delle montagne, affinché questi testimoniassero la fede del mondo nel salvatore.
Ad ogni modo, per tornare alla domanda di partenza, una risposta arriva da Luca Maspes, guida alpina e forte alpinista classe 1972, che oggi vive in Val di Mello. "Una volta - ci spiega -, ventun anni fa, ce lo siamo chiesti anche io e il mio amico Mario. È una vecchia storia, trita e ritrita. Ieri ho deciso di scriverne così, per farla conoscere anche ai giovani su Instagram".
In effetti, la domanda era stato lui a rilanciarla, tramite un post sui social. E racconta una storia che parla di secolarizzazione e cultura pop, una cosa a metà tra Andy Warhol e la fallita ricerca del Nirvana: quella volta che sulla cima del Pizzo Badile comparve il sorriso sornione di Buddha.
Era il lontano 2005 e le cose - esordisce Maspes - andarono più o meno così: "Io e il mio amico eravamo a Punta Sertori, in Val Masino. Lì, in cima, c’era una madonnina con dei cordini tutt’attorno, per scendere in corda doppia. Allora ci siamo chiesti: ma se si può mettere in cima alla montagna madonne, lapidi e croci, perché non mettervi per una volta un simbolo felice? Un simbolo di pace e fratellanza?".

Come sa ben chi frequenta l’alta montagna alpina, le cime sono spesso piene di simboli: croci e iconografie cristiane - per la soddisfazione del fu pontefice - ma anche oggetti privati, targhette, scritte "sono arrivato con mio figlio in cima alla montagna"; insomma di tutto un po'. Apparentemente, però, rimaneva ancora qualche cima meno colonizzata.
Con buona pace di Karl Marx, il "feticismo delle merci" ha raggiunto anche quella, ma questa volta accompagnato da una velata autocritica allegorica. "Abbiamo scelto il Badile, la cima principale del Masino-Bregaglia, proprio perché lì non c’è la croce, ma soltanto un enorme triangolo di metallo, una specie di parafulmine. E qui c'è stato il pensiero stupido: volevamo metterci un Buddha! E non un Buddha qualsiasi, ma quel tipo di Buddha lì, l’Hotei, bello grasso e col sorriso".
Una critica sociale di questo calibro, comporta necessariamente una ricerca elaborata, così l’amico Mario fu spedito tra i mercatini di Milano a cercare l’agognata statuetta. "Ne comprammo uno, ma era sbagliato, non ci convinceva. Poi lo trovammo: trenta euro per tredici chili di Buddha (così economico a causa di un piedino rotto). Era fatto di ceramica, tutto colorato e kitsch, una roba abbastanza ridicola".
Completata la ricerca, fu il tempo della spedizione. Ancora oggi si trova, su YouTube, il video dei tre alpinisti che, insieme a Luca, lo portarono in cima al Badile. Tanto fu la portata di un simile atto di contestazione, che il video divenne un cortometraggio (Un Buddha sul Badile) e girò i film festival europei più importanti.
"Il tema era particolare, era un video di per sé molto breve, nel quale però, in fase di montaggio, ho radunato tutte le frasi peggiori che ci erano state rivolte per questa impresa. Alcune ce le avevano lanciate in privato, via mail, altre erano comparse nei forum di montagna. Non c’erano ancora i social, altrimenti sarebbero stati guai seri".
"È ora di dire basta a questi profeti del cosmopolitanesimo e della libertà di religione. Perché non vanno in certi posticini? (Arabia, Yemen …) a fare la stessa azione?", si legge in uno dei primi frame del video.
O ancora: "Avete aperto una ferita sulla montagna, lacerato un rispetto mai violato per oltre duemila anni da nessuno. Appena possibile tornate in cima al Badile, portate via il Buddha, chiedete scusa, tutti possiamo sbagliare".
Persino Reinhold Messner era intervenuto nella polemica: "Né croci né Buddha. Bisogna finirla con lo sfruttamento delle cime perché le montagne sono già un simbolo del divino, non hanno bisogno di emblemi religiosi".
Il Buddha, lassù, è durato soltanto fino al 2007. "A molti piaceva, ci sono state anche guide alpine che mi hanno ringraziato, perché avevano clienti che volevano andare apposta in cima al Badile per vedere il Buddha. Ma a molti altri no: mi sembra sia stato il terzo anno che qualcuno l’ha buttato giù in un canale sotto la vetta, dove si è sfracellato".

Eppure, come già ricordavamo in un vecchio articolo sul Cristo del Monte Summano, anche nel kitsch e nel cattivo gusto è possibile costruire un proprio personalissimo senso di appartenenza. Apparentemente, anche per il Budda fu così: "Dopo che è stato buttato giù, dei ragazzi arrampicatori che lavoravano all'Accademia di Brera, hanno voluto andare a recuperarne i cocci. Non solo, anche loro han voluto farne un video evocativo del momento (Iconoclasti – Il sorriso del Buddha | visbile qui)".
Il filmino mescola i momenti di riflessione estetica del gesto artistico e l’inizio dell’ipotetico restauro della ‘scultura’. "La rottura del Buddha fa parte dell’opera o no?", si chiedevano gli accademici. E continuavano: "La cosa importante di questa provocazione è il rapporto che crea con la società: se fosse stata una cosa di nessun interesse, nessuno sarebbe salito a distruggerla. Tutto il dialogo che il Buddha intesse con la società è materia dell’opera".
Più recentemente Luca Maspes, ne ha parlato anche in un libro di Stefano Catone (Camminare, lungo i confini e oltre). Alla domanda "lo rifaresti?", l’alpinista rispose di sì: "Ho sempre apprezzato i fatti piuttosto che perdersi in fiumi di parole".
Le opinioni della gente sono scritte nel video: "Avete fatto una cosa più grande di voi"; "Tutti possiamo sbagliare", "Andate in cima e portate via il Buddha". "Eppure - commenta Maspes a posteriori - il nostro messaggio non era pensato per stare lì per sempre. Il fatto che l’hanno buttato giù non l’ha davvero distrutto, ma anzi ha fatto il nostro gioco: da allora se ne è parlato tantissimo".
Mettere d’accordo tutti è dura, lo sappiamo: qualcuno è tollerante su una cosa ma non sull’altra, qualcuno viceversa. Certo, a pensare al sorrisone di Buddha lassù, chi non sentirebbe germogliare dentro di sé un po’ di tolleranza? A quanto pare non tutti: forse qualche abitante della zona lo ha percepito come uno sberleffo da parte di chi veniva da fuori, chi può dirlo? Ad ogni modo resta il fatto che, vent’anni dopo, il Buddha del Pizzo Badile non manca di offrire interessanti spunti di riflessione, e magari l’occasione per ridimensionare un po’ i toni di allora.

Se non altro, a qualcuno strappa ancora un sorriso: "P.S. La storia delle croci di vetta è un argomento trito e ritrito ed ogni volta che leggo qualcosa sull'argomento il sorriso del nostro povero Buddha distrutto compare nei miei più bei ricordi".
Foto in apertura: Marco Volken













